Al Qaeda conquista l'Iraq
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Al Qaeda conquista l'Iraq

Dopo anni di occupazione, il movimento terroristico è forte e lancia l'attacco contro il governo. Maliki: "La Siria la causa dell'instabilità". Ma non abbandona Assad.

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27 Luglio 2012 - 16.36


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di Emma Mancini

Una guerra lunga otto anni e un’occupazione militare che ha distrutto le basi sociali, istituzionali ed economiche dell’Iraq hanno avuto l’effetto contrario a quello sbandierato dall’allora presidente statunitense George W. Bush alla vigilia dell’attacco a Baghdad e al regime di Saddam Hussein. Oggi l’Iraq è in mano alle violenze settarie e mai come prima le milizie di Al Qaeda stanno imperversando nel Paese.

Al Qaeda dietro l’ultima ondata di attacchi. Dall’inizio della settimana in corso, gli iracheni morti in attentati terroristici sono stati quasi 350. Membri di Al Qaeda in Iraq hanno rivendicato la serie di attacchi lanciati nei primi giorni di Ramadan, definendoli il lancio di una nuova offensiva contro il governo Maliki, e hanno chiamato alle armi le tribù sunnite perché forniscano supporto logistico e uomini.

“Come parte della nuova campagna militare volta a riprendere il territorio perso dallo Stato Islamico dell’Iraq (gruppo collegato ad Al Qaeda, ndr) – si legge in una dichiarazione pubblicata nel forum jihadista Honein – il ministro della guerra ha inviato i suoi figli e i mujahedeen in un’offensiva sacra nel mese del Ramadan. L’operazione portata avanti dai jihadisti ha stordito il nemico e gli ha fatto perdere la testa. Ha dimostrato il fallimento dei servizi di sicurezza e dell’intelligence”.

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Un’escalation di violenza quella in corso nel Paese, che ha raggiunto picchi a cui non si assisteva dal 2006-2007, l’anno nero dell’occupazione militare: da lunedì sono stati ben 29 gli attacchi terroristici in 19 diverse città irachene, quasi 350 i morti. Lunedì il giorno più sanguinoso, con ben 103 vittime.

I gruppi jihadisti stanno approfittando della frammentazione dell’esecutivo iracheno, incapace di governare il Paese a causa delle profonde divisioni interne tra etnie e gruppi religiosi, divisioni che il premier sciita Maliki cavalca per rafforzare il potere autoritario conquistato nell’ultimo anno.

I timori iracheni: il contagio siriano. A destabilizzare un Paese da mesi sull’orlo della guerra civile, ci si mette anche la crisi siriana. L’ingombrante vicino potrebbe – secondo il premier Maliki – penetrare in un Iraq permeabile alle divisioni e contagiare con i suoi settarismi interni l’instabile situazione del Paese. Già da tempo i diversi gruppi religiosi si sono divisi sulla questione siriana: da una parte i sunniti sostenitori delle opposizioni, dall’altra gli sciiti pro-Assad.

Gruppi estremisti sunniti e anti-governativi iracheni stanno guadagnando terreno grazie al conflitto siriano e ai finanziamenti provenienti da organizzazioni religiose di Qatar e Arabia Saudita. E non mancano i casi di combattenti iracheni anti-Assad che si uniscono alle file dei ribelli siriani: le autorità irachene hanno già ricevuto indietro 23 cadaveri di iracheni uccisi in Siria negli scontri con le forze governative.

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Eppure Maliki non molla Assad. Fin dagli albori della crisi del regime alawita, l’Iraq ha sempre dimostrato il proprio sostegno al presidente siriano Bashar Al-Assad, in quello che viene visto come un triangolo difficile da rompere (Iraq-Iran-Siria) e capace di contrastare il potere economico e politico dei Paesi del Golfo.

Dopo aver sempre votato a favore di Bashar e contro le sanzioni nelle riunioni della Lega Araba, l’ultima mossa di Baghdad è giunta lunedì nel voto per l’esilio forzato del presidente siriano: l’Iraq ha votato no alla richiesta che la Lega Araba ha girato ad Assad perché si metta da parte in cambio di un esilio sicuro. “Spetta solamente al popolo siriano decidere e nessuno può interferire”, ha commentato il portavoce del governo iracheno Ali Al-Dabbagh.

Intanto, non si fermano gli arrivi in terra irachena di profughi siriani in fuga dalla guerra civile che sta imperversando nel Paese. Le famiglie siriane attraversano il confine nel deserto, nella città occidentale di Al Qaim. Martedì sul posto sono giunte le truppe irachene, su circa 50 camion militari ricolmi di armi e pistole: il loro compito sarà rafforzare i confini.

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Il timore è che la violenza penetri in Iraq: venerdì scorso l’esercito iracheno ha costruito un muro lungo la frontiera, intrappolando i profughi siriani dall’altra parte. Qualche giorno dopo è intervenuto il premier Maliki, annullando la decisione.

Onu: missione in Iraq per un altro anno. Le violenze settarie preoccupano anche l’Onu: mercoledì il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione che estende di un altro anno la missione in Iraq (UNAMI), che si sarebbe conclusa il 31 luglio 2013.

Obiettivo del Consiglio di Sicurezza, secondo quanto si legge nella dichiarazione, è sostenere il popolo e il governo iracheni nei loro sforzi per costruire una nazione sicura, stabile, federale, unita e democratica, che si basi sullo Stato di diritto e il rispetto dei diritti umani.

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