Sono due le uniche certezze a cui la comunità internazionale oggi può fare riferimento nell’analisi della crisi ucraina. La prima è che la tregua firmata a Minsk lo scorso 5 settembre dai rappresentati dei governi di Kiev e Mosca e dai leader dei ribelli separatisti non hai mai realmente retto. La seconda è che questa guerra civile, che va avanti ormai da sei mesi e che sinora ha causato oltre 3.500 vittime – mandando al collasso l’economia ucraina e mettendo a serio rischio le forniture di gas per tutta l’Europa occidentale – non avrà fine fin quando non si farà chiarezza su una serie di questioni.
L’ennesima prova si é avuta ieri: un nuovo bombardamento delle truppe governative ha colpito il centro di Donetsk, roccaforte dei miliziani separatisti nell’Ucraina sud-orientale e questa volta oltre a diversi civili é morto anche un operatore svizzero della Croce Rossa, Laurent Etienne Du Pasquiet. Molte responsabilità dunque sono da rideinire, acominciare dal presunto genocidio di cui secondo Mosca si sarebbero macchiate le forze di sicurezza ucraine nell’area del Donbass, tra le regioni di Donetsk e Luhansk.
Il fatto che nell’Ucraina orientale le armi non sono mai state realmente deposte è dimostrato dagli scontri a fuoco che da giorni proseguono senza sosta attorno all’aeroporto di Donetsk. Secondo l’ultimo bilancio fornito dall’esercito ucraino solo nella giornata di ieri, mercoledì 1 ottobre, i morti sono stati circa una dozzina. Nella lista dei caduti non ci sarebbero solo miliziani separatisi ma anche civili, uccisi nel corso di una sparatoria avvenuta nei pressi di una scuola. Le versioni su quanto sta accadendo, come è ovvio che sia in un’area di guerra a cui difficilmente possono accedere giornalisti stranieri, sono diametralmente opposte. L’esercito di Kiev dichiara di avere il pieno controllo dello scalo, mentre i ribelli affermano che la conquista definitiva dell’aeroporto è ormai questione di ore.
Intanto entra nel vivo il procedimento penale avviato da un comitato investigativo incaricato dal Cremlino di indagare sulla presenza di fosse comuni nel Donbass dove i militari dell’esercito di Kiev, in combutta con gruppi della destra ultranazionalista ucraina, avrebbero occultato decine di cadaveri di civili e miliziani russofoni. In cima alla lista degli indagati sono finiti tra gli altri il ministro della Difesa ucraino, Vitaly Geletey e il capo di Stato maggiore delle forze armate di Kiev ,Viktor Muzhenko.
Secondo la commissione guidata da Vladimir Markin, ci sono prove inconfutabili che dimostrano la loro responsabilità per l’omicidio di centinaia di persone. Prove che sono state ottenute dalle testimonianze di centinaia di profughi fuggiti dalle zone colpite dal conflitto. Le accuse di Mosca assumono sostanza ogni giorno che passa, considerato che la presenza di almeno tre fosse comuni è stata confermata anche da funzionari dell’OSCE.. Il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov dichiara che nella regione del Donesk sono stati esumati più di 400 corpi ” E questo con tutta evidenza è un crimine di guerra : adesso speriamo che le capitali occidentali non nascunderanno questo fatto terribile “.
Sulla questione ucraina è intervenuto ieri nel giorno del suo insediamento il nuovo segretario generale della NATO Jens Stoltenberg, ex primo ministro norvegese succeduto ad Anders Fogh Rasmussen. Stoltenberg ha dichiarato ieri che la NATO è intenzionata a ripristinare legami costruttivi con la Russia, ma solo se Mosca dimostrerà di voler cambiare atteggiamento in Ucraina rimettendosi in linea con il rispetto del diritto internazionale.
Eppure sarà quantomeno complicato per la NATO arrivare a una distensione dei rapporti con il Cremlino se a pochi chilometri dai confini russi continuano ad assembrarsi mezzi e militari degli eserciti dei Paesi alleati. Solo gli Stati Uniti sono pronti a schierare nei territori dei Paesi Baltici (Estonia, Lettonia e Lituania) e in Polonia altri 700 soldati e 20 carri armati M1A1 Abrams, inviati nell’est dell’Europa da una base militare situata nel Texas. Con questa operazione denominata “Ironhorse” viene dato il cambio alle brigate di paracadutisti inviate dagli USA nel marzo scorso dopo l’annessione della Crimea alla Federazione Russa.
Secondo Reuters si tratta della prima volta che gli USA inviano rinforzi corazzati pesanti in Europa dalla fine della Guerra Fredda. Non il modo migliore, insomma, per provare a stemperare gli animi e favorire una soluzione diplomatica del conflitto.
A questo quadro sconfortante si aggiungono i disastrosi effeti delle sanzioni economiche:”Le sanzioni imposte dall’occidente stanno provocando danni immensi a entrambe le parti, invito tutti ad uscire da questa spirale”. l’ appello proviene da una personalità che ha grande credito sia ad Est che ad Ovest, ovvero l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, che é anche un amico di Vladimir Putin e presidwente del consiglio di sorvelianza del gasdotto “South Stream”.
In una conferenza tenuta a Rostock, Schroeder si é rivolto ai 400 partecipanti ad una conferenza sulle relazioni economiche russo-tedesche. “Richiamo la politica europea e quella russa ad uscire fuori dalla spirale di sanzioni economiche sempre più dure, il diallgo rappresenta l’unico modo per ricostruire la fiducia Nel nostro continente la pace e la stabilità possono regnare solo se vi è un forte partenariato con la Russia”, ha aggiunto, sottolineando che non si dovrebbe isolare Mosca. Lo scorso aprile, Gerhard Schröder aveva festeggiato il suo 70 ° compleanno in compagnia di Vladimir Putin con un’iniziativa che venne fortemente criticata in Germania, nella crisi ucraina. Schröder inoltre ha adottato due bambini russi.
(Fonti: Lookout, Agenzie)