Gaza e Rojava per non dimenticare le sofferenze che si vogliono oscurare

La kefiah non è più di moda, le guerrigliere curde non tirano più. E poi, ai tempi de coronavirus gli “eroi” di un tempo possono diventare gli “untori” del futuro.

Combattenti curdo-siriane delle Ypj

Combattenti curdo-siriane delle Ypj

Umberto De Giovannangeli 22 marzo 2020
L’innamoramento mediatico è durato qualche giorno. Poi il silenzio, L’oblio. Dimenticati. La kefiah non è più di moda, le guerrigliere curde non tirano più. E poi, ai tempi de coronavirus gli “eroi” di un tempo possono diventare gli “untori” del futuro. E allora, che restino segregati in una prigione a cielo aperto, isolata dal mondo. Due primi casi di Coronavirus sono stati confermati nella Striscia di Gaza, sollevando gravi timori per uno dei luoghi più sovraffollati della Terra. Le due persone contagiate sono palestinesi tornati giovedì dal Pakistan attraverso l'Egitto. Sono stati posti in quarantena al valico di Rafah, ha reso noto il ministero della Salute a Gaza.
Dimenticati
Scuole, mercati pubblici e sale per eventi sono stati chiusi a Gaza nelle ultime due settimane per ridurre al minimo il rischio di trasmissione del coronavirus. L'exclave costiera, che misura 375 chilometri quadrati (145 miglia quadrate), ospita circa due milioni di palestinesi e i tassi di povertà e disoccupazione sono elevati.  Il ministero dello sviluppo sociale nella Striscia di Gaza ha dichiarato, proprio giovedì scorso, che i tassi di povertà e disoccupazione a Gaza hanno raggiunto quasi il 75% nel 2019, mentre il 70% della popolazione soffre di insicurezza alimentare. Questo - a giudizio di molti osservatori e delle organizzazioni umanitarie - è il risultato delle “pratiche israeliane aggressive che sono aumentate dopo la Seconda Intifada, scoppiata nel 2000 e che ha privato migliaia di palestinesi del loro lavoro”. Imposizione che ha impedito all’economia palestinese di “creare nuovi posti di lavoro”. Il 97% di tutta l'acqua di Gaza non è adatta al consumo umano, secondo l'Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità), il che pone un interrogativo estremamente urgente: come potrebbero gli ospedali di Gaza affrontare l'epidemia di Coronavirus quando, in alcuni casi, l'acqua pulita non è nemmeno disponibile allo Al-Shifa, l’ospedale più grande di Gaza?  Anche nei casi in cui l’acqua è disponibile, i medici, gli infermieri ed il personale sanitario non sono in grado di sterilizzare le mani a causa della pessima qualità di quest’ultima.  Il gel disinfettante per le mani è sempre stato quasi introvabile; le norme igieniche basilari sono spesso disattese per cause di forza maggiore; l’elevatissima densità di popolazione e le abitudini sociali quali ad esempio le frequenti strette di mano rendono Gaza un luogo nel quale il virus si diffonderebbe in maniera incontrollata nel giro di un paio di settimane. Il sovraffollamento degli ospedali, la carenza di macchinari per la ventilazione meccanica e di posti letto in terapia intensiva, l’inquinamento e le conseguenti patologie che affliggono una gran parte della popolazione gazawa che risulta malata ed immunodepressa, porterebbero ad una mortalità esponenzialmente più elevata rispetto al resto del mondo.
I Palestinesi esistono per i media solo quando si trasformano in “shahid” (martiri), quando diventano una minaccia per la sicurezza d’Israele. Altrimenti, non esistono.
I curdi, questi sconosciuti
Così come sono tornati nel dimenticatoio i curdi siriani. Sembra passata una eternità da quando i giornali o i salotti televisivi facevano a gara nel narrare la storia, con tanto di foto, delle belle guerrigliere curde che avevano combattuto contro i tagliagole stupratori dell’Isis e poi contro i tagliagole stupratori qaedisti arruolati dal “Sultan” di Ankara, il presidente Recep Tayyp Erdogan, per fare pulizia etnica nel Rojava. Come spiega ad Altreconomia Ofe, volontaria della Mezzaluna rossa curda e rifugiata del campo profughi di Shehba, nel Nord-Ovest del Paese non ci sono i mezzi per rispondere a una possibile emergenza da Coronavirus. “Non abbiamo mascherine o prodotti sanitari di base, non ci sono laboratori in cui analizzare i tamponi, né centri specializzati in cui isolare i pazienti che potrebbero risultare positivi. Sono state prese alcune misure precauzionali, ma non sono sufficienti. Il campo è sovraffollato per cui anche solo imporre delle distanze di sicurezza è impossibile”. Dal dicembre scorso al marzo di quest’anno circa un milione di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case e a trovare rifugio nei campi profughi del Nord-Ovest a causa degli scontri tra le forze governative -supportate da Russia e Iran- e le milizie filo-turche per il controllo di Idlib. “Gli aiuti umanitari non riescono a raggiungerci. Siamo abbandonati a noi stessi”.
A temere gli effetti del contagio da Coronavirus è anche l’Amministrazione autonoma del Nord-est della Siria, spiegano dal Rojava Infomation center (Centro informazioni del Rojava, Ric). A minare ulteriormente le capacità di risposta delle autorità curde è stata prima di tutto l’occupazione di una parte del Rojava a seguito dell’operazione “Sorgente di pace” lanciata il 9 ottobre da Ankara. Attualmente la fascia di territorio compresa tra Til Temer e Ain Issa è controllata dalle milizie filo-turche ed è inaccessibile per la popolazione curda. “La Turchia ha bombardato l’unico ospedale capace di analizzare i tamponi per il Coronavirus in tutta l’area e non possiamo più raggiungere le strutture presenti nella zona di confine con la Turchia. L’unico modo per sapere se un soggetto è positivo o meno è inviare il test a Damasco e attendere una risposta, ma aiutare l’Amministrazione autonoma non è tra le priorità del regime siriano. Per Assad noi siamo il nemico”. Fino a metà marzo l’Amministrazione è riuscita a far arrivare nella capitale siriana solo quattro tamponi, un risultato molto deludente se si pensa che in Rojava vivono almeno due milioni di persone. “I test sono praticamente fermi e anche se alcuni dottori ci dicono che secondo loro ci sono già dei casi nel Nord-est non abbiamo modo di saperlo con certezza”. Tutto ciò avviene nel disinteresse della comunità internazionale.
Gaza, Rojava: per non dimenticare. Per non dimenticare che anche ai tempi del Coronavirus esistono oppressi e oppressori, vittime e carnefici.