Putin, discorso alla nazione che deve far da sé
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Putin, discorso alla nazione che deve far da sé

La Russia deve imparare a fare da sé, se vuole conservare la propria sovranità. E, senza sovranità, non c'è la Russia. Le sfide inedite del presidente russo [Giulietto Chiesa]

Foto: Sputnik, Aleksey Nikolskyi
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4 Dicembre 2014 - 17.36


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di Giulietto Chiesa.

E’ stato, quello di Vladimir Putin, un vero e proprio “discorso alla nazione”, di fronte a emergenze che, un anno fa, sarebbero state impensabili.

E Putin lo ha affrontato da leader che riconosce due cose: la gravità della situazione internazionale e i seri problemi che le sanzioni impongono e imporranno al paese, da un lato. Dall’altro la consapevolezza che una gran parte del popolo russo è dalla sua parte e che ad esso la dirigenza politica può chiedere dei sacrifici.

Paradossalmente la scossa, prodotta dal ritorno in patria della Crimea (che è una delle questioni del contenzioso con l’Occidente) è anche quella che ha risvegliato lo spirito russo e ha innalzato il rating personale di Putin. Su questo punto, dunque, nessuna marcia indietro. La Crimea in Russia è un fatto “di importanza storica”. E lo stato russo deve ora adempiere tutti gli obblighi, economici, politici istituzionali che si è assunto accettandone il ritorno sotto la sovranità russa.

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All’Occidente Putin risponde sul doppio binario tenuto in questi mesi, seguiti al colpo di stato di Kiev: con la Russia “non si può parlare da posizioni di forza”, ma la Russia “non è in cerca di nemici” e vuole il dialogo. La Russia non intende “farsi coinvolgere nella corsa al riarmo”, ma si difenderà e ritiene di potersi difendere.

Gli appelli al patriottismo sono stati numerosi e chiari. Sull’Ucraina toni duri e, insieme, buone parole. La Russia rispetta il “popolo fratello” di Ucraina, e si offre perfino di aiutare. Ma c’è stato un colpo di stato, e questo non può essere ignorato (la Crimea se n’è andata per questa ragione, e il Donbass combatte per difendersi dalle sue conseguenze).

Non siamo noi a ingerirci nei suoi affari interni – ha detto Putin accennando indirettamente alla presenza americana all’interno del governo di Kiev.
Ma il crollo del rublo, in parallelo con quello del prezzo del petrolio, pongono numerose questioni. Forse un giorno si dirà che questo discorso di Putin è stato il discorso dell’inizio della fase autarchica.

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La Russia deve imparare a fare da sé, se vuole conservare la propria sovranità. E, senza sovranità, non c’è la Russia.

Dunque una serie di misure cruciali sono annunciate: sostegno del rublo facendo ricorso ai fondi di riserva accumulati durante le vacche grasse. Dunque sostegno alla piccola e media impresa, credito alle start-up, amnistia totale ai capitali che rientrano, riorganizzazione dell’apparato produttivo nei settori chiave dello svilupo tecnologico e delle commesse militari, forte intervento a sostegno dell’agricoltura. E una serie di secchi avvertimenti al sistema di corruttele che Putin non è riuscito a scalzare nei 14 anni in cui è stato al potere. Chi ruba è equivalente a un traditore della patria. La corruzione “è un attentato alla sicurezza nazionale”.

Nel complesso un discorso che non piacerà a Obama e alla Merkel, e che gli creerà qulche nemico in più dentro gli apparati e tra gli oligarchi “liberali” che hanno i capitali all’estero. Ma che può mobilitare una parte importante del paese. Almeno per un certo periodo di tempo. Quello in cui Putin spera, che lo separa da una risalita del prezzo del petrolio sui mercati internazionali. Quattro o cinque anni. Ma da qui ad allora ci saranno altri discorsi alla nazione.

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