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Tripoli scarica Roma. Per Conte e Di Maio è la Caporetto del Mediterraneo

Vice presidente del Consiglio presidenziale libico, Ahmed Maitig, è andato all'attacco dell'Italia per il dialogo con Hafter avviato proprio mentre il generale attaccava la Tripolitania

Erdogan e Serraj
Erdogan e Serraj

Umberto De Giovannangeli

7 Maggio 2020 - 15.38


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Globalist lo ha documentato a più riprese: tra Sarraj e Roma è ormai rottura totale. Ed ora arriva il timbro ufficiale.

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“L’Italia non sa cosa vuole dalla Libia” e, “per mancanza di logica e di strategia politica, sta perdendo un partner nel Mediterraneo, sarà difficile recuperarlo in futuro”: ad affermarlo un’intervista a La Repubblica è il Vice presidente del Consiglio presidenziale libico, Ahmed Maitig, lamentando come “negli ultimi 24 mesi” l’Italia abbia fatto “tanti passi sbagliati” dopo che “per molto tempo dal 2011, ma anche per molti anni prima, l’Italia è stato il Paese europeo più vicino alla Libia, quello che lo conosceva meglio, che riusciva a tradurre le nostre complessità con l’Europa”.

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Maitig ha quindi rimarcato come “nel momento del nostro bisogno ci sono stati altri governi che si sono avvicinati e ci hanno aiutato”, sottolineando che non si tratta di “armi”. “Stiamo parlando dei momenti difficili che abbiamo passato, quando tanti paesi hanno capito che eravamo in un momento difficilissimo. Non c’è stato sostegno politico, in Italia non c’è stata attenzione alla partita”, ha precisato, sottolineando che “nel novembre 2019 l’attacco di Haftar aveva portato Tripoli quasi al collasso e proprio in quei frangenti leader politici italiani aprivano un dialogo con Haftar”.

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Fuorigioco

Alla domanda su un contrasto con Roma sull’utilizzo dell’ospedale militare di Misurata, Maitig ha risposto: “L’ospedale è stato molto utile durante guerra contro il terrorismo a Sirte. Ma da allora abbiamo visto molti passi indietro da parte del governo italiano. Questo ospedale o serve ad aiutare i cittadini libici e viene utilizzato appieno, oppure non ha senso. Durante questa crisi Covid, avevamo chiesto di occuparsi dei feriti libici che rientrano in Libia dall’estero per convalescenza e hanno bisogno di assistenza. Non ci hanno risposto. Abbiamo chiesto allora di trasformarlo in ospedale Covid. Non ci hanno risposto. Sono settimane che stanno esaminando le nostre richieste, ma sono mesi che non sanno cosa fare dell’ospedale”.

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“Sono molto triste di fronte a un governo italiano che non ha mosso i passi giusti nel momento in cui Tripoli è stata attaccata massicciamente. E continua a sembrare assente. Il governo italiano non ha una strategia chiara con la Libia”, ha concluso.

Nei giorni scorsi, lo stesso Maitig aveva sostenuto che l’operazione Irini dell’Unione europea – vanto del titolare della Farnesina, Luigi Di Maio – per monitorare l’embargo delle armi delle Nazioni Unite sulla Libia “non è sufficiente e trascura il monitoraggio delle frontiere aeree, marittime e terrestri orientali della Libia”. “L’Unione europea non ha consultato il nostro governo prima di prendere la decisione di avviare l’operazione che si affaccia sui confini orientali”, ha aggiunto Maitig durante un incontro con l’ambasciatore d’Italia a Tripoli, Giuseppe Buccino secondo quanto scrive l’ufficio informazioni del Gna in una nota. 

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Fuori dall’ufficialità, una fonte di Tripoli vicina ad al-Sarraj non nasconde a Globalist la delusione e l’irritazione del primo ministro verso quello che definisce “la diplomazia delle chiacchiere portata avanti dall’Italia nella fase decisiva del conflitto. Più volte il presidente Conte e il ministro degli Esteri Di Maio – spiega la fonte – ci hanno ribadito il loro sostegno, ma alle parole non sono seguiti i fatti. Non solo: sappiamo che Roma ha mantenuto aperti canali di comunicazione con il golpista Haftar. E questo non va affatto bene…”.

Il cerchiobottismo italiano porta al disastro ben fotografato dall’ex vice ministro degli Esteri, e profondo conoscitore della realtà libica e nordafricana, Mario Giro: L’abbiamo visto già in Siria e ora la storia si ripete: due potenze (una maxi e l’altra media) stanno prendendo progressivamente il controllo del Mediterraneo, mediante una sofisticata manovra competitiva e allo stesso tempo cooperativa tra i due. In Siria comandano Mosca e Ankara; dopo aver tentato un ruolo autonomo, l’Arabia Saudita si sta allineando; a Cipro (e ai suoi campi petroliferi offshore) non ci si può avvicinare senza il permesso turco; l’Egitto è preso in tenaglia e dovrà adeguarsi; Algeria e Tunisia hanno i loro problemi interni. La sponda nord (cioè l’Europa) lascia correre: non fa politica estera, non negozia, non riflette sul da farsi. Il problema è innanzi tutto italiano. Paradossale rammentare che eravamo il primo partner commerciale di Damasco e Tripoli: ora ci manderanno via, lentamente ma sicuramente. Presi dalla nostra ossessione migratoria non abbiamo visto ciò che accadeva: l’espansione strategica turca (che l’Italia stessa cacciò dalla Libia nel 1911) e il ritorno della Russia nel Mediterraneo”.

