La pace si onora non calpestando i diritti di qualcuno ma facendo vincere la giustizia
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La pace si onora non calpestando i diritti di qualcuno ma facendo vincere la giustizia

La pace si raggiunge con azioni concrete, perché l’invito di Isaia diventi realtà: “Praticare la giustizia darà pace, onorare la giustizia darà tranquillità e sicurezza per sempre”

La pace si onora non calpestando i diritti di qualcuno ma facendo vincere la giustizia
Guerra
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Rocco D'Ambrosio Modifica articolo

9 Gennaio 2024 - 22.13


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“Non posso in questa sede non ribadire la mia preoccupazione per quanto sta avvenendo in Palestina e Israele – ha detto papa Francesco ricevendo il corpo diplomatico (8.1.2024). Tutti siamo rimasti scioccati dall’attacco terroristico del 7 ottobre scorso contro la popolazione in Israele, dove sono stati feriti, torturati e uccisi in maniera atroce tanti innocenti e molti sono stati presi in ostaggio. Ripeto la mia condanna per tale azione e per ogni forma di terrorismo ed estremismo: in questo modo non si risolvono le questioni tra i popoli, anzi esse diventano più difficili, causando sofferenza per tutti. Infatti, ciò ha provocato una forte risposta militare israeliana a Gaza che ha portato la morte di decine di migliaia di palestinesi, in maggioranza civili, tra cui tanti bambini, ragazzi e giovani, e ha causato una situazione umanitaria gravissima con sofferenze inimmaginabili”.

Non è la prima volta che il pontefice interviene sui vari conflitti di guerra esistenti nel mondo, manifestando una prima e fondamentale preoccupazione: porsi dalla parte delle vittime, specie piccoli, ammalati e indifesi. Dovrebbe essere abbastanza semplice e scontato, specie in coloro che credono nella pace ed operano e manifestano per essa. Ma non è cosi. Se si prendono, per esempio, le manifestazioni per la pace, la stragrande maggioranza di esse – se ci fermiamo a un dato simbolico ma fortemente indicativo – è si per la pace, ma per la pace di una parte invece di un’altra: Israele o Palestina.

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Manifestare per la pace credendo che alcune vittime siano più “vittime” delle altre vuol dire non credere nella pace ma solo strumentalizzare il tutto per finalità politiche, spesso di piccolo cabotaggio elettorale o, ancora peggio, crede di essere allo stadio e di dover tifare per gli uni contro gli altri.        

Cosi non è solo la spada ad uccidere, ma anche la lingua, la comunicazione diremmo oggi. Lo ricorda la Scrittura: “Molti sono caduti a fil di spada, ma non quanti sono periti per colpa della lingua” (Sir 28, 18). Mi è sembrato – ma posso sbagliarmi – che negli ultimi tempi uno dei settori più attraversati da spade e lingue sia stato quello religioso, con tante strumentalizzazioni. In questo clima si fa ancora fatica ad affermare, con ferma ragione e cuore aperto, che chi uccide nel nome di Dio non crede in Dio.

Tra i tanti Papi ad averlo detto con forza, ricordiamo, per esempio, Giovanni Paolo II: “non si può uccidere e distruggere in nome della religione né manipolare la stessa secondo propri interessi” (28.6.2000). Per non parlare dell’opera di Papa Francesco, in tutti questi anni di pontificato, fino ad arrivare al documento di Abu Dhabi, firmato con il Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb. Li scrivono: “chiunque uccide una persona è come se avesse ucciso tutta l’umanità e chiunque ne salva una è come se avesse salvato l’umanità intera”. Chi usa la religione per giustificare guerre e violenze non crede in Dio e credo che ciò valga per tutte le religioni (ebrei, cristiani, musulmani e via discorrendo). Non si tratta di gareggiare a quantificare chi ha sofferto di più (pensiamo ai vari olocausti avvenuti nella storia) o chi ha sbagliato di più, nemmeno di radicalizzare le posizioni degli uni e degli altri, ma di rendere più solido il cammino della pace evitando estremismi, semplificazioni, radicalizzazioni, strumentalizzazioni, muri e razzismi vari. 

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E l’uso strumentale e ideologico delle parole e della religione, come anche il riproporre la religione su base etnica, rendono questo cammino fragile e indeboliscono il processo di pace. 

Inoltre non va dimenticato che la pace – insegna la Scrittura (Is 32,17) – è “opera della giustizia” per cui, per quanto esiste un diritto a difendersi (anche per l’etica cattolica), la difesa deve essere proporzionata e non strumento incontrollato di vendetta: ciò vale per tutti, nessuno escluso. La giustizia richiede anche che vadano rispettati le norme internazionali e le risoluzioni delle Nazioni Unite. Il papa, come è nel suo stile, non esita nel riferirsi ad aspetti politicamente concreti e determinanti per garantire la pace. Li propongo sinteticamente:  

  • l’invito al “cessate-il-fuoco su tutti i fronti, incluso il Libano, e per l’immediata liberazione di tutti gli ostaggi a Gaza”; 
  • l’impegno di tutta la Comunità internazionale perché “percorra con determinazione la soluzione di due Stati, uno israeliano e uno palestinese, come pure di uno statuto speciale internazionalmente garantito per la Città di Gerusalemme, affinché israeliani e palestinesi possano finalmente vivere in pace e sicurezza”;
  • rivitalizzare le “strutture di diplomazia multilaterale”, come anche il multilateralismo attraverso la gestione della questione climatica globale, in un mondo in cui i problemi ambientali, sociali e politici sono strettamente connessi”;
  • “cercare soluzioni nuove, perché il popolo siriano non abbia più a soffrire a causa delle sanzioni internazionali. Inoltre, esprimo la mia sofferenza per i milioni di rifugiati siriani che ancora si trovano nei Paesi vicini, come la Giordania e il Libano”;
  • l’impegno perché il Libano, “il Paese dei Cedri abbia presto un Presidente”.
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Tutti riferimenti concreti, perché l’invito di Isaia diventi realtà: “Praticare la giustizia darà pace,
onorare la giustizia darà tranquillità e sicurezza per sempre” (32, 17).

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