Aperto e subito rinviato al 27 aprile il processo che vede imputate circa trenta persone, tra gli esponenti di spicco del regime di Gheddafi. Tra queste ci sono anche i due figli del rais, rispettivamente Saif Al Islam e Saadi, quest’ultimo recentemente estradato in Libia e aggiunto alla lista degli imputati. Quello di oggi è il secondo rinvio in ordine di tempo, dopo quello avvenuto lo scorso 24 marzo, dovuto in quella circostana all’assenza di alcuni imputati. Alla sbarra infatti si erano presentati solo 23 persone su 37 complessive. La novità di questo processo, è proprio l’entrata in scena come imputato del figlio di Gheddafi, Saadi, che nel suo passato ha anche giocato a calcio in Italia. Saadi era stato estradato il mese scorso dal Niger, dove si era rifugiato durante la rivoluzione del 2011 conclusasi con fine rovinosa della dittatura del padre. Al momento Saadi è detenuto nella prigione di Hadb.
Nell’udienza di oggi, i due fratelli del dittatore non erano presenti in aula. Alla base della loro assenza il fatto che Saif è detenuto a Zintan, nel sud ovest di Tripoli, e che su Saadi è ancora in corso un’istruttoria. Alla sbarra, nell’aula allestita dentro prigione di Hadba a Tripoli, c’erano invece, Abdullah Senussi, ex capo dell’intelligence e Baghdadi Mahmudi, ex premier, oltre che molti altri esponenti del regime. L’accusa per tutti con diverse modalità, è quella di aver contribuito, ognuno con la propria funzione, alla repressione della rivoluzione del 2011. Gli occhi sono ad ogni modo tutti puntati su Saif Al Islam, il delfino del colonnello, che si trova prigioniero a Zintan. Nonostante le forti pressioni del governo centrale di trasferirlo in una prigione della capitale, Zintan non ha mai acconsentito adducendo motivi di sicurezza. L’assenza fisica di Saif in aula comunque, sarà estesa anche alla prossima udienza. La procura generale infatti, ha fatto sapere che il delfino apparirà solo in video conferenza, cosi come altri imputati detenuti invece a Misurata.
Il processo è molto importante perchè vede tra gli imputati, i più alti funzionari legati al regime di Gheddafi, che potrebbero svelare numerosi retroscena della dittatura. In tutto questo un ruolo a parte lo hanno le organizzazioni per i diritti umani, che hanno chiesto alle autorità libiche di consegnare Saif alla Corte dell’Aja visto che nei suoi confronti, già dal giugno del 2011 esiste un mandato di arresto, da parte proprio della Corte, che lo accusa di aver compiuto crimini contro l’umanità, durante la repressione delle proteste. Una richiesta questa alla quale la Libia non si è mai piegata, sostenendo di poter assicurare un processo equo in patria. Cosa che sembrerebbe non garantita almeno fino a questo momento, come confermano indiscrezioni lanciate da Human Rights Watch, secondo cui a tutti gli imputati non sono garantiti nè un processo equo nè assistenza legale adeguata. Dopo un colloquio con Senussi che Saif, Hrw riferisce che i due non sono mai riusciti ad incontrare un avvocato. A confermare questa pesante denuncia di Hrw le accuse lanciate dai familiari degli imputati e gli arrivisti dell’associazione che hanno denunciato il fatto non aver avuto accesso in aula.
Insomma un clima certamente non sereno anzi il contrario, contraddistinto da una costante instabilità, dove anche il neo premier Abdullah Al Thani ha gettato la spugna dando le dimissioni ieri dopo essere stato oggetto, insieme alla sua famiglia di un attentato. Ma Al Thani non è il solo ad aver ricevuto un trattamento simile. Anche i Giudici, i procuratori e gli avvocati, protagonisti del processo, sono stati negli ultimi mesi, vittime di minacce di morte e di numerosi attacchi soprattutto nell’est della Libia da parte di milizie fuori controllo. Tutto questo mentre la vedova di Gheddafi Safia e tre dei suoi figli, rispettivamente Aisha, Hannibal e Muhammad, restano a guardare dall’Algeria e dall’Oman, dove sono scappati dopo la sanguoinosa rivolta del 2011, durante la quale morirono altri tre figli del Rais.