Scontri a Istanbul, Taksim bloccata
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Scontri a Istanbul, Taksim bloccata

La protesta contro Erdogan non cessa nonostante la repressione. Ad Ankara la polizia ha bloccato i funerali di un giovane ucciso da un candelotto lacrimogeno.

Scontri a Istanbul, Taksim bloccata
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16 Giugno 2013 - 17.51


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Nuovi scontri oggi fra polizia e manifestanti sono in corso in alcuni quartieri di Istanbul, dove Piazza Taksim e’ stretta d’assedio dai reparti antisommossa. Migliaia di manifestanti si sono diretti verso la piazza simbolo della rivolta. Sono gia’ segnalati scontri con la polizia, che ha usato gas lacrimogeni e cannoni a acqua, nel quartiere alawita di Gazi, a Sisli, Kurtulus e Harbiye. La gendarmeria ha bloccato il ponte sul Bosforo per impedire ai manifestanti di avvicinarsi. Ad Ankara la polizia ha bloccato i funerali del giovane Ethem Sarisuluk, 26 anni, morti dopo essere stato colpito da un proiettile alla testa, e ha usato lacrimogeni e idranti per disperdere una folla di diverse migliaia di persone riunite a Kizilay con garofani rossi in mano per rendergli un ultimo omaggio.

da Istanbul

Sara Datturi

Un sabato di festa al parco di Gezi, migliaia di persone che tranquille camminavano tra questi alberi secolari, si fermavano a mangiare nelle tante cucine da campo allestite durante queste 19 giornate di resistenza, tanti bambini che giovano. Gente di tutte le età, condizioni sociali, religioni e bandiere. Tutti insieme per ribadire ancora una volta la necessità di esserci, di voler essere attori di cambiamento. Mentre la decisione di rimanere al parco di Gezi è annunciata, il capo del governo nella manifestazione di Ankara impone un altro ultimatum ai dimostranti, ai cittadini. Ventiquattro ore, non una di più e il parco dovrà essere sgomberato.

Una legittimazione cercata e costruita attraverso una strategia politica demagogica, dove la comunicazione e la persuasione s’intrecciano per creare il gioco del bravo padre della patria. Erdogan ha promesso, la legge verrà rispettata, il parco non sarà toccato. Se nella sentenza di appello il tribunale dichiarerà il progetto di trasformazione urbana fattibile, allora si terrà il referendum. Promesse, parole, dichiarazioni di un politico capace di tranquillizzare ed emettere sentenze, di sentirsi così potente e forte da oltrepassare la legge. Ieri sera il messaggio è stato mandato, la decisione finale presa. La lingua che ha usato si riflette nel terrore, nel massacro indiscriminato, nella violenza inaudita che seguiranno. Lo stato di diritto che il capo del governo invoca di rispettare e seguire è nullificato, annientato di fronte all’attacco di ieri.

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Otto e mezza di sera, tanta gente nel parco per la cena, tanti, troppi esseri umani inermi. Le ruspe non si fermano, la polizia inizia a caricare con cannoni ad acqua per farsi strada dentro il parco di Gezi. Uno spazio diventato il simbolo di una protesta che critica non solo più un governo, ma un sistema malato che esiste in troppi paesi del mondo, che esprime la resistenza e la forza di un popolo. Intanto migliaia di persone cercano disperate rifugio dai getti d’acqua e dai gas lacrimogeni. Si scappa e si resiste. Il suono di migliaia di pentole lancia la campana d’allarme, la gente è indignata, sorpresa, scioccata. Nessuno si aspettava questa reazione in una giornata come quella di ieri. L’attacco della polizia è sfrontato, freddo, professionale.

Il parco deve essere sgomberato a tutti i costi. La voce si è dispersa in tutti i 33 distretti di Istanbul, le strade si sono riempite di gente che invocava slogan di protesta, di denuncia verso un governo incapace di comunicare con i suoi cittadini se non con la violenza e la demagogia. Istiklal, cihangir, tarlabsi, Harbyie diventato un’arena di guerriglia a cielo aperto. Terrore, paura per la reazione violenta della polizia. Le notizie sono confuse, le dirette in streaming incapaci di raccontare quello che succede in parallelo in tante zone della città. Ancora una volta Twitter diventa il canale informativo privilegiato.

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L’odore acre del gas è ovunque, non c’è scampo. Una nuova terribile nuvola di violenza abbraccia tutta Istanbul, la Turchia e il mondo. Chi è in strada è consapevole del rischio, è cosciente che potrebbe essere arrestato, picchiato, soffocato, ucciso. Camminano fermi, con i loro caschetti colorati, mascherine al viso, occhialetti da piscina, sciarpe di tutti i colori. Marciano per chiedere, rivendicare un diritto umano ed universale d’ esprimere dissenso, di partecipare alla vita pubblica senza essere sempre strumentalizzati da questa politica marcia. Sfilano compatti per arrivare a Taksim anche dalla parte Asiatica. Il ponte del Bosforo diventa un grande cordone di cori, urla di sdegno. Non hanno paura. Ormai, la pentola a pressione è scoppiata. Non sarà la promessa di mantenere il parco ha fermare questa popolazione per troppo tempo repressa e incastrata in un sistema dominato dal terrore e dalla demagogia. Il risveglio è forte, si sente è ovunque.

La guerriglia è terribile, disastrosa. Le notizie che arrivano sono spaventose. L’hotel Divan, dietro il parco di Gezi, che in questi giorni ha ospitato tanti dei dimostranti è stato attaccato con gas lacrimogeni al suo interno. La polizia ha compiuto una retata per arrestare applicando l’ordine supremo del sultano. La gente è stanca, non vuole più essere assoggettata a questo tipo di politica autoritaria.

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In questo giorno della festa del papà, in una Istanbul surreale, incapace di ritornare per l’ennesima volta ad una normalità apparente, il padre della patria sfoggia elogi per l’azione di messa in sicurezza del parco, per la brutalità di quest’azione terroristica su gente inerme.
Allora in questo giorno, mi viene da chiedere al caro papà Erdogan come risponde alle prove che siano state usate sostanze chimiche nei confronti dei manifestanti? Come vuole reagire alle manifestazioni organizzate per oggi?
Gli occhi del mondo, della Turchia intera sono qui. La resistenza e la lotta per diritti umani universali non si ferma. La violenza inaudita di ieri e delle precedenti giornate di protesta non può e non deve essere dimenticata.
Cammino in questa città simbolo del progresso, della simbiosi tra tradizione e secolarismo, laica e progressista. Le contraddizioni si legano e si scontrano. Il rumore di grida e di bombe gas nelle orecchie. L’assurdità della violenza. E’ questa la normalità? Non possiamo dimenticare, non dobbiamo. I visi della gente sono stanchi, impauriti, arrabbiati. Oggi nessuno rimarrà tranquillo seduto nelle sue tiepide sedie. Non ci sono dubbi, La lotta continua. Nena News

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