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In Libia Erdogan punta sull'uomo forte di Misurata. E Sarraj ingoia il rospo

Il ministro dell'Interno del governo di Tripoli, Fathi Bishaga, è stato reintegrato dal presidente del Consiglio al-Serraj. E' stato congelato lo scontro interno al governo sostenuto dalle Nazioni Unite

Serraj e Erdogan
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

5 Settembre 2020 - 16.34


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Alla fine, il burattino ha fatto ciò che il burattinaio voleva. Il burattino libico e il burattinaio turco: Fayezal-Sarraj e Recepp Tayyp Erdogan. Il ministro dell’Interno del governo di Tripoli, Fathi Bishaga, è stato reintegrato nel suo incarico dal presidente del Consiglio presidenziale Fayez al-Serraj. E’ stato quindi congelato, per il momento, lo scontro interno al governo sostenuto dalle Nazioni Unite che aveva portato Sarraj (con l’appoggio del potente vice-presidente Ahmed Maitig) a sospendere Bishaga per il suo presunto ruolo ai danni del governo nella gestione di alcune proteste di piazza 3 settimane fa.
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In un messaggio postato sulla pagina Facebook del Consiglio presidenziale, Sarraj fa scrivere che “la sospensione del signor Fathi Bishaga, ministro dell’Interno, è revocata. Egli esercita le proprie funzioni a partire da questa data”. La “sospensione precauzionale” era stata annunciata venerdì sera: l’accusa – e il sospetto – di Sarraj era che Bishaga avesse lasciato campo libero ai manifestanti che protestavano contro corruzione e deterioramento delle condizioni di vita mentre miliziani filo-Sarraj erano intervenuti per disperdere le proteste anti-governative.
Bishaga era stato sorpreso dal provvedimento mentre era in Turchia, nuovo arbitro della situazione in Tripolitania grazie dell’appoggio militare che ha bloccato l’attacco a Tripoli del generale Khalifa Haftar, e aveva spiegato la sospensione anche con sue dichiarazioni contro la corruzione diffusa in tutte le istituzioni libiche. I frequentissimi black-out elettrici, gli stipendi pagati in ritardo e il crollo del dinaro libico sono stati tra gli elementi scatenanti delle proteste di cui viene preannunciata una ripresa per domani, venerdì islamico. Ma la contesa appare sul ruolo da attribuire alle formazioni armate. Il premier, pur ammettendo che andrebbero indebolite e inquadrate in strutture statali, vorrebbe venire loro incontro in virtù del tributo di sangue pagato nella guerra contro Haftar. Bishaga, pur essendo un patron di miliziani nella potente Misurata, sostiene invece che si debba smobilitare queste formazioni al più presto senza dare loro ulteriore forza. Analisti hanno visto nell’attrito anche un riflesso di referenze politiche incrociate con il ministro più vicino alla Turchia e Sarraj influenzato dagli Usa in un emergere di contrasti favorito dalla fine di un formidabile collante: l’assedio a Tripoli di Haftar ormai sulla difensiva a Sirte. Vista la minoranza numerica e qualitativa delle milizie che appoggiano Bishaga (soprattutto la Rada guidata dall’islamista-salafita Abdul Rauf Kara) rispetto a quelle tripoline o comunque filo-Sarraj (soprattutto la potente brigata Nawasi) fin dall’inizio analisti e diplomatici avevano definito improbabile che l’attrito potesse degenerare in scontri armati come quelli della guerra civile 2014 o dell’agosto-settembre 2018.
 
La verità è che in questi giorni sono continuati ad arrivare rifornimenti militari ad Est, soprattutto a Sirte e a Jufra, a sostegno del dispositivo militare del generale Haftar: la previsione di molti è che la tregua di queste settimane possa avere corto respinto, e che le milizie di Haftar prima o poi tornino ad attaccare quelle che difendono il governo di Tripoli.

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L’uomo del Sultano

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“L’unica cosa chiara nell’avanti-indietro del ministro dell’Interno libico Fathi Bashagha, l’altro giorno costretto dal premier Fayez al Serraj a dimettersi e ieri miracolosamente reintegrato, l’unica certezza in questa vicenda è chi ormai comandi a Tripoli: la Turchia – annota sul Corriere della Sera  Francesco Battistini -. Il Pentagono stima che siano 5 mila i mercenari siriani inviati da Ankara in Tripolitania, per rompere l’assedio del generale di Bengasi.   E una simile presenza si traduce in un peso politico di Erdogan che spiazza il ruolo d’ogni altro attore, Italia compresa. Bashagha, il vero uomo forte appoggiato dai turchi, da mesi una specie di primo ministro-ombra nel governo sostenuto dall’Onu, aveva approfittato degli ultimi successi militari su Haftar e della tregua firmata con i cirenaici, per rompere il fronte di solidarietà nazionale e attaccare la corruzione del governo Sarraj, cui lui stesso appartiene. Ultima goccia, i cortei di protesta organizzati da Bashagha: Sarraj aveva mandato le milizie a sparare sulla folla, che protestava per il carovita e per le scarse politiche anti-Covid, e il ministro aveva schierato i suoi uomini a difesa dei manifestanti. Troppo, anche per un re travicello come Sarraj. Che era riuscito per qualche ora a cacciare il rivale, mentre questi si trovava proprio in Turchia, e ha poi dovuto capitolare riassumendolo”.

Dietro lo scontro politico fra premier e ministro dell’Interno, sottolinea Battistini, “c’è la grande inimicizia fra le milizie tripoline, che Sarraj vorrebbe inquadrare nell’esercito, e quelle di Misurata fedeli al loro concittadino Bashagha, riluttanti a vestire una sola divisa nazionale e a condividere le armi coi miliziani Nawasi alleati di Serraj. Ma c’è soprattutto la gara fra Erdogan e i sostenitori euro-americani di Sarraj”

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E cosi, in questa guerra per procura, una cosa è certa. E a rimarcarlo su Internazionale, è il direttore di France Inter Pierre Haski: “Oggi la Libia è un simbolo del disordine mondiale. Le regole del gioco non esistono più. Per citare le dichiarazioni rilasciate all’inizio della settimana dal ministro degli esteri francese Jean-Yves Le Drian, viviamo ormai in un mondo ‘sempre più brutale, in fase di ricomposizione sotto l’effetto delle manovre delle potenze e dello smantellamento sistemico dei quadri normativi multilaterali’.  In altre parole siamo tornati alla legge del più forte, e sarà molto difficile rimettere ordine in questo caos crescente”.

E quando a regnare è la legge del più forte e a dare la linea è la “diplomazia delle armi”, allora ad averla vinta sono sultani, autocrati, presidenti-generali, dittatori di varia natura e latitudine, che della diplomazia dei diritti hanno fatto strame.

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