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Giggino ci prova

Per provare a ricostruire uno straccio di rapporto, “Giggino” ha alzato il telefono. La Farnesina ha fatto sapere che il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha avuto un colloquio telefonico con il presidente libico Serraj. Al centro della discussione la missione europea Irini e la situazione sul terreno in Libia. Il ministro degli Esteri ha rassicurato la controparte che la missione Ue “sarà equilibrata e bilanciata in tutte le sue componenti, navale, aerea e satellitare. Lo scopo dell’Ue non è quello di agevolare l’una o l’altra parte, ma fermare l’ingresso di tutte le armi nel Paese”.  

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Ma a Tripoli nessuno gli dà credito.

Misurata nel mirino

Un grosso incendio è scoppiato presso l’accademia dell’aeronautica a Misurata, in Libia, non lontano dal compound che ospita l’ospedale militare italiano. Lo riferiscono alcuni media locali che forniscono versioni diverse dell’accaduto.

Quelli vicini al generale Khalifa Haftar parlano di un raid dei caccia dell’Lna contro un deposito di munizioni e armi, mentre i media vicini al governo di Tripoli riportano la notizia di un incendio forse doloso. A quanto apprende l’Adnkronos, le fiamme hanno provocato danni all’edificio dell’accademia, mentre non ci sono danni al compound italiano. Ovunque in Libia gli scontri stanno aumentando di intensità. A Tripoli le truppe governative da giorni sono all’offensiva verso il confine tunisino e hanno rotto l’assedio della capitale. Dopo avere occupato l’aeroporto di Al Wattia, adesso puntano verso sud. Come risposta le brigate del generale Hafter ieri hanno tirato razzi contro il quartiere residenziale di Abu Salim, nel cuore della metropoli, uccidendo diversi civili. Un bombardamento che sembra annunciare la ripresa dell’assalto verso Tripoli.

Guerra totale

Entrambi gli schieramenti sono stati rafforzati dai loro alleati. Il governo riconosciuto dalle Nazioni Uniti viene sostenuto soprattutto dalla Turchia, che ha fatto sbarcare rifornimenti massicci. Fregate turche sono state osservate anche negli scorsi giorni a largo della zona dei combattimenti: una presenza che garantisce copertura contro attacchi aerei. In prima linea ci sono poi le milizie siriane addestrate da Ankara, che sono impegnate alla periferia della capitale. L’intervento di Erdogan nell’ultimo mese sembra avere spostato l’equilibrio delle forze in favore di Tripoli. Ma Haftar, che la scorsa settimana si è autoproclamato capo della Libia, non intende cedere. Emirati arabi ed Egitto stanno facendo arrivare rinforzi e armi sempre più sofisticate: ieri una squadriglia di Mirage emiratini è stata notata nella base egiziana più vicina al confine libico. E diventa sempre più concreto il rischio che il conflitto civile si trasformi in una guerra totale.

L’inferno delle prigioni

Per Fatou Bensouda, Procuratore generale della Corte penale internazionale (Cpi), che sta lavorando alla richiesta di nuovi mandati d’arresto, la violenza non è mai scemata, sul campo e nelle prigioni, in particolare nella regione di Tripoli. Dice Bensouda: “Le vittime di stupri e altre forme di violenza sessuale legate alla detenzione comprendono uomini, donne e bambini. Numerosi detenuti sono morti per le ferite riportate a causa delle torture e per le mancata garanzia di cure mediche adeguate e tempestive”.

In occasione di una riunione virtuale del Consiglio di sicurezza, Fatou Bensouda ha dichiarato che, un anno dopo l’offensiva contro la capitale da parte del Lna del generale Haftar, il suo ufficio era particolarmente preoccupato per “l’alto numero di vittime civili, in gran parte riportate come conseguenza di attacchi aerei e operazioni di bombardamento”. Ha aggiunto che il suo team “continua a raccogliere e analizzare informazioni su incidenti avvenuti durante il recente periodo di conflitto armato. Incidenti che possono costituire crimini ai sensi dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale”

La Procura ha sottolineato che le detenzioni arbitrarie sono un problema grave e costante in Libia: il problema non riguarda solo i migranti e i rifugiati, ma anche migliaia di altre persone nei centri di detenzione.

“Riconosciamo che la vita in Libia è terribilmente difficile per i libici così come per i rifugiati e i richiedenti asilo perché, oltre al conflitto armato, si sono aggiunte le restrizioni per fronteggiare l’emergenza del Covid-19”, gli fa eco Jein Paul Cavalieri, capo della missione dell’Agenzia dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) in Libia.

Nell’inferno chiamato Libia l’unica “diplomazia” che conta è quella delle armi.

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