L'attentatore di Boston: abbiamo fatto tutto io e mio fratello
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L'attentatore di Boston: abbiamo fatto tutto io e mio fratello

Dzhokhar Tsarnaev, il diciannovenne ceceno arrestato dopo<br>l'imponente caccia all'uomo comincia a rispondere a Fbi e Cia: non c'erano altri gruppi dietro di noi.<br>

L'attentatore di Boston: abbiamo fatto tutto io e mio fratello
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24 Aprile 2013 - 08.52


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«Non ci sono gruppi stranieri dietro l’attentato di Boston. Abbiamo fatto tutto io e mio fratello: lui era la mente».

Sono queste le prime rivelazioni di Dzhokhar Tsarnaev, il diciannovenne ceceno arrestato dopo la caccia all’uomo scattata per le bombe alla maratona di lunedì scorso.

Bombe che hanno ucciso tre persone, ferendone oltre 200. Il presunto terrorista è sempre in ospedale, ma le sue condizioni migliorano. Ferito alla gola, non è ancora in grado di parlare. Allora – dal letto dove viene tenuto intubato e sedato dai medici – continua a rispondere agli investigatori con cenni del capo e per iscritto, su un quaderno. E comincia a dire la sua verità: «È stato mio fratello a pianificare l’attentato.
Sosteneva che l’Islam fosse sotto attacco e che i jihadisti avessero il dovere di reagire, attaccando a loro volta».

«Ma perchè Boston?»gli chiedono i funzionati di Fbi e Cia che l’interrogano: «Per punire l’America per le sue guerre. Quella in Iraq, quella in Afghanistan» scrive Dzhokhar.

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Gli inquirenti prendono accuratamente nota. E al momento – rivelano fonti investigative – anche loro tendono ad escludere un coinvolgimento dall’estero nell’attentato. Ma la parola d’ordine è “cautela”.

Le affermazioni del giovane vanno verificate. Mentre si cerca di scandagliare il più possibile la vita dell’altro attentatore, Tamerlan Tsarnaev, 26 anni, rimasto ucciso nel conflitto a fuoco con la polizia. Si cerca di andare a fondo su quel viaggio di sei mesi che fece in Cecenia e Daghestan nel 2012. Con i servizi russi che avrebbero già allora informato l’Fbi sulle frequentazioni sospette del giovane con almeno un militante islamico. Di questo e di altre potenziali “falle” nel sistema investigativo gli agenti federali dovranno rispondere davanti al Congresso, che vuole vederci chiaro: vuole sapere se ci siano state sottovalutazioni, informative trascurate.

Nel frattempo – mentre si scopre che uno dei due fratelli aveva comprato nel New Hampshire prima dell’attentato due grandi scatoloni di fuochi d’artificio – viene messa sotto torchio la vedova di Tamerlan, una ragazza americana convertita all’Islam, che – si è scoperto – avrebbe incontrato il marito dopo l’attentato e poco prima la sparatoria in cui l’uomo è morto. La donna afferma di non essere in alcun modo coinvolta nelle bombe alla maratona, ma starebbe collaborando con le autorità a caccia di ogni dettaglio.

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