Hanan Ashrawi: "Il nostro sogno? Un 25 aprile palestinese"

La dirigente dell'Olp è stata il volto e l’immagine internazionale della delegazione palestinese che avviò i negoziati di Oslo-Washington

Hanan Ashrawi

Hanan Ashrawi

Umberto De Giovannangeli 24 aprile 2020

Se c’è un luogo nel mondo dove la Resistenza è una pratica quotidiana, un impegno individuale e collettivo che segna da oltre mezzo secolo la storia di un popolo, quel luogo è la Palestina, “la resistenza per noi lottare contro una occupazione che marchia ogni momento del vivere quotidiano, che cancella diritti, che annienta speranze, che depreda un popolo non solo della sua terra ma della sua stessa dignità. La resistenza è parte fondamentale della nostra identità nazionale, un valore che si tramanda dai genitori ai figli. Resistere è vita, anche se per migliaia di palestinesi ha significato perderla la vita. Resistere significa immaginare un futuro di libertà. Ed è quello che è avvenuto in Italia con la resistenza al fascismo”. E’ stata il volto e l’immagine internazionale della delegazione palestinese che avviò i negoziati di Oslo-Washington. La prima donna ad essere nominata portavoce della Lega Araba. Più volte ministra dell’Autorità nazionale palestinese, parlamentare, paladina dei diritti umani nei Territori palestinesi, Hanan Ashrawi è una delle figure più rappresentative, e indipendenti, della dirigenza palestinese: tra i numerosi riconoscimenti ricevuti, ricordiamo il Mahatma Gandhi International Award for  Peace and Reconciliation e Sydney Peace Prize. In occasione del 25 Aprile, Hanan Ashrawi ha concesso questa intervista esclusiva a Globalist


Il 25 aprile l’Italia celebra la liberazione dal nazifascismo. C’è chi, settantacinque anni dopo, considera questa celebrazione qualcosa di andato, se non addirittura di divisivo. Vista dalla Palestina, che valore assume la parola “resistenza”?


“Un valore importantissimo, nobile, che racchiude la volontà indomita di un popolo a far valere le proprie ragioni, i propri diritti negati dall’occupazione israeliana. Così come ha un grande valore la parola ‘partigiani’. Perché è una violenza alla verità storica, affermare che in una guerra tutti pagano un prezzo e non è possibile distinguere l’oppresso dall’oppressore, la vittima dal i carnefice. Partigiano significa scegliere la parte con cui stare, abbracciarne le idee, battersi per essere anche a costo della propria vita. E’ quello che è avvenuto in Italia con la resistenza al nazifascismo, è quello che avviene da oltre mezzo secolo in Palestina, con la resistenza all’occupazione israeliana. E credo che sia un fatto molto importante che nelle manifestazioni del 25 aprile in Italia sia ricordata la resistenza palestinese. Anche noi sogniamo di festeggiare la nostra ‘Liberazione’”.


Palestina, terra di resistenza, con i suoi cicli storici, con i suoi alti e bassi.


“La storia non si ripete. Ciò che si reitera è l’occupazione israeliana, che nel corso degli anni si è fatta sempre più sistematica, asfissiante. Oltre trent’anni fa esplose una rivolta popolare contro l’occupazione, oggi dobbiamo fare i conti con qualcosa di più strutturato di un’occupazione: dobbiamo lottare contro un regime di apartheid instaurato nei Territori, contro la pulizia etnica portata avanti a Gerusalemme Est nei riguardi di centinaia di migliaia di palestinesi. Trent’anni fa quella rivolta portò al centro dell’attenzione internazionale la causa palestinese, oggi, sbagliando, le priorità in Medio Oriente sembrano essere altre. Resta la rabbia, , e la difficoltà a trasformare quella rabbia, diffusa, radicata, in un progetto politico e di lotta”.


I giovani palestinesi sembrano non riconoscersi in nessuna fazione politica né in un leader carismatico.


