Turchia-Ue: chi ha vinto?
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Turchia-Ue: chi ha vinto?

Erdogan ha ottenuto da una Ue con l’acqua alla gola di bloccare i flussi di migranti in cambio di milioni, zone cuscinetto e abolizione di visti.<br>

Turchia-Ue: chi ha vinto?
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redazione Modifica articolo

8 Ottobre 2015 - 23.25


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Il presidente turco, Recep Tayyp Erdogan nei giorni scorsi ha avuto diversi colloqui con i leader europei sulla crisi dei rifugiati,e tutti costoro si sono dichiarati solidali con lui per unire le forze e governare il flusso di profughi verso l’Europa. E nelle circostanze attuali, sia pure fra le molte difficoltà incontrate, Erdogan sembra tornato a casa con le carte vincenti.

Fino a questo monento, la UE non è riuscita ad offrire la giusta risposta alla crisi dei rifugiati, e la Turchia l’ha “avvertita” che presto i profughi potrebbero diventare 3 milioni , cosa che a Bruxelles ha fatto scattare l’allarme rosso . E di fronte ed una simile prospettiva l’Unione, pur conoscendo Erdogan come una persona difficile con cui negoziare, si è linitata a chiedergli: cosa vuole per mantenere i rifugiati nel suo paese?

Erdogan ha risposto: più soldi , una zona di sicurezza a nord della Siria dove reinsediare i rifugiati ed una “no fly zone” lungo il confine Turchia-Siria. Inoltre, nell’ambito del possibile ‘patto’ , il presidente è tornato a premere perché venga abolito l’ obbligo di visto per i turchi in viaggio verso l’Europa. Vuole anche che l’Unione europea consideri ufficialmente la Turchia come un”paese terzo sicuro”, in modo da fornire un’imbiancatura alle politiche sempre più repressive di Ankara ed a far dimenticare il deterioramento dei diritti umani e delle libertà dei media.

“L’Europa deve gestire al meglio i propri confini. Ci aspettiamo che la Turchia faccis lo stesso – ha detto Donald Tusk, il presidente del Consiglio europeo, dopo i colloqui con Erdogan – la situazione in cui centinaia di migliaia di persone sono in fuga dalla Turchia verso l’Unione europea deve essere fermata”. Ed Erdogan aveva una risposta anche a questo.

Al Consiglio della UE , il nuovo sultano ha spiegato chela Turchia attualmente ospita 2, 5 milioni di profughi dalla Siria[b/], il che e in base alle rispettive popolazioni (Turchia 45 milioni, UE 500 milioni di persone) equivale a dieci volte l’accoglienza dell’Unione ospitato. E questo la autorizza a reclamare qualche diritto. [b]Erdogan in altre parole è in possesso della chiave per fermare i profughi , e questo gli dà una posizione forte nei negoziati con la UE che ha mostrato debolezza assoluta nel trattare il grave problema. Ma adesso, cosa potrà fare l’Unione con il prezioso alleato turco?

Può dargli molti soldi, naturalmente. Forse potrà organizzare colloqui per zona cuscinetto a nord della Siria, come ha detto Tusk dopo l’incontro con Erdogan. Ma poi. che altro? Da questo punto di vista con tutte le parti coinvolte nel conflitto in Siria è difficile dire che l’UE abbia alcuna capacità di negoziare il futuro patto con la Turchia, soprattutto perché sembra che a nessuno importi che cosa accadrà con i paesi UE invasi dai rifugiati. Dunque, è più utile porsi la domanda opposta: adesso che altro potrà fare Erdogan?

La Turchia potrebbe ricorrere all’articolo 5 del trattato NATO, che richiede agli altri membri dell’Allenza di accorrere in sua difesa, in risposta alle violenze da parte dei curdi, che, d’altra parte sono considerati da Washington più affidabile – anzi, il solo affidabile – alleato contro IS ? E quale potrebbe essere la risposta di Washington a questo tentativo?
Tutto come vedere diventa rischioso, e la situazione potrebbe andare in direzioni diverse per la Ue come anche per la Turchia, che si sta avvicinando a nuove elezioni generali fissate per il 1 ° novembre.

Erdogan pensa di poter ripristinare la maggioranza in Parlamento perduta alle elezioni di giugno contando sulle voci nazionalistiche, a causa dell’ instabilità politica e della minaccia di attacchi terroristici, ma quei voti potrebbero facilmente andare all’opposizione che sosteene la stabilità dopo tanti torti imputati al presidente. Specie in politica estera. Era il 2013, quando Erdogan venne in Kosovo, a Prizren, e disse: “Tutti noi apparteniamo ad una storia comune, ad una cultura comune, da una comune civiltà; noi siamo fratelli in quella struttura. Non dimenticate, la Turchia è Kosovo, il Kosovo è Turchia! Qui mi sento a casa “. Le sue parole causarono furore tra politici serbi, e non solo serbi.

Le reazioni infatti si estesero in Austria, dove Heinz Christian Strache, leader del Partito della Libertà estrema destra, rispose che “ ‘a Turchia non è Kosovo, né il Kosovo è Turchia.”Abbiamo combattuto per questo diversi secoli fa, e le cose dovranno sempre rimanere così . Dapprima Erdogan ha minato le società europee con una massa di cittadini che lui chiama ‘i suoi soldati,’ e ora esprime apertamente pretese territoriali di un paese sovrano europeo, la Serbia .Questo è assolutamente inaccettabile.”.Ed Ankara aveva appena parlato di “zero problemi in politica estera”.

