Riflessioni sul nuovo anno: pace, memoria e responsabilità davanti a guerre e genocidi
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Riflessioni sul nuovo anno: pace, memoria e responsabilità davanti a guerre e genocidi

Borges ci ricorda che il tempo è dentro di noi: tra guerre, ingiustizie e sfide quotidiane, la vera responsabilità è vivere consapevolmente e partecipare a una storia più grande.

Riflessioni sul nuovo anno: pace, memoria e responsabilità davanti a guerre e genocidi
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Rocco D'Ambrosio Modifica articolo

1 Gennaio 2026 - 00.48


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Ha scritto Jorge Luis Borges:

Il tempo è un fiume che mi trascina,
ma sono io quel fiume;
è una tigre che mi divora,
ma sono io quella tigre;
è un fuoco che mi consuma,
ma sono io quel fuoco.
Il mondo, disgraziatamente, è reale;
io, disgraziatamente, sono Borges.

Stringenti le parole di Borges. Esse sono, in maniera efficace, un buon antitodo alla retorica dei messaggi di fine e inizio anno dove gli auguri si perdono rapidamente nella scorsa all’ennesimo messaggio su WhatsApp (magari prestampato e riciclato). Quindi noi siamo “quel fiume” che chiamiamo tempo. Agostino lo ebbe a dire con altre parole: il tempo è “memoria del passato, attenzione al presente, attesa del futuro” (“Confessioni”). Ambedue gli autori, per vie diverse, ci riportano al mio io intimo, o interiorità, o cuore (direbbero gli autori biblici) o psiche (per i classici greci). E’ prima di tutto in me stesso che si gioca la partita del tempo, con un sano realismo e una poderosa dose di coscienza dei propri limiti.

I grandi eventi del villaggio globale (aggressione all’Ucraina, genocidio a Gaza, altre guerre e violenze private e pubbliche, crisi sociale ed economica, una pessima finanziaria che privale ricchi e, nuovamente, penalizza i poveri e gli ultimi) e i piccoli eventi, positivi e negativi, della nostra vita (famiglia, lavoro, amicizie, gruppi e comunità di fede religiosa) sono accompagnati spesso dall’illusione che esista un dominatore, un leader capace di governare, indirizzare, raddrizzare tutto quello che non va.

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Certo non possiamo negare che qualche volta ne sorga uno realmente capace di fare tanto bene. Qualche volta, non tutti i giorni. Intanto è meglio abbassare le attese e non farci troppe aspettative: la maggior parte dei leader politici, civili, istituzionali e religiosi non sono all’altezza della loro responsabilità. E per non perire sotto questa valanga di stupidità o immaturità o corruzione o cattiveria devo partire dal dato che io sono “fiume, tigre e fuoco” ed è questa la realtà di cui dispongo e che devo indirizzare e governare, conducendo la mia vita tra sconfitte e vittorie. Papa Francesco ripeteva spesso che dobbiamo “dare inizio a processi”. Ciò significa che non siamo affatto i realizzatori dell’intero processo, ne siamo solo piccoli e limitati propositori oppure semplici collaboratori di processi iniziati da altri. Ma perché tutto questo è cosi difficile a comprendersi? Perché la nostra interiorità è spesso disordinata: alcune volte ostaggio di superbia e invidia, se non proprio di cinismo e corruzione.

Noi non diamo inizio a nessuna storia perché non abbiamo creato mai un bel niente e, caso mai lo avessimo fatto, l’abbiamo realizzato insieme ad altri e mai senza il loro aiuto e supporto. Siamo stati solo creati e fatti partecipi di qualcosa di grande. In altri termini non siamo noi a dare inizio alla storia (che sia il 2026 o un altro anno o periodo storico) ma è solo il buon Dio autore di tutto quello che vediamo, ascoltiamo e facciamo; o, per chi non crede, l’autore è il fato, il caso o la fortuna o le energie benefiche. Se tutto va bene collaboriamo a questa grande storia, con i doni ricevuti, limiti e peccati permettendo. L’autenticità della nostra storia – è bene ricordarlo in tempi di populismi, bufale, infodemia e post verità – è data dal far parte di una storia più grande di noi, ossia quella che Dio scrive con ognuno di noi, con tutto i suoi giusti. 

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Nel vangelo del primo gennaio l’evangelista Luca annota: “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (Lc 2). Luca non ci ricorda il ruolo grande con cui Maria partecipa al racconto di Dio; ci ricorda, invece, che ella “custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. Nel suo “Enrico V”, riferendosi alla maturazione avvenuta nel giovane re, Shakespeare parla di una capacità decisiva in questa crescita: la “consideration”, ossia la riflessione, la meditazione, il discernimento, la ruminazione su quello che si è e si fa. Tale riflessione o meditazione deve portare ad acquisire, verificare e fortificare quanto avviene nella nostra vita, quanto Dio ci manifesta e ci indica. Per alcuni aspetti il segreto delle grandi storie sta nell’umiltà e nella meditazione che le accompagnano. Maria lo ha fatto.

Vi auguro un buon anno, in una storia più grande di noi e di processi avviati e non conclusi, con tanta, tanta “consideration”…

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