Liberati i giornalisti italiani rapiti in Libia. Nessun blitz, come si sta cercando di dire. Ecco la ricostruzione che Globalist ha fatto nella notte.
Le tre possibilità. Rapina da parte di sbandati? Sequestro-lampo a fini estorsivi? Avvertimento agli italiani da parte di Gheddafi attraverso i sui fedelissimi che ancora combattono e rendono insicuri tutti i percorsi che portano alla capitale? Forse tutte e tre le cose insieme. Quello che sembra certo (anche se in queste ore convulse a Tripoli di certo non c’è nulla) è che alle 21 di mercoledì 24 agosto, ossia circa 11 ore dopo il sequestro, è stato raggiunto un accordo per la liberazione dei quattro giornalisti che dovrebbe avvenire formalmente alle prime ore di giovedì. O almeno questo è l’accordo di cui abbiamo notizia da nostre fonti. Verificabile nel giro di poche ore, salvo complicazioni che possano essere intervenute nel corso della notte.
Il sequestro. Il sequestro di Claudio Monaci dell’Avvenire, Domenico Quirico de La Stampa, Elisabetta Rosaspina e Giuseppe Sarcina de Il Corriere della Sera è avvenuto lungo la strada che unisce la città di Az-Zawijat, a 50 chilometri da Tripoli, alla capitale. Un centro ad ovest, lungo la strada costiera che unisce la capitale libica alla Tunisia, in una zona ancora controllata dalle forze fedeli a Gheddafi. I giornalisti, stando ai loro racconti, sono stati malmenati e derubati da un gruppo apparentemente di rapitori comuni, poi sono stati presi in consegna da militari fedeli a Gheddafi che li hanno portati fino a Tripoli e rinchiusi in un appartamento.
La trattativa lampo. Quasi subito è apparso chiaro che i sequestratori non avevano intenzione di uccidere gli ostaggi, ma di avviare una trattativa per ottenere qualche beneficio. Ed in effetti, nonostante il caos che regna a Tripoli, i gheddafiani sono riusciti a stabilire un contatto con operatori italiani presenti in città (o forse ci sono riusciti per primi gli italiani) e ad avviare una sorta di contrattazione che si è risolta – sembra positivamente – in poco tempo. I sequestratori sono riusciti ad ottenere alcuni benefici economici (parlare di riscatto sembra eccessivo) e soprattutto la garanzia dell’impunità, visto che a rivoluzione finita non hanno nessuna intenzione di finire dietro le sbarre o peggio davanti ad un plotone di esecuzione.
Soldi e garanzie future? Soldi e promesse che gli italiani sono riusciti, non si sa come, a garantire. In compenso, come contropartita, è stato chiesto ai rapitori di consentire agli ostaggi di telefonare e di dimostrare che non fosse stato fatto loro alcun male e – più avanti – in serata nell’appartamento sono arrivati alcuni mediatori, per vigilare che fino a consegna avvenuta tutto proceda secondo quanto stabilito. Gli accordi prevedono il rilascio nella mattinata di giovedì, il trasferimento dei giornalisti in un hotel presidiato dalle forze del Cnt mentre è stato già preparato un comunicato per sancire la fine ufficiale (speriamo) di questa disavventura.
Vendetta anti-italiana? Rapina diventata casualmente rapimento o qualcosa di più? Difficile stabilirlo con certezza e soprattutto mentre la vicenda non è ancora conclusa. Certo è che ambienti libici vicini al colonnello Gheddafi sostengono che si sia trattato di una ritorsione o, meglio, di un avvertimento degli uomini del rais, che vogliono dimostrare di essere in grado di dare un risvolto terroristico, minacciando soprattutto gli occidentali. In queste ore, sempre secondo le fonti libiche pro-rais, i servizi segreti interni stanno tentando un colpo di coda e si preparano ad organizzare azioni para-terroristiche contro gli occidentali presenti in Libia e, in particolare, gli italiani.
Il doppio tradimento. Colpa non solo di quello che Gheddafi ha considerato un doppio tradimento da parte del suo “amico” Berlusconi, ma anche – per venire ad episodi dei giorni scorsi – per vendicarsi dell’operazione mediatica attraverso la quale un ferro-vecchio del regime ormai in disgrazia, il generale Jalloud, è stato portato a Roma e fatto intervistare da Lucia Annunziata. I gheddafiani hanno considerato questa ostentazione una vera e propria provocazione alla quale rispondere. Da qui la caccia agli italiani. Se questa ricostruzione fosse confermata (ed è più che plausibile provenendo dai diretti interessati) forse sarebbe necessaria una maggior cautela da parte di molti non libici che si trovano a Tripoli e dintorni.
Il messaggio di Gheddafi. Ed inoltre il messaggio che Gheddafi sta lanciando fino all’ultimo è chiaro: attenti perché sono in grado di colpire e di fare ancora male a molti, prima di cadere. Messaggio recepito da alcuni governi (vedi la Russia che spinge per una soluzione politica in extremis) ma respinto dagli insorti, per i quali la guerra finirà solo con la vittoria completa. Costi quel che costi. Ma i costi – questo è il problema – non potrebbero riguardare solo i libici, ma anche i cittadini dei paesi della coalizione. A partire dall’Italia e dagli italiani.