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L'Italia arma al-Sisi e Serraj chiude i "rubinetti" petroliferi: il "capolavoro" dell'avvocato Conte

Mercoledì scorso una milizia originaria della cittadina di Zwara è entrata nell’impianto di Mellitah della “Mellitah Oil & Gas”, la joint venture fra Eni e Noc libica. Un avvertimento a Roma.

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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

13 Giugno 2020 - 17.13


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Libia, nuovo pizzino all’Italia: “Se vuoi protezione per i tuoi pozzi petroliferi, sgancia più soldi”.

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Una serie di irruzioni di milizie armate negli impianti petroliferi della Tripolitania sta rallentando il ritorno alla normalità della produzione in Libia. Mercoledì scorso una milizia originaria della cittadina di Zwara è entrata nell’impianto di Mellitah della “Mellitah Oil & Gas”, la joint venture fra Eni e Noc libica.

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Mellitah è sulla costa, in direzione della Tunisia: da quell’impianto si immerge in mare il gasdotto “Green Stream” che trasporta il gas dal Sud della Libia verso la Sicilia.

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lGreen Stream, inaugurato il 1 ottobre 2004, oltre ad aver simboleggiato all’epoca della sua apertura l’avvicinamento politico più importante avvenuto tra l’Italia e la Libia di Gheddafi, rappresenta ancora oggi una delle infrastrutture più strategiche per il nostro Paese. Da qui arriva ogni giorno il gas naturale estratto in Libia, risorsa energetica vitale per l’Italia.

Così come riferito dalla versione araba di Russia Today, nella mattinata di mercoledì scorso, forze vicine al Gna, ossia il governo di unità nazionale con sede a Tripoli e presieduto dal premier Fayez Al Sarraj, hanno preso d’assalto il sito di Mellitah. Pare che per alcune ore la valvola che permette il transito di gas verso l’Italia sia stata bloccata. Attualmente però, stando a quanto riportato da AgenziaNova che cita fonti locali, l’erogazione verso il nostro Paese starebbe procedendo regolarmente.

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Pizzino petrolifero

L’episodio comunque appare molto grave, soprattutto da un punto di vista politico. Mellitah infatti è stata ripresa, assieme a buona parte della costa ad ovest di Tripoli, dal Gna nelle scorse settimane nel corso delle avanzate contro il Libyan National Army di Khalifa Haftar. L’irruzione di una milizia riconducibile al governo tripolino, potrebbe implicare una difficoltà per l’Italia di tutelare i propri interessi nella regione.

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Ad effettuare il blitz sarebbe stato un gruppo della vicina città di Zuara: una volta penetrati nel sito di Mellitah, i miliziani avrebbero chiesto e preteso maggiori benefici e più soldi per garantire, in un secondo momento, la sicurezza del luogo. Tuttavia, secondo fonti contattate da Russia Today, l’episodio potrebbe non essere isolato ed avere anche alla base delle motivazioni politiche. In particolare, il riferimento è all’accordo tra Italia e Grecia sui confini marittimi siglato ieri.

L’intesa tra Atene e Roma, concordano gli analisti di geopolitica, interviene a gamba tesa nelle tensioni che in questo momento attraversano il Mediterraneo, con particolare riguardo al conflitto in Libia, all’irrisolta questione di Cipro e alle controversie per lo sfruttamento dei giacimenti di gas nel Mediterraneo Orientale, tutti temi in cui la Turchia è passata recentemente all’attacco innescando altrettante controreazioni da parte dei vari attori coinvolti.

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Appare tutt’altro che una coincidenza, pertanto, il sostegno all’accordo italo-greco – si tratta di “un giusto accordo nel Mediterraneo” – annunciato quasi subito dalla commissione Difesa e sicurezza della Camera dei rappresentanti della Libia, ossia dal Parlamento di Tobruk che rappresenta il polo di potere rivale a quello del tripolino Fayez al Sarraj e del suo alleato turco.

Il governo di Tripoli da novembre è attivamente aiutato da quello di Ankara, il quale non avrebbe digerito l’intesa ufficializzata tra il nostro Paese e quello ellenico nelle scorse ore. Da qui, sempre secondo la ricostruzione del network russo, la pressione esercitata sull’Italia tramite l’irruzione a Mellitah di milizie vicine al Gna.

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Tuttavia, appare ancora difficile poter accertare il vero movente di questa azione. L’unica cosa certa, è che gli interessi italiani al momento non sono al sicuro. Il fatto che una milizia possa accedere in un sito strategico e minacciare di chiudere il più importante gasdotto che approda in Italia, rende bene l’idea dell’attuale situazione per il nostro Paese.

Una cosa è certa: intorno al petrolio libico c’è grandissimo fermento e chi sembra scalpitare di più in questo momento è il paese i cui asset militari sono stati decisivi per la rotta di Haftar: la Turchia.

Sembra dunque tutto fuorché casuale l’annuncio fatto nei giorni scorsi dal ministro delle risorse energetiche turco, Faith Donmez, secondo il quale Ankara non solo è pronta a cercare petrolio in Libia, ma a seguito di trattative svolte con il governo di Tripoli ha ottenuto, parole sempre del ministro, “licenze per 7 lotti che per tre mesi circa rimarranno sospese, poi inizieranno trivellazioni per ricerche a sfondo sismico”.

