Chomsky: la guerra non si farà
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Chomsky: la guerra non si farà

Noam Chomsky, il più grande intellettuale americano vivente, affronta i temi caldi internazionali dall’Ucraina all’Isis fino al destino dei Balcani.

Chomsky: la guerra non si farà
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3 Febbraio 2015 - 15.53


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Ha sempre amato definirsi un socialista libertario con simpatie verso l’anarco-sindacalismo, ha denunciato l’avvento di un neo-liberismo capace di generare conflitti a livello mondiale, si è battuto contro tutte le guerre, a cominciare da quella in Vietnam: neppure la definizione che dà di se stesso è sufficiente per descrivere la personalità e la statura intellettuale di Noam Chomsky, la cui rivoluzionaria “grammatica generativa” viene indicata come il maggior contributo dato alla linguistica del XX secolo. Nato a Filadelfia nel 1928 da una famiglia di origini ebraiche,  Chomsky si è reso famoso anche per le sue denunce contro le lobby economiche e la loro influenza sui mass-media statunitensi. Le sue interviste sono spesso andate controcorrente, a cominciare da quelle sulle guerre jugoslave, il conflitto in Kosovo e il bombardamento della Nato su Belgrado. In un’intervista esclusiva ai media serbi oggi torna a parlare di Balcani, ma anche di Ucraina e Medio Oriente, crisi del petrolio e dell’Unione europea.

Chomsky inizia con una considerazione generale e all’apparenza persino ottimista: le decine di conflitti armati in atto nel mondo, dice, non cesseranno in tempi brevi ma “è poco probabile” che sfocino in una grande guerra mondiale. “Vorrei aggiungere – osserva però subito dopo – che si tratta di una valutazione abbastanza priva di rischi, perché se dovesse rivelarsi inesatta non resterebbe nessuno a poter dire che si trattava di un errore”. L’escalation delle tensioni, prosegue con meno ottimismo, produce esiti poco prevedibili, innanzitutto per colpa di un’incoerenza di fondo dei protagonisti. Anche in questo caso Chomsky compie una profonda autocritica sulle politiche degli Stati Uniti d’America, ad esempio nel caso della lotta all’Isis

E’ poco probabile, dice, che si sferri davvero un attacco di terra come suggerito da alcuni. “La forza principale che potrebbe aiutare a contrastare lo Stato islamico è l’Iran, che gli Usa considerano un nemico. Le principali forze di terra che potrebbero contrapporsi allo Stato islamico sono i curdi vicini al Partito dei lavoratori (Pkk), che gli Usa considerano nemici. Anche la Siria si contrappone allo Stato islamico, e anch’essa è un nemico degli Stati Uniti. Tutto questo offre poche basi per una strategia coerente”. Fra i conflitti più sensibili e carichi di conseguenze vi è naturalmente quello ucraino. Chomsky preferisce non commentare la definizione data da molti a proposito di una nuova “Guerra fredda” tra Washington e Mosca. “Entrambe  le parti sono consapevoli del grado di pericolosità di un’ulteriore escalation. Quindi – dice Chomsky – non ci resta altro che trovare i modi per calmare queste tensioni. Su questo fronte – conclude – è impossibile prevedere qualunque cosa”. Su chi sia il responsabile di questa nuova tensione russo-americana, se una politica espansionistica di Mosca o le “provocazioni” occidentali, Chomsky vede un “sano” equilibrio. 

“C’è di tutto un po’. Putin vuole semplicemente riportare alla luce quello che era la Russia 25 anni prima del collasso. Da allora le politiche occidentali sono state senza ombra di dubbio molto provocatorie”. La tensione fra e Mosca e Washington, il  fronte aperto dell’Ucraina vanno ad influenzare le sorti di altre aree, a cominciare da quella dei Balcani. Solo in questo caso Chomsky parla apertamente di “conflitto fra Russia ed Occidente: il destino dei Balcani dipende esattamente dallo sviluppo di questi avvenimenti imprevedibili”. E’ questa l’unica certezza per la regione, secondo Chomsky, più che l’appartenenza un giorno all’Unione europea. Quest’ultima, secondo l’intellettuale americano, non ha di per sé un destino del tutto certo.

“Le politiche neo-liberiste di risparmio in tempi di recessione, condotte in particolare dalle istituzioni finanziarie e con la Germania in testa, stanno dando dei risultati catastrofici. Questo per lo meno dal punto di vista del benessere dei cittadini, ed in particolare per quelli dei Paesi meno sviluppati economicamente”. La perdita di fiducia dei cittadini europei “non è certo una sorpresa”, prosegue Chomsky, ed è destinata a portare al successo di quelle forze che, nell’arena politica, si contrappongono a quella che definisce “l’offensiva neo-liberista, esattamente quella forma di venefica lotta di classe  che porta avanti il grande capitale”.

Non tutto è  ancora perduto, secondo il linguista statunitense, per un progetto come quello europeo che “si trova chiaramente in pericolo, ma ha comunque delle virtù grazie alla quali – conclude – forse riuscirà a superare la crisi latente in atto”. Chi invece sicuramente avrà un importante ruolo nei prossimi decenni, e che da molti viene visto come il vero rivale degli Stati Uniti nel gioco delle superpotenze mondiali è la Cina.  “Si tratta di una forza in ascesa che senz’altro avrà un ruolo determinante in futuro”, concorda Chomsky. “Facendo affidamento sull’organizzazione di Shangai e altre iniziative, Pechino si espande verso Ovest e stabilisce delle posizioni di predominio nelle zone costiere, da cui può commerciare e allo stesso tempo condurre una battaglia per le risorse con i Paesi vicini. E’ importante ricordare che i conflitti sino-americani sono più vicini alla Cina che non agli Stati Uniti, e questo aiuta a mantenere i rapporti fra i due Paesi. Pechino e Washington sono inoltre legati economicamente, ed importanti pezzi delle loro società sono a favore della tutela delle relazioni esistenti. Le tensioni esistono, possono farsi più cupe, ma ci sono fondate speranze che, almeno in questo caso, non si arrivi ad un consistente peggioramento”. L’ultimo pensiero va alle risorse energetiche e alla corsa al petrolio. “Qualche osservatore di Marte ci guarderebbe con smarrimento – conclude l’intellettuale americano – per una ragione molto semplice: se la maggior parte dei combustibili fossili non restano nella terra, ci attende una catastrofe. E questo in un futuro vicino”.  

 
(Fonte: Nin)

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