”Questo problema esiste e investe responsabilità nostre che non vanno celate. Hanno pesato e molto le divisioni tra le varie forze presenti nel campo palestinese, in particolare quelle tra Fatah e Hamas, divisioni che hanno indebolito la causa palestinese a livello internazionale, e alimentato il distacco tra i giovani e coloro che avrebbero dovuto guidarli. Che i giovani non si riconoscano nei partiti tradizionali non mi pare essere solo un problema palestinesi, voi europei ne sapete qualcosa…Di certo si doveva e si deve fare di più per rendere possibile l’emergere di una nuova classe dirigente, il che, dal mio punto di vista, significa soprattutto valorizzare le esperienze che sono nate all’interno della società civile palestinese, associazioni, gruppi, dove forte è la presenza delle donne, che rappresentano una ricchezza che non va dispersa. Vede, nella prima Intifada, c’è sempre stata la determinazione a contrastare l’occupazione israeliana e al tempo stesso a costruire lo Stato che non c’è: lo Stato di Palestina, rafforzando la nostra identità nazionale, trasmettendo alle nuove generazioni il senso di una storia e di una cultura che facevano di noi una Nazione e non solo un popolo. Oggi dobbiamo recuperare quello spirito per fare di una rivolta una nuova Intifada”.


Non è dunque  solo un problema di strumenti di lotta.


”So cosa vuole intendere e già in passato abbiamo avuto modo di discutere di questo. Questi trent’anni hanno rafforzato in me la convinzione che esiste una ‘terza via’ tra rassegnazione e deriva militarista. E’ la via della disobbedienza civile, della resistenza popolare non violenta. So bene che è una via difficile da praticare, ma non ne conosco altra migliore”.


Della Resistenza, le donne palestinesi sono state protagoniste, soprattutto nella prima Intifada. Cosa significa essere donna in Palestina e che contributo specifico le donne palestinesi hanno portato alla Resistenza?


“Essere donna in Palestina significa essere parte di un movimento di liberazione nazionale e al tempo stesso battersi per il superamento dei caratteri più opprimenti di una società patriarcale. Ecco, se dovessi operare una sintesi, direi che le donne palestinesi lottano per una doppia liberazione. E fanno questo dovendosi occupare di mandare avanti famiglie con tanti bambini e spesso da sole perché il marito o il figlio più grande sono in un carcere israeliano. Le donne sono state protagonisti della rivolta popolare protagoniste di quella rivolta, partecipando alle manifestazioni, con una determinazione che spiazzò gli stessi uomini. Lei mi chiede di un contributo poco sottolineato sia nelle cronache di quegli anni sia negli annali di storia. Le rispondo così: una grande concretezza. E la volontà di costruire qualcosa che restasse nel tempo. Forse perché la donna crea il futuro dando la vita ai figli, fatto sta che in quegli anni ricordò che le donne si preoccupavano che i propri bambini non fossero solo al sicuro ma che ricevessero una istruzione. Molte erano le maestre, le donne che insegnavano nelle scuole o all’università, e io sono tra queste. Una delle misure che l’esercito israeliano prendeva per prima dopo aver occupato una città, era di chiudere le scuole e le università. E non perché fossero covi di terroristi, ma perché l’istruzione, la cultura sono parte fondamentale di una identità nazionale che s’intendeva cancellare. Ricordo che facevamo lezione nelle case private, nei garage, ovunque fosse possibile. Ecco, questa sensibilità a far crescere un germoglio di speranza anche nel deserto di una occupazione, è qualcosa che le donne hanno portato nel movimento di resistenza”.


Israele ha un nuovo Governo, il Governo Netanyahu-Gantz.


