Libia, per l'Italia è allarme rosso: pronti i piani di evacuazione
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Libia, per l'Italia è allarme rosso: pronti i piani di evacuazione

Ai nostri 007 non convince la smentita della paternità dell’attacco data da Haftar che attribuisce quei missili all’opera “delle bande terroristiche e criminali

Attacco in Libia
Attacco in Libia
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

9 Maggio 2020 - 14.40


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Globalist lo aveva scritto chiaramente già ieri: le bombe di Haftar sono un avvertimento mafioso all’Italia: andatevene o morirete. La nostra intelligence non sembra avere dubbi: le bombe esplose nei pressi della residenza a Tripoli dell’ambasciatore Buccino Grimaldi, provengono dalle forze che fanno capo al generale Khalifa Haftar.

A Repubblica fonti della Farnesina confermavano che l’ira del ministro era fermamente appuntata su Haftar e il suo Lna per un attacco che non può che rappresentare, secondo il nostro dicastero, “un messaggio abbastanza chiaro a noi e alla Turchia”.

La vice ministra degli Esteri, Marina Sereni nei bombardamenti attribuiti ad Haftar ha intravisto “un atto d’arroganza ma anche di debolezza” da parte di forze che sono chiaramente “in difficoltà”.

Allarme rosso

Quanto a Di Maio, il capo della diplomazia italiana ha avuto un colloquio telefonico con l’ambasciatore Buccino subito dopo l’attacco. A quanto consta a Globalist, per il momento la nostra sede diplomatica a Tripoli resta aperta, ma si stanno approntando anche i piani per una evacuazione di almeno una parte del nostro personale diplomatico.

Ai nostri 007 non convince la smentita della paternità dell’attacco fornita nel tardo pomeriggio di ieri dal comando generale dell’Esercito Nazionale Libico (Lna), che attribuisce quei missili all’opera “delle bande terroristiche e criminali che compiono crimini e azioni contro le ambasciate straniere e le istituzioni internazionali per condizionare l’opinione pubblica internazionale contro le forze armate e gli obiettivi della guerra che conduciamo contro i takrifi e le bande criminali. Il prendere di mira ieri le ambasciate straniere – conclude la nota del Lna – rientra in questo quadro”.

Per l’Italia è scattato l’allarme rosso. La guerra totale rischia di avere una nuova escalation. “Ci sono troppe armi in arrivo – ha dichiarato a Repubblica il funzionario –  altri aerei, le battaglie fra due campi sostenuti da Turchia da una parte, Emirati, Egitto e Russia dall’altra non sono terminate”.

Per Tarek Megerisai, ricercatore dell’European Council on Foreign Relations, il rischio concreto è l’intervento diretto dell’aviazione degli Emirati con i propri F-16, che si configurerebbe come “una massiccia escalation che la Turchia non potrebbe lasciare senza risposta”.

Tra due fuochi

Globalist ha documentato con più articoli la Caporetto diplomatica italiana in Libia. Scaricati, di fatto, da Sarraj, presi di mira da Haftar. La quadratura del cerchio in negativo. Il doppiogiochismo si è rivelato un boomerang che ora rischia di essere devastante.  Roma non gode di buona fama a Bengasi, fronte Haftar, e a Tripoli, fronte Gna. L’Italia non sa cosa vuole dalla Libia” e, “per mancanza di logica e di strategia politica, sta perdendo un partner nel Mediterraneo, sarà difficile recuperarlo in futuro”: ad affermarlo, nei giorni scorsi, in  un’intervista ieri a La Repubblica è il Vice presidente del Consiglio presidenziale libico, Ahmed Maitig, lamentando come “negli ultimi 24 mesi” l’Italia abbia fatto “tanti passi sbagliati” dopo che “per molto tempo dal 2011, ma anche per molti anni prima, l’Italia è stato il Paese europeo più vicino alla Libia, quello che lo conosceva meglio, che riusciva a tradurre le nostre complessità con l’Europa”.Maitig ha quindi rimarcato come “nel momento del nostro bisogno ci sono stati altri governi che si sono avvicinati e ci hanno aiutato”, sottolineando che non si tratta di “armi”. “Stiamo parlando dei momenti difficili che abbiamo passato, quando tanti paesi hanno capito che eravamo in un momento difficilissimo. Non c’è stato sostegno politico, in Italia non c’è stata attenzione alla partita”, ha precisato, sottolineando che “nel novembre 2019 l’attacco di Haftar aveva portato Tripoli quasi al collasso e proprio in quei frangenti leader politici italiani aprivano un dialogo con Haftar”.

Alla domanda su un contrasto con Roma sull’utilizzo dell’ospedale militare di Misurata, Maitig ha risposto: “L’ospedale è stato molto utile durante guerra contro il terrorismo a Sirte. Ma da allora abbiamo visto molti passi indietro da parte del governo italiano. Questo ospedale o serve ad aiutare i cittadini libici e viene utilizzato appieno, oppure non ha senso. Durante questa crisi Covid, avevamo chiesto di occuparsi dei feriti libici che rientrano in Libia dall’estero per convalescenza e hanno bisogno di assistenza. Non ci hanno risposto. Abbiamo chiesto allora di trasformarlo in ospedale Covid. Non ci hanno risposto. Sono settimane che stanno esaminando le nostre richieste, ma sono mesi che non sanno cosa fare dell’ospedale”.”Sono molto triste di fronte a un governo italiano che non ha mosso i passi giusti nel momento in cui Tripoli è stata attaccata massicciamente. E continua a sembrare assente. Il governo italiano non ha una strategia chiara con la Libia”, ha concluso.