Da quel “zero problemi” in realtà la Turchia di Erdogan è rapidamente passata ai mille problemi, come scrisse Yavuz Baydar (Al Monitor) citando il Centro politica bipartisan di Washington. Prima Ankara ha chiesto la cacciata di Assad della Siria, poi ha rifiutato di riconoscere la legittimità del nuovo governo militare egiziano, in seguito ha interrotto i rapporti diplomatici con Israele, irritato l’Iran con l’ accettazione di un impianto radar della NATO ed il sostegno ai ribelli siriani, ha litigato con il governo di Baghdad, ha fatto infuriare gli Stati chiave del Golfo con il suo sostegno per il movimento dei Fratelli Musulmani in tutta la regione, si è alienata l’Europa con accuse infondate e teorie del complotto.
E dopo tutto questo, la Turchia imbocca la strada più lunga e tortuosa strada per raggiungere il suo più arduo ma più realistico destino , ovvero l’Unione europea? Potrà anche sembrare strano, ma la saggezza strategica dice che non c’è nessun altro posto dove andare.

Nel frattempo, molte cose sono successe nella regione. Il partito Giustizia e Sviluppo (AKP) d Erdogan aveva riscosso un grande successo nel 2012 ottenendo anche il voto di un numero considerevole di curdi religiosamente conservatori , che prima avevano seguito i loro partiti o si erano semplicemente rifiutati di votare. Allora, AKP aveva offerto un messaggio religioso che piaceva a questi elettori, ed a quel tempo Erdogan era un sostenitore dei negoziati tra Ankara e curdi , in particolare con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan vietato (PKK), con un occhio verso la fine della lunga insurrezione armata contro lo Stato turco.

Con l’ accordo di pace del 2013 tutto questo sembrava essere raggiungibile, ma poi la crescente autonomia curdi nel nord della Siria (dove adesso chiede la zona cuscinetto per il reinsediamento dei rifugiati siriani) ha reso Erdogan un ‘po’ preoccupato. Da quel momento ha iniziato a cercare un modo per soffocare il processo, tra cui presumibilmente anche il sostegno dell’ IS. Ricordate Jo Biden , vice presidente Usa, quando diede la colpa alla Turchia e per l’inserimento dell’ IS in quei territori?

Per questi errori AKP ha pagato un costo pesante, che è andato tutto a beneficio del Partito democratico del popolo kurdo (HDP), che ha superato la soglia del 10 per cento ed oggi siede in Parlamento. E questo è stato il fattore singolo più grande che è costato al partito islamico maggioranza alle elezioni di giugno. Alla fine di luglio, poi, la Turchia ha dichiarato che stava per unirsi alla lotta contro la IS, ma in realtà in questa ‘lotta’ vede l’opportunità di combattere il Pkk curdo. E questa è stata la dei successi precedenti, o meglio l’ addio ai voti dei curdi conservatori.

Secondo alcuni sondaggi citati dal Regno Unito il supporto per le decisioni del partito AKP sono scivolate di 1,6 punti da elezioni di giugno . Oggi la formazione islamica sarebbe al 39,3 per cento, valuta un’ inchiesta del sondaggista Geyici, e questo mette in dubbio le possibilità di AKP di formare un governo monocolore party dopo le votazioni del 1 novembre. Il centro-destra con radici islamiche fondato da Tayyip Erdogan ha perso la sua maggioranza per la prima volta da quando è salito al potere nel 2002, quando ottenne il 40,9 per cento dei voti.

Se le elezioni di novembre seguianno i sondaggi, in Turchia non cambierà nulla : AKP manterrà un forte potenziale, ma all’indomani delle elezioni di giugno si potrebbe ripetere la crisi politica. Secondo gli analisti di Alaraby, questa volta il presidente potrà soltanto invocare la violenza in alcune parti delle zone curde come scusa per non tenere conto de responso delie urne, che molto probabilmente sarà favorevole ad HDP.

 Ancora una volta, è non è un fatto minore, gli Stati Uniti difendendo l’unico alleato affidabile potrebbero desiderare un “cambio di gioco” nei calcoli elettorali e dunqe nel regno di Erdogan , definito ormai da alcuni anni come araldo del “neo ottomanesimo”, cosa che non gli dispiace . Ed a ben vedere, questa situazione è anche la carta più forte della UE in vista del prossimo vertice con la Turchia .

A Bruxelles, presidente turco e leaders dell’UE hanno convenuto di mettere a punto nei prossimi giorni un piano d’azione per far fronte alla crisi dei rifugiati. La bozza di documento comprende proposte come: un miliardo di euro per quest’anno e per il prossimo come aiuto alla Turchia per affrontare rifugiati dalla Siria e Iraq; il reinsediamento di alcuni rifugiati che già si trovano in Turchia; il rafforzamento della guardia costiera turca per aiutarla ad affrontare i contrabbandieri: lo studio di nuovi requisiti per i visti per i turchi che viaggiano verso la UE.

In cambio, la Turchia dovrebbe adottare diverse misure, tra cui nuove procedure di asilo, privilegiando “l’apertura dei sei centri di accoglienza per profughi costruiti con il cofinanziamento dell’UE”. Resta da capire se quest basterà adr Erdogan per vincere sul piano nazionale, e se in questo modo l’Unione potrà davvero ottenere il controllo sulla crisi dei rifugiati.

(Marina Ragush)

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