Macedonia: a Skopje clima rovente
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Macedonia: a Skopje clima rovente

Grande manifestazione nella capitale per chiedere le dimissioni di Gruevski, mentre i Paesi confinanti rispondono alla possibile “escalation” di disordini e violenze <br>

Macedonia: a Skopje clima rovente
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18 Maggio 2015 - 20.18


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Decine di migliaia di persone si sono riunite ieri nel centro della capitale macedone di Skopje per chiedere le dimissioni del primo ministro conservatore Nikola Gruevski. La protesta segue alla diffusione di una nuova enorme quantità di conversazioni intercettate illegalmente, dovuta all’iniziativa del capo dell’opposizione socialdemocratice, Zoran Zaev il quale sostiene che dietro l’iniziativa c’era il primo ministro.

I servizi segreti avrebbe registrato illegalmente le conversazioni di oltre 20mila cittadini, e adesso i macedoni pretendono di svelare la corruzione ai livelli più alti di
governo, compresa la cattiva gestione di fondi, in donzionamenti dei processi contro gli avversari e persino qualche tentativo di insabbiare degli assassinii. Zaev ha detto quelle conversazioni gli sono state consegnate da “patrioti”nel servizio di intelligence interna,e adesso esige la formazione di un governo tecnico che organizzerà nuove elezioni, anche se Gruevski continua a respingere con rabbia queste accuse.

Da Belgrado ad Atene, passando per Pristina, Sofia e Tirana, arrivando fino a Bruxelles e Mosca, la crisi macedone continua ad allarmare i governi ed i recenti avvenimenti spingono i governi dei vicini d’area, e non solo, a prendere delle contromisure per evitare di essere colti impreparati in caso la crisi macedone dovesse assumere dimensioni più ampie.

Tutti i Paesi hanno provveduto a rinforzare i presidi militari alle frontiere con la ex Repubblica jugoslava di Macedonia (FYROM), anche per evitare che la fuga di cittadini dal Paese possa trasformarsi in un fenomeno incontrollabile e divenire presto una tragedia umanitaria.
Il governo di Belgrado, già nella giornata successiva all’attacco terroristico di sabato 9 e domenica 10 maggio avvenuto a Kumanovo, aveva inviato circa 500 uomini della gendarmeria, un corpo speciale di polizia, nel Sud del Paese, al confine con la Macedonia. I rappresentanti politici, il premier Aleksandar Vucic in primis, hanno subito dichiarato come non ci sia alcun pericolo per la Serbia e che l’invio di nuove forze al confine serbo-macedone è stata una mossa preventiva e finalizzata a monitorare eventuali passaggi illegali di cittadini provenienti dall’area di Kumanovo.

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Simile la reazione della Bulgaria. Il premier Bojko Borisov e i membri dell’esecutivo hanno, nei giorni scorsi, affrontato la crisi macedone in parlamento. Anche Sofia ha provveduto tempestivamente ad inviare soldati al confine orientale del Paese.

Il ministro degli Esteri bulgaro Daniel Mitov in una conversazione telefonica con il suo omologo macedone Nikola Poposki ha spiegato come Sofia consideri di fondamentale importanza la stabilità politica della Macedonia e la salvaguardia della sua territorialità.

Il ministro bulgaro ha poi sottolineato come la mancanza di un dialogo tra le forze politiche al governo e i rappresentanti dell’opposizione non faccia altro che alimentare l’instabilità e dare un vantaggio ai gruppi che mirano a destabilizzare il contesto politico e sociale del Paese.

A detta di Mitov l’attuale crisi politica interna necessita di azioni responsabili da parte del governo al fine di riportare la fiducia dell’opinione pubblica nel lavoro delle istituzioni.

Egli ritiene necessario ripristinare lo stato di diritto ed indagare in maniera trasparente sugli eventi in corso.
Dalla Grecia è arrivato un messaggio che non si discosta di molto da quello bulgaro.

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Il portavoce del ministero degli Esteri ellenico Konstantionos Koutras, spiegando i problemi che affligono la Macedonia, individuati nel mal funzionamento dello Stato di diritto, nel rispetto dei diritti umani e nelle relazioni di buon vicinato ritiene di massima urgenza il ripristino di questi temi.

Il governo di Skopje è stato, così, invitato a mostrare uno spirito autocritico che miri ad una risoluzione immediata della crisi politica. “Ciò che deve prevalere adesso – ha dichiarato Koutras – è la moderazione, la ragione e il dialogo”.

Anche l’Albania ha condannato severamente le azioni di violenza avvenute a Kumanovo, ritenendo il gesto inaccettabile per una società democratica.
Sia il primo ministro Edi Rama che il ministro degli Esteri Ditmir Bushati hanno usato parole forti per descrivere quanto accaduto.

Anche sul versante albanese, l’instabilità politica della Macedonia rappresenta una questione delicata che va risolta in fretta. Bushati ha poi voluto sottolineare la collaborazione offerta dal governo di Tirana che si dice aperto al dialogo con gi attori politici e sociali della Macedonia così come con gli altri partner internazionali.

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Si è uniformato a tali reazioni anche il Kosovo. Il ministro degli Esteri di Pristina Hashim Thaci ha condannato la violazione dell’ordine e della sicurezza con scopi destabilizzanti in Macedonia e ha invitato tutte i partiti ad astenersi dalla violenza e a trovare una soluzione attraverso il dialogo politico.

La crisi macedone ha destato notevoli preoccupazioni anche a Bruxelles e a Mosca.
L’Unione europea ha subito invitato il governo di Skopje a fare chiarezza sia sull’attacco terroristico di Kumanovo che in merito allo scontro politico in atto. Una missione OSCE è stata subito allestita per collaborare al ripristino della normalità.

Anche da Mosca, fortemente preoccupata per gli ultimi avvenimenti in Macedonia, per la situazione poco incoraggiante in Kosovo e Bosnia-Erzegovina e per le crescenti pretese nella regione a favore di una “Grande Albania”, è arrivato un chiaro messaggio.

“Chiediamo all’Unione europea di prestare la dovuta attenzione, attraverso le sue strutture presenti nei Balcani, a tali fenomeni e tendenze allarmanti, in modo particolare a quelle che possono svilupparsi in un contesto terroristico”, ha detto il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov in una recente conferenza stampa.

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