Le quotazioni della Nuova Libia. Quanto vale la Libia nello scenario energetico internazionale ora che la Nato ha spinto gli insorti al cuore di Tripoli e la sorte di Muammar Gheddafi sembra segnata? Che la partita in gioco non fossero i destini dei civili, ma le risorse petrolifere, è un dato difficilmente contestabile. Ma quale nuovo quadro emergerà dallo scontro di interessi delle potenze occidentali? Il Consiglio nazionale degli insorti fa sapere che ricompenserà adeguatamente i paesi che lo hanno appoggiato, mentre nei confronti di «Russia, Cina e Brasile, che non hanno appoggiato le sanzioni contro il regime libico» vi saranno «differenze». Le grandi compagnie presenti scalpitano. Dopo vent’anni di isolamento economico e di sanzioni internazionali contro il regime del Colonnello, in pochi anni erano accorse in Libia tutte le più grandi compagnie petrolifere occidentali: l’italiana Eni, la francese Total e i giganti anglosassoni Bp, Shell e ExxonMobil. Ora la Francia sgomita e fa la voce grossa, la Russia si vede fuori dal gioco («Abbiamo perso la Libia, le nostre imprese dovranno andarsene perché la Nato ci impedirà futuri accordi»); la Cina – grande nemico da battere, costretta a far fagotto – chiede la tutela dei propri interessi. L’Italia, prima per bocca del ministro Frattini, poi per bocca dell’Eni, sostiene addirittura che «in futuro sarà la numero uno».
Cina e Russia escluse dal petrolio libico. Secondo Margherita Paolini, coordinatrice scientifica della rivista Limes, non bisogna però fermarsi alla cronaca e alle dichiarazioni. Certo, per quanto riguarda il petrolio, è la Cina che perde e la Russia che non guadagna le alleanze utili per fare marketing col prezzo del petrolio sui mercati internazionali. I primi cartelli comparsi all’entrata delle concessioni petrolifere dicevano infatti: fuori la Russia e la Cina. L’interesse di Usa e Francia era di sbattere fuori la Cina. E poi ci sono quelli del Qatar, per conto dei paesi del Golfo, che hanno un greggio pesante e devono miscelarlo con quello leggero della Libia per piazzare quote di petrolio. Il Qatar, che ha postazioni in Europa, ha fatto l’operazione per i paesi del Golfo e fa da broker per loro sui mercati. Tuttavia – dice Paolini al manifesto– è ancora presto per fare previsioni serie. «Sul mercato energetico internazionale la situazione libica oggi conta meno di quanto si pensi. Al di là di altalene e ripresine, il petrolio di riferimento del Brent si è assestato comunque al di sopra dei 100, purtroppo è rimasto alto. E non può decrescere per merito del mercato libico perché, comunque vadano le cose, anche nella migliore delle ipotesi, quel mercato non può ritornare a produrre quello che produceva prima della guerra se non fra almeno due o tre anni».
Più democrazia, forse, ma meno petrolio. In concreto, gli osservatori petroliferi dicono: cautela. Tra l’altro – afferma la studiosa – la produzione petrolifera libica era arrivata a un punto di stand by perché nella Sirte, i bacini del centro est e sud est erano ormai bacini maturi per cui si stavano preventivando e pianificando – ecco tutto il grande giro di grandi contratti che aveva fatto l’ultimo Gheddafi – grandi interventi basati su nuove tecnologie per mantenere a est livelli produttivi consistenti (la parte che oggi è sicuramente sotto controllo della parte del Cnt). La parte ovest era quella in piena espansione, che avrebbe dovuto dare subito un grosso innalzamento, naturalmente con i grossi investimenti in ballo». Quasi l’80% delle riserve storiche di petrolio libico si trova nella parte orientale. E ieri Sirte, città natale di Gheddafi e una delle ultime roccaforti ancora in mano alle forze lealiste, ha messo in atto una resistenza «inattesa» per la Nato. Ieri, i ribelli impegnati nell’offensiva sono andati avanti di parecchi chilometri verso Ovest conquistando il porto petrolifero di Ras Lanuf e spingendosi fino a Bin Jawad, a 50 chilometri a est di Sirte. Importanti terminali di esportazione del petrolio della Sirte.
Le nuove battaglie per i pozzi. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie), prima dello scoppio della guerra, il paese -membro dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opep) in cui era nono su 12 membri – era tra le più grandi economie petrolifere al mondo (la quarta), possedeva all’incirca il 3,5% delle riserve mondiali, oltre il doppio di quelle degli Stati uniti. La sua produzione era di circa 1,6 milioni di barili al giorno, quasi il 2% di quella mondiale: fra le più importanti riserve petrolifere dell’Africa, con 44 miliardi di barili, molto avanti la Nigeria (37,2miliardi) e all’Algeria (12,2). Ma, con le nuove tecnologie, le sue riserve avrebbero potuto triplicarsi. Esportava l’80% dell’oro nero verso l’Europa, in particolare in Italia e in Francia. Nel 2010, l’Italia ne ha comprato il 28%, la Francia il 15%, la Cina l’11%, la Germania il 10%, al pari della Spagna. Gli Stati uniti ne hanno acquistato il 2%. Un greggio ambito, perché poco ricco in zolfo e ad alta resa di prodotto. In qualche anno, il paese ha anche raddoppiato le esportazioni di gas naturale, da 5,4 miliardi di metri cubi nel 2005 a oltre 10 miliardi l’anno: grazie anche a un nuovo gasdotto verso l’Italia, ora fermo. Le riserve di gas sono valutate a 1.540 miliardi dimetri cubi. «E infatti – dice Paolini – se oggi la partita è il petrolio, domani sarà il gas. Per l’Europa e per l’Italia. E per noi le cose non vanno lisce, visto che i nostri giacimenti sono a ovest, dove la situazione è incerta». Anche sul piano interno, «non si è trattato di una guerra per la democrazia, ma di un conflitto dell’est per le risorse dell’ovest. Al di là di Gheddafi, la contrapposizione territoriale conterà nel resettaggio politico dell’incerta partita».