Buco nell’acqua

Altro buco nell’acqua, ampiamente anticipato da Globalist, riguarda la missione navale Irini. Naufragata sul nascere.  Il Governo maltese ha informato la Commissione europea che non fornirà più l’assetto militare promesso all’operazione Eunavformed Irini. Secondo Malta, la nuova missione penalizzerebbe in modo sproporzionato il Governo di accordo nazionale (Gna) della Libia guidato dal premier Fayez al-Sarraj, che viene rifornito di armi principalmente via mare dalla Turchia, mentre avrebbe scarso impatto sul suo rivale, il generale Khalifa Haftar, che si approvvigiona via terra attraverso dall’Egitto e dagli Emirati Arabi Uniti.

Non solo: Malta pone anche il veto sulle procedure di spesa per gli sbarchi di migranti in seno al Comitato speciale che gestisce il meccanismo Athena (per il finanziamento dei costi comuni delle operazioni militari dell’Ue). La notizia è stata pubblicata dal sito online Malta Today, e secondo quanto si legge, il governo maltese ha fatto sapere al Comitato Athena di affrontare una “crisi senza precedenti”, con un incremento del 438% degli arrivi di migranti, e di non aver ricevuto solidarietà concreta dai partner Ue, nonostante le numerose richieste di ricollocamento ed il pressing affinché sia trovata una soluzione permanente. E così anche La Valletta ci molla. E si avvicina al grande sponsor di Sarraj: il presidente turco Recep Tayyp Erdogan. D’altro canto, era stato lo stesso premier tripolino, in una intervista a Lorenzo Cremonesi del Corriere della Sera, a mettere in risalto le ragioni del suo no alla missione europea: “L’obiettivo primario dell’operazione Irini – dice al Corriere – è fare rispettare l’embargo Onu contro l’invio di aiuti militari stranieri in Libia. La sua area d’operazione è il mare Mediterraneo. Ma ai nostri nemici le armi e munizioni arrivano principalmente via terra e aria. Questa è, in breve la nostra obiezione: i nostri porti saranno controllati, le nostre truppe penalizzate, mentre gli scali di Haftar saranno liberi di ricevere ogni aiuto e le sue milizie di utilizzare qualsiasi tipo di rinforzo militare”. Più chiaro di così…

Guerra totale

In Libia, l’unica legge che viene praticata è quella delle armi. E’ di almeno 2 civili morti e diversi feriti il primo bilancio dell’attacco a colpi di artiglieria nelle aree residenziali vicine all’aeroporto di Mitiga e Bab bin Ghashir, oggetto della caduta di più di 80 razzi Grad da parte delle forze del generale Khalifa Haftar. Lo rende noto l’Operazione vulcano di rabbia del Governo di accordo nazionale libico sulla sua pagina Facebook, pubblicando anche foto delle conseguenze dell’attacco.  Il serbatoio di carburante per jet all’aeroporto militare di Mitiga è stato “colpito”, ha riferito la Libya Oil Corp, citata dalla Reuters, precisando che i vigili del fuoco stanno combattendo con diversi incendi. Lo scalo si trova a 5 km ad est di Tripoli.

A loro volta, le forze fedeli al governo di al-Sarraj  “stanno preparando una terza offensiva” per espugnare la strategica base aerea Watiyah a sud ovest della capitale Tripoli controllata da 6 anni dal Lna  A riferirlo è la tv satellitare al Arabiya che cita fonti militari vicine all’uomo forte della Cirenaica.

Mercenari in campo

Ma che in Libia i semi di un imminente spargimento di sangue ci siano tutti, scrive Marco Orioles in un documentato report  per starmag.it l’ha dimostrato anche il rapporto redatto da alcuni osservatori della commissione sanzioni Onu, che hanno squarciato il velo sul mistero più trasparente degli ultimi tempi: la presenza sul campo dei mercenari russi del famoso Wagner Group. Nel rapporto ancora secretato ma di cui sono state diffuse alcune anticipazioni alla stampa, si stima che in Libia siano presenti dal lontano ottobre 2018 tra 800 e mille contractor di Mosca reclutati, oltre che nella madrepatria, anche in Bielorussia, Moldavia, Serbia e Ucraina. Il compito loro attribuito sarebbe di fornire supporto tecnico per la riparazione di veicoli militari, oltre che di partecipare alle operazioni di combattimento. Alcuni uomini della Wagner sarebbero inoltre attivi come team di cecchini, altri come unità di artiglieria, mentre di altri sarebbe messo a frutto lo specifico expertise nelle contromisure elettroniche. Ma il medesimo rapporto Onu – aggiunge Orioles – certifica anche un altro sviluppo inquietante del conflitto di cui si è parlato a lungo negli ultimi mesi: il reclutamento condotto da Mosca di militari dell’esercito regolare di Damasco e di combattenti di altre nazionalità che hanno combattuto nelle schiere di Assad in quell’altro carnaio che si chiama Siria. Si tratta di uno sviluppo che preoccupa in particolare gli americani, che a loro volto avrebbero verificato – scrive ancora Repubblica – “che fra i miliziani che partono per la Libia ci sarebbero anche combattenti filo-iraniani, addestrati in Siria da Hezbollah libanese o direttamente dagli iraniani”.

Turchi, iraniani, siriani, russi, emiratini, miliziani reclutati in ogni dove. Nel caos armato libico, tenere aperta un’ambasciata è un azzardo insostenibile.

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