Un Governo dell’annessione, che ha sposato le politiche peggiori della destra israeliana. D’altro canto, Netanyahu e Gantz su un punto si erano dichiarati già da tempo totalmente d’accordo: cancellare la questione palestinese sposando il cosiddetto ‘Piano del secolo’ partorito dall’amministrazione Trump, che altro non è che la morte certificata della soluzione a ‘due Stati’ e il via libera a Israele per l’annessione della Valle del Giordano e di altre parti della Cisgiordania. Chi si appresta a governare Israele non mette in discussione la colonizzazione dei Territori occupati. Le destre israeliane non la mettono in discussione e non certo per un problema di sicurezza: è che la cultura che le permea è quella militarista, e l’ideologia che sottende ogni loro atto di governo è quella del Grande Israele, del quale gli insediamenti sono parte fondante e i coloni una sorta di nuovi pionieri. E la mentalità colonizzatrice è propria, aldilà dei toni meno messianici, dello stesso Gantz. Il nascente Governo israeliano si appresta a fare un passo distruttivo di portata epocale. Un passo senza ritorno:  dall’apartheid all’annessione. E’ l’istituzionalizzazione di un’occupazione. In disprezzo totale della legalità internazionale, delle risoluzioni Onu, del pronunciamento contrario della stragrande maggioranza degli Stati membri delle Nazioni Unite, della Road map del Quartetto per il Medio Oriente (Usa, Onu, Russia e Ue), ndr), degli stessi accordi di Oslo. Così come né Netanyahu né Gantz intendono mettere in discussione le odiose punizioni collettive che da oltre 13 anni Israele infligge alla popolazione di Gaza. La situazione nella Striscia è sempre più tragica: il 38% della popolazione vive in povertà assoluta; il 54% soffre per insufficienza alimentare; il 39% dei giovani sono senza lavoro; oltre il 90% dell’acqua non è potabile. Certo, in Israele esistono ancora personalità che contrastano questa ideologia colonizzatrice e questa pratica militarista,  ma la loro sembra essere una testimonianza, coraggiosa certamente, ma purtroppo  minoritaria. E’ come se avesse vinto un ‘pensiero unico’, per il quale i palestinesi se non un pericolo sono un ingombro, ‘gente’ e non un ‘popolo’ al quale riconoscere una storia, una identità nazionale, oltre che il diritto ad uno Stato. Non è solo un problema di territori da restituire, è anche altro, e per certi versi di più…”.


A cosa si riferisce?


”A una rilettura critica della propria storia nazionale, a una rimessa in discussione di alcuni miti che sono stati a fondamento dello Stato d’Israele e che hanno accompagnato la sua esistenza. Vede, ricordo ancora quanto ebbe a dire Golda Meir in un suo celebre discorso: “la Palestina è una terra senza popolo per un popolo senza terra”. In quella narrazione, che veniva da una leader laburista, noi semplicemente non esistevamo, eravamo una entità indefinita e indefinibile. Del tempo ne è passato da allora, eppure credo che questa idea non sia stata bandita dal ‘pensiero unico’ israeliano. E per tornare alla parola ‘resistenza’, la nostra è anche una resistenza culturale”.


Cosa resta da fare ai palestinesi?


”Non cedere alla rassegnazione né illudersi che esista una scorciatoia militare per veder riconosciuti i nostri diritti. Resto convinta che tra rassegnazione e vendetta esista una terza via: quella della resistenza popolare non violenta, della disobbedienza civile, del rafforzamento di campagne internazionali come quella per il boicottaggio dei prodotti che vengono dalle colonie israeliane. Inoltre, dobbiamo portare le nostre ragioni in ogni organismo internazionale, a cominciare dalla Corte penale dell’Aja. Dobbiamo esigere giustizia e chiedere che Israele finisca di considerarsi al di sopra della legalità internazionale. Non c’è Paese al mondo che abbia fatto carta straccia di risoluzioni Onu come Israele”.


Ottocento personalità israeliane hanno rivolto un appello all’Europa perché riconosca lo Stato di Palestina. L’Europarlamento si è espresso in tal senso, così come diversi Parlamenti europei. In Italia c’è stata polemica per la scelta del Governo di sostenere due mozioni della maggioranza in contraddizione tra loro. Qual è in proposito la sua opinione?


R)”Sinceramente ci attendevamo una posizione più netta, meno “machiavellica”. Di fronte alle chiusure d’Israele e all’annessione dichiarata di Territori occupati, porre delle condizioni per riconoscere lo Stato palestinese è come voler rimandare a un tempo indefinito una scelta politica che serve nel presente. Per questo, ritorniamo a chiedere al Governo italiano di riconoscere lo Stato palestinese senza condizioni. E’ un atto di giustizia, è un contributo importante per chi ancora si batte per una pace giusta e duratura in Palestina. Una pace tra pari. Non è più tempo di rinvii”.