La guerra non si vende: così Obama ha perso in Siria
Top

La guerra non si vende: così Obama ha perso in Siria

Il presidente degli Stati Uniti ha sbagliato nello scommettere sulla semplificazione (vittime-aguzzini) in un dramma estremamente complesso. [Flavio Fusi]

La guerra non si vende: così Obama ha perso in Siria
Preroll

Desk2 Modifica articolo

15 Settembre 2013 - 11.15


ATF
di Flavio Fusi

Si fa presto a dire guerra. Nella rovente estate del 2002, Andrew Card, responsabile della comunicazione della Casa Bianca, annunciò che l’amministrazione americana si sarebbe impegnata di fronte al mondo per “vendere la guerra” (letteralmente: sell the war) contro Saddam Hussein, descritto come complice e ispiratore dell’arci-terrorista Bin Laden.

I bulldozer scavavano ancora nel cratere dolente di Ground zero, i bombardieri americani martellavano già le valli e le montagne afghane, e tuttavia non fu semplice “vendere” all’America e al mondo la nuova guerra all’Iraq. Fu necessario inventare la favola delle “armi di distruzione di massa”, negando tutti i risultati delle indagini sul terreno. Bisognò accusare di vigliaccheria e intesa con il nemico un funzionario integerrimo come il capo degli ispettori dell’Onu, Hans Blix.

Infine: per difendere una guerra già decisa, fu necessario esibire di fronte all’Assemblea delle Nazioni Unite un onest’uomo come il generale Colin Powell. Lo sventurato (ricordate?) giurò sulle intenzioni maligne del regine iracheno, agitando una piccola fiala misteriosa, capace – dichiarò – di sprofondare agli inferi l’intero Palazzo di vetro. Infine, il presidente Bush riuscì a “vendere” la sua guerra, e le cancellerie occidentali “comprarono” in un solo pacco le armi di distruzione di massa, la complicità di Saddam Hussein con Al Qaida, la minaccia del Rais all’ Occidente e la necessaria “liberazione” delle scorte petrolifere, da Kirkuk al Golfo Persico.

Sono trascorsi dieci anni da quel fatale 2003, e “vendere la guerra” non è più un affare per nessuno, tanto meno per la super-potenza americana, che ancora paga le conseguenze delle dissennate avventure di George Dabliu Bush e della sua corte di antichi neo-con. Dieci anni che pesano come un secolo, nella storia del mondo contemporaneo. Un decennio in cui tutte le guerre (Afghanistan, Iraq, Libia) sono fallite e hanno generato non moderne democrazie, ma una infelice teoria di “Stati falliti”. Un decennio in cui la “madre di tutte le guerre”, la crisi economica globale, si è mossa dalle “mille luci” di New York per infettare tutte le metropoli del pianeta.

Un altro mondo – più piccolo, tremebondo, insicuro – fa da cornice alla tragedia siriana. È da queste sponde che il presidente-premio Nobel ha tentato – senza troppa convinzione – di vendere la sua “guerra omeopatica”. Barack Obama era “impiccato” alle sue stesse parole: una battuta improvvisata, pronunciata davanti ai giornalisti il 20 agosto del 2012, in piena campagna elettorale: “l’ uso di armi chimiche e batteriologiche è per noi la linea rossa per intervenire in difesa delle vittime e per punire i colpevoli…”.

Un mondo diverso, appunto. Obama ha perso perché ha scommesso sulla semplificazione (vittime-aguzzini) in un dramma complesso, antico e tuttavia modernissimo. Lo stesso errore di Bush! La stessa ansia semplificatoria della tradizione americana! Nel lontano, lontanissimo 1992, il pubblico americano e mondiale fu indotto a “comprare la guerra” condotta nel cuore del ginepraio somalo dalle immagini delle sofferenze inflitte alla popolazione di Mogadiscio dai “signori della guerra”.

Da quelle immagini televisive insopportabili nacque l’infausta missione “Restore hope”, e nacque l’ ennesimo Stato fallito. Sulla Siria le immagini sono quelle degli innocenti soffocati e bruciati dall’arma chimica. Per la Casa Bianca era questa la pistola fumante, la smoking gun del nuovo Satana di Damasco. Ma subito dopo sono arrivate altre scene altrettanto insopportabili: le esecuzioni sommarie, il taglio della testa decretato e subito filmato e messo in rete dalle bande degli insorti. Così: chi è la vittima? Chi è l’ aguzzino? In tempi di superfetazione mediatica, la potenza mediatica per eccellenza si è trovata disarmata non di fronte alla censura, ma di fronte alla sovrabbondanza contraddittoria delle informazioni.

Conseguenza: in poche settimane la grande armata si è dissolta. Cameron ha incassato il “no” della Camera dei comuni, Hollande ha incassato lo schiaffo dei sondaggi, Obama è diventato un “campione riluttante”, e si è fermato a un soffio da una clamorosa sfiducia parlamentare. Per non affondare, la Casa Bianca ha dovuto accettare la sponda offerta del rivale russo.

Come era negli auspici di Mosca, si apre ora una complessa e inconcludente partita a scacchi. La guerra – per oggi – non si vende. Ma c’è poco da sventolare bandiere e gagliardetti: questa non è una vittoria della pace. La Siria continuerà a morire giorno per giorno, tra vittime e aguzzini, lupi travestiti da agnelli, accuse trasversali e fiumi di sangue. Il mondo distoglierà lo sguardo, si parlerà d’altro, di fronte al fallimento dei governi occidentali. Ipocriti e inetti, incapaci di indicare una strada che non sia né l’impotenza, né la minaccia di guerra.

Native

Articoli correlati