L’ottavo anniversario della proclamazione unilaterale di indipendenza da parte del Kosovo è stato segnato dalle scene che ormai a Pristina sono diventate tristemente abituali: lancio di gas lacrimogeni dell’emiciclo del Parlamento, seduta sospesa, interventi della polizia. [/b]E la tensione minaccia di alzarsi ancora: Albin Kurti, leader del “Movimento di autodeterminazione” che continua a provocare uno scontro frontale con il governo, dice che “il solo modo per salvare questa nazione è di applicare misure ancora più radicali, forse la gente rimarrà scioccara ma per ottenere grandi risultati bisogna assumersi grandi rischi”.
[b]Kurti ed i suoi paralizzano le atttività parlamentari ormai da ottobre , e gli appelli alla calma delle ambasciate occidentalie della cosiddetta “comunità internazionale” sono caduti nel vuoto, a Pristina si ripetono manifestazioni di protesta contro disoccupazione e carovita a le opposiziono non vogliono assolutamente che sia applicato l’accordo raggiunto a Bruxelles sull’istitituzione di Comuni a maggioranza serba nel Nord della regione, con questo bloccando l’intero processo delle trattative.
Altri cortei vengono annunciati per oggi, e la polizia si prepara a nuovi probabili scontri, ma Kurti annuncia azioni ancora più eversive: “Siamo assolutamente delusi – dice nell’intervista ad un’agenzia di stampa – Il Kosovo non è quello che abbiamo sognato “. Nella regione che volle farsi Stato – e ancora oggi non è riconosciuta da cinque Stati dell’Unione europea – vivono quasi 1 milione e 800 mila persone, che per il 70 per cento hanno meno di 35 anni di età, la disoccupazione è fra le più alte d’Europa e sfiora il 40 per cento, nei mesi scorsi i kosovari parvero anticipare la grande ondata di migrazione dal Medio Oriente cercando di scappare il massa, e quas 100 mila persone sono state rimandate indietro da Germania ed Austria. I gruppi estremisti della “Jihad” si sono impiantati nel Paese e sono già decine i kosovari morti combattendo nelle guerre di Siria ed Iraq.
In questo quadro di devastazione, un governo molto instabile continua a inseguire il sogno sempre più fumoso di un’adesione alla UE anche se su molti dei suoi esponenti pesa la spada di Damocle del nuovo tribunale speciale istituito all’Aja per giudicare i crimini commessi dall’ UCK, l’armata di liberazione del Kosovo che oggi fornisce alla regione gran parte della classe politica. Due mesi fa Pristina ha dovuto incassare la prima grave sconfitta politica della sua giovane storia quando l’Unesco ha respinto la sua domanda di ammissione. Solo Hashim Thaci, già primo ministro ed oggi responsabile degli Esteri continua a sostenere che “esiste ancora la speranza, il Paese sta cambiando ed non abbiamo bisogno di scontri ma di andare avanti assieme, questo è un Paese super dinamico”. Anche lui però rischia di essere coinvolto nell’indagine sul traffico di organi espiantati a forza a prigionieri serbi e rom.
In questo clima da vigilia di guerra civile, le zone serbe del nord hanno rialzato la testa: a Kosovska Mitrovica, ancora divisa in due da un ponte , la parte ortodossa della città è coperta da bandiere serbe e graffiti filo-russi, uno di questi dice :”Il Kosovo è Serbia, la Crimea è Russia”, mentre un “murale” mostra il presidente russo Vladimir Putin che cammina sullo sfondo di una Casa Bianca in fiamme. Il presidente dell’assemblea comunale Ksenija Bozovic ripete che i serbi del Kosovo “guardano al governo di Belgrado per risolvere i loro problemi” . L’accordo sulle municipalità sembrava aver aperto la strada a una soluzione, ma adesso i moti di Pristina seminano nuova inquietudine. Insomma, in questo anniversario c’è davvero poco da celebrare.
Fonte: AFP