La Siria e l’Egitto sono vicini, anche per gli africani. Sulla stampa subsahariana, quel che resta delle primavere arabe è stato, negli ultimi due mesi, tutto tranne che un argomento neutro, e probabilmente non c’è da meravigliarsene.
Guardiamo per esempio alla Nigeria: Moshood Abiola, probabile vincitore – mai ufficialmente proclamato – delle elezioni del 1993, è un Morsi locale, come il generale Ibrahim Babangida un al-Sisi di qui e il ‘chief’ Ernest Shonekan la reincarnazione nigeriana del presidente ‘ad interim’ dell’Egitto, Mansour.
A ricordare e sviluppare questo parallelo è stato, il 18 agosto scorso, un editoriale del nigeriano ‘Vanguard’, che, con qualche accento nazionalista, sosteneva: “L’Egitto è il Paese più popoloso e influente del mondo arabo, come la Nigeria in Africa subsahariana”. L’autore dell’articolo, Hugo Odiogor, invitava dunque il mondo ad interrogarsi sui rischi di una guerra civile al Cairo e – con un’allusione non troppo velata alle reti del terrore di cui anche la setta nigeriana dei Boko Haram fa ormai parte – notava che “i combattenti che si mobilitano per questi conflitti spesso di ventano fonte di instabilità in altri Paesi o regioni” e che “le ideologie d’odio che emanano da questi coinvolgimenti speso sono troppo difficili da contenere anche quando i conflitti sono risolti”.
La conclusione che l’articolo del ‘Vanguard’ – talvolta accusato di non avere eccessive simpatie per i musulmani – lasciava solo intuire era resa esplicita da un altro corsivo, apparso sul giornale del Nord ‘Daily Trust’, in cui l’opinionista, Farooq Qerogi, si chiedeva, già il 13 luglio: “Pochi eventi nei più remoti angoli dell’Africa hanno catturato così fortemente l’immaginazione dei Nigeriani come sta facendo l’attuale turbolenza politica in Egitto: è perché quel che sta accadendo in Egitto potrebbe verosimilmente accadere in Nigeria?”.
Spostandosi verso il sud e l’est del continente, si può vedere come anche il quadro internazionale non sia stato lasciato da parte. Nello Zimbabwe del quasi novantenne ‘presidente eterno’ Mugabe, messo all’indice dalla comunità internazionale, il giornale governativo ‘Herald’ ha approfittato dei fatti egiziani per criticare “la politica ipocrita degli Stati Uniti in Medio Oriente”. E un attacco al “doppio standard occidentale” è arrivato dall’ugandese ‘Observer’, in un articolo non certo critico con il presidente Museveni, altro ‘governante a lungo termine’ (è in carica dal 1986), ma perno del sistema di alleanze Usa nella regione. E proprio il ministro ugandese dell’informazione, Rose Namayanja, dalle colonne del ‘Monitor’, all’inizio di luglio ha esteso lo sguardo anche alla vicenda siriana, con toni che potrebbero non essere piaciuti a qualche funzionario dell’amministrazione Obama.
“Come abbiamo visto in Medio Oriente e Nord Africa, quel che può apparire come una dimostrazione pacifica, può degenerare nel caos incontrollato e nella tragedia”, ha scritto l’esponente di governo, per poi proseguire: “sappiamo tutti cosa sta avvenendo in Siria, dove migliaia di civili sono massacrati ogni giorno”. E, riferendosi all’opposizione che definisce “troppo piccola per avere un impatto significativo sul funzionamento del governo”, ma protagonista di “dimostrazioni che spesso diventano caotiche”, si chiede: in nome della critica al governo, “come Paese, possiamo sacrificare una ripresa e una stabilità economica senza precedenti?”.
La lontananza geografica non ha impedito alla stampa africana di commentare il conflitto siriano andando anche al di là delle piccole convenienze di politica interna, con uno sguardo al quadro internazionale: “Ogni tentativo di punire gli aggressori in Siria – si legge in un editoriale apparso sul kenyano ‘The Nation’ il 25 agosto – deve essere parte di uno sforzo per ristabilire la pace, anziché un’azione guidata da rivalità geopolitiche globali o dalla ricerca di un cambio di regime”.
“Le Nazioni Unite – prosegue l’articolo – insieme a meccanismi globali come la Corte Penale Internazionale devono giocare il ruolo principale nell’impegno necessario a far finire il violento spargimento di sangue costato tante vite”. Una presa di posizione che può suonare strana, nel Paese in cui sia il presidente Kenyatta che il vicepresidente Ruto devono affrontare un processo chiesto proprio dal tribunale internazionale. ‘The Nation’ ha evitato di pronunciarsi, invece, sulle possibili responsabilità per l’attacco chimico: il quotidiano è controllato dalla Fondazione dell’Aga Khan, leader spirituale degli Ismailiti, seguaci dell’islam sciita, 200 mila dei quali vivevano in Siria all’inizio della guerra civile.
Più scettico sulle possibilità delle istituzioni sovranazionali è invece apparso il quotidiano ‘Sidwaya’ del Burkina Faso, che il 22 agosto, di fronte alle divisioni delle grandi potenze e agli ‘spettri della guerra in Iraq’ agitati davanti agli occhi dello stesso Obama, si domandava esplicitamente “può fare qualcosa la comunità internazionale?”.
Quale sia la posta in gioco nelle questioni dell’Egitto e della Siria è chiaro, in Africa, a molti: oltre al tentativo “di realizzare il sogno di una società araba democratica senza cadere nelle trappole di una teocrazia restrittiva”, si tratta del destino di quelle che sono anche state chiamate ‘le rivoluzioni arabe’, e dunque degli sforzi democratici partiti dal cuore di quelle stesse società. Una prospettiva democratica su cui – pensando forse anche all’opposizione locale, nuovamente sconfitta e bisognosa di una riorganizzazione – un commento dello ‘Zimbabwe Independent’ (non controllato dal governo) era ancora moderatamente ottimista qualche giorno fa: “Sono state compiute azioni sciocche – vi si leggeva – ma la primavera araba non è morta”.
L’Islam politico (e quello jihadista), il ruolo della comunità internazionale, i movimenti per la democrazia, sono dunque le questioni che interessano i commentatori africani, quando fanno riferimento al Medio Oriente, perché sono temi che, in maniera diversa, riguardano anche il loro continente. Indirettamente, però, queste voci – più o meno di parte – dovrebbero anche rappresentare un segnale per l’Occidente: nel mondo globale l’Africa non è più periferica. E perdere contatto con quel che vi si dice potrebbe essere, già a medio termine, un errore strategico.