L'importanza della mitezza: quando superbia e culto della propria personalità non danno né ristoro né pace
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L'importanza della mitezza: quando superbia e culto della propria personalità non danno né ristoro né pace

E’ un ristoro difficile, quello di Gesù, non è un “prodotto” facile da acquistare, pret-a-porter. E’ un ristoro “imitativo”. Gesù ci invita ad avere la sua mitezza e umiltà perché queste sono fonte di una grande pace

L'importanza della mitezza: quando superbia e culto della propria personalità non danno né ristoro né pace
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Rocco D'Ambrosio Modifica articolo

4 Luglio 2026 - 15.48


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Il Vangelo odierno: In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero»
(Mt 11, 25-30 – XIV TO-A).

Un saggio di Byung-Chul è dedicato a “La società della stanchezza”; molto interessante perché analizza dove nasce il senso di stanchezza che coglie un po’ tutti. Iperattività, ossessione per le prestazioni, idolatria dell’efficienza e del multitasking (ovvero l’illusione di fare tante cose insieme e nello stesso tempo) sono tutti elementi che ci portano a una stanchezza cronica. La domanda è quasi ovvia: la fede aiuta? Oppure, più profondamente: dove sei Signore quando sono affaticato e oppresso?

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In questo brano Gesù ci invita ad andare a Lui per trovare il ristoro che cerchiamo. Sono convinto che questo invito è uno dei più difficili del Vangelo. Lo dico perché è la stessa amicizia con il Signore a essere particolare. Se facciamo attenzione esistono diversi modi per andare al Signore e trovare ristoro. Non solo li scopriamo nell’esperienze altrui ma anche nella nostra personale. In sintesi cercherò di individuarli per tipi.

Deus ex machina. Era quel marchingegno che appariva sulla scena per risolvere ogni problema e complicazione. Spesso andiamo al Signore perché ci risolva tutto e subito. La preghiera diventa cosi un elenco di richieste, come il foglio della spesa al supermercato. Ci sentiamo ristorati solo nella misura in cui ci sono concessi i miracoli che chiediamo o il buon Dio risolve i problemi che abbiamo. Ma non penso che sia questo il ristoro che il Signore vuole concederci. Per questo molte volte siamo così delusi da pensare che non ci sia ristoro per le nostre fatiche e problemi. Ma il ristoro è dato solo dal cambiare la nostra realtà? Ovvero ristoro uguale miracoli concessi o problemi risolti?

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La fuga in un mondo irreale. È innegabile che ci siano forme di preghiera, personali e comunitarie, molto impostate su trasporti emotivi e creazioni di paradisi più apparenti che reali. Lo dico con molto rispetto: il rischio è che la preghiera diventi una forma di “stupefacente”, che assicuri “viaggi” in paradisi fittizi. Purtroppo anche un parte della religiosità popolare cade in questa trappola: parlare di madonne e di santi come coloro che assicurano fughe da ogni problema e sciagura. È questo il ristoro evangelico?

Imparare dove si trova il ristoro. “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita”. Il ristoro è in Gesù, certamente. Ma lo è – non dimentichiamolo – nell’imparare la sua umiltà e la sua mitezza. Gesù ebbe ristoro nella sua vita terrena? Come affrontò i tanti torti subiti o i tradimenti dei suoi? Come il Padre lo consolò e come non lo lasciò solo? 

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E’ un ristoro difficile, quello di Gesù, non è un “prodotto” facile da acquistare, pret-a-porter. E’ un ristoro “imitativo”. Gesù ci invita ad avere la sua mitezza e umiltà perché queste sono fonte di una grande pace, che ristora profondamente. Ciò significa, all’opposto, che ogni forma di superbia, autoreferenzialità, efficientismo, iperattività, ossessione per prestazioni e multitasking, culto della propria personalità non danno né ristoro, né pace ma sono solo fonte di fatica e stress di ogni tipo. Può sembrare una sorta di escamotage, ma è, di fatto, l’unica via: mitezza e umiltà per trovar ristoro…

E il ristoro non è frutto del bene che facciamo? Non è quello che il Padre rivela ai piccoli? Non è il sorriso di Gesù che ci abbraccia quando siamo affaticati e oppressi? 

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