Ankara, inoltre, scorta con la propria marina militare i cargo che trasportano gli armamenti destinati ai propri alleati entrando così a gamba tesa sulla missione  Irini dell’Unione europea che, almeno nelle intenzioni, avrebbe dovuto fermare i trafficanti d’armi verso la Libia, ma che, di fatto, è l’ennesimo fallimento di Bruxelles in politica internazionale. È di qualche giorno fa la notizia che a fine maggio la fregata greca Spetsai, sotto comando italiano, ha incrociato nel golfo della Sirte il cargo Cirkin battente bandiera della Tanzania ma che era partito dalla Turchia. Dopo essersi accertati che la nave era diretta a Tripoli, l’Unità greca ha preso contatto con per chiedere informazioni su carico e destinazione, ma la risposta è arrivata da una nave militare turca su frequenze Nato. A quel punto il comandante dello Spetsai ha desistito, ma il livello di allerta sul confine greco-turco è salito a 4 su 5.

Ankara è intervenuta a fianco del Gna fin da maggio 2019, evitando che il fronte tripolino soccombesse e ri-bilanciando in modo molto efficace gli sforzi profusi dagli Emirati a favore di Haftar. Nei mesi successivi, i militari turchi hanno prima neutralizzato la superiorità aerea emiratina e poi sostenuto il grosso dello sforzo bellico anche in termini di uomini al fronte (inviando in Libia centinaia, se non migliaia, di mercenari siriani).

Questi aiuti al Gna sono stati sapientemente dosati per ricavare il massimo vantaggio. Lo scorso novembre, infatti, la Turchia ha ritardato l’invio dei mercenari finché Sarraj, temendo che la linea di difesa della capitale potesse cadere a breve, è stato costretto a ha sottoscrivere un accordo di delimitazione dei confini marittimi e un accordo di cooperazione militare a favore di Ankara. È poi stato il sensibile rafforzamento del dispositivo militare turco in Libia, avvenuto attorno ad aprile, a consentire al Gna di riprendere l’iniziativa fino a recuperare tutto il territorio perso nell’anno precedente.

Il Faraone mobilita l’esercito

Un protagonismo, quello turco, che confligge apertamente con le mire dell’Egitto del presidente-generale Abdel Fattah al-Sisi, sostenitore, assieme agli Emirati Arabi Uniti, del generale Haftar. Il rischio di uno scontro militare diretto tra Turchia ed Egitto si fa sempre più concreto. Un grave campanello di allarme è dato dallo spostamento di un numero importante di mezzi corazzati egiziani e soldati di fanteria che si stanno ammassando ai confini con la Libia. Troppi per essere una semplice esposizione di muscoli. Spalleggiato da chi vuole fermare l’espansionismo turco nel Mediterraneo, al-Sisi sta posizionando le sue truppe e, vedendo foto e filmati che arrivano dalla zona, si capisce che si tratta di una delle più importanti manovre militari dalla guerra contro Israele del 1973.

Sirte, assalto finale

A dettar legge nel far west libico sono sempre le armi. L’invasione di Sirte da parte delle forze di Sarraj è imminente. I soldati del Gna hanno ricevuto nuovi rinforzi e rifornimenti, anche dalla Turchia via aeroporto e porto di Misurata: si preparano ad attaccare le postazioni dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) sul terreno. Intanto, proseguono i bombardamenti contro l’ultima roccaforte di Khalifa Haftar nell’ovest della Libia. Il Generale sta cercando di reagire con alcuni bombardamenti sull’autostrada Misurata-Sirte allo scopo di rallentare il nemico. I raid, però, non sembra abbiano avuto l’effetto sperato. I convogli di Tripoli, infatti, continuano a dirigersi verso la città. Intanto, l’artiglieria si schiera a ovest e a sud del centro abitato, in attesa della “luce verde” per cominciare a fornire fuoco di copertura ai militari. Secondo fonti locali, le difese non terranno a lungo a parte sorprese dell’ultimo minuto. Sono allo stremo e senza risorse, pur trovandosi nel territorio dell’uomo forte della Cirenaica.

A monitorare la situazione, anche sul campo, sono gli altri attori esterni , oltre a Egitto e Turchia, che giocano un ruolo centrale nella partita libica: Russia, EAU, Arabia Saudita, Qatar, Francia ed ora anche gli Stati Uniti. Dall’elenco manca l’Italia. Chissà cosa pensa il premier di Tripoli, al-Sarraj, che ufficialmente il Governo italiano sostiene, della vendita di armi all’Egitto che sostiene il generale della Cirenaica. Alla domanda, risponde a Globalist una fonte molto vicina a Sarraj: “L’Italia? Fa il doppiogioco, ma questo ormai lo sappiamo bene”.  E se lo ricorderanno, molto bene, quando si tratterà di dividere la miliardaria “torta” petrolifera e della ricostruzione.

 

 

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