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Dalla disinformazione ai discorsi d'odio: una illuminante indagine di Demopolis

Oltre il 70% degli italiani è allarmato dall’attuale diffusione di discorsi e atteggiamenti d’odio sui social network. Una indagine di Demopoli commissionata da Oxfam Italia

Dalla disinformazione ai discorsi d'odio: una illuminante indagine di Demopolis
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6 Dicembre 2022 - 17.47


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Dalla disinformazione ai discorsi di odio il passo è breve. E quel che può produrre è devastante. Manipolazione delle coscienze, orientamenti elettorali, fino a veri e propri crimini. Non solo “social”.

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Una indagine illuminante

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Oltre il 70% degli italiani è allarmato dall’attuale diffusione di discorsi e atteggiamenti d’odio sui social network. Solo 3 cittadini su 10 si dichiarano poco o per nulla preoccupati. Inoltre il 68% è preoccupato dalla possibilità di incorrere in notizie false, e 2 italiani su 3 dubitano spesso delle notizie viste o lette in rete.

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 È quanto emerge da un’indagine condotta dall’Istituto Demopolis – per Oxfam Italia – su un campione di oltre 4.000 intervistati, rappresentativo della popolazione maggiorenne.

I cittadini dubitano di alcune informazioni ma, nella pratica, cedono al gusto della condivisione: al 41% capita di inoltrare ad amici o conoscenti notizie che ritengono interessanti o sorprendenti (immagini o video), senza verificarne preventivamente l’attendibilità. E solo una minoranza è solita controllare l’esattezza di una notizia ricevuta, cercando conferma da altre fonti.

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 “L’indagine – spiega Pietro Vento, direttore di Demopolis – fotografa una peculiare fragilità nel panorama percettivo italiano: esistono indici di una crisi di fiducia che investe – con intensità e motivazioni differenti – prevalentemente la Rete e i Social Network, ma anche i media tradizionali”. 

 I discorsi d’odio hanno creato stereotipi sui migranti

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 L’analisi condotta per Oxfam ha verificato quanto incida la penetrazione massiva della disinformazione in tema di immigrazione nella fondazione di stereotipi e meccanismi di esclusione, nonché di incitamento all’odio contro i migranti in Italia. Il problema è senz’altro rilevante, se si pensa che nel complesso è del 56% la quota di italiani convinta che alcuni discorsi d’odio, anche online, abbiano contribuito a creare pregiudizi contro i migranti o alcune particolari categorie di immigrati. 

 Oltre 8 italiani su 10 hanno intercettato notizie quali ad esempio: “L’immigrazione aumenta l’insicurezza e la criminalità” (88%); “L’Italia ha fatto entrare molti più immigrati degli altri Paesi europei” (74%). Si tratta spesso di notizie false: negli ultimi dieci anni, a fronte di un progressivo aumento della presenza straniera, è diminuito sia il numero assoluto di stranieri detenuti che il tasso di detenzione, che è passato dallo 0,71% del 2008 allo 0,34% del 2020; quanto alla seconda notizia, nel 2021, in Italia hanno chiesto asilo 53.610 persone (0,09 % della popolazione), contro le 65.295 della Spagna (0,14%), 120.685 della Francia (0,18% della popolazione), 190.545 della Germania (0,23% della popolazione).

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 Nei 2/3 dei casi, a veicolare tali notizie sono spesso esponenti politici, ma se ne parla anche in notizie e programmi tv (56%), nonché in conversazioni spicciole fra amici, colleghi e parenti (55%), oltre che sui social network (48%).

 “La sottovalutazione di notizie false e discorsi d’odio in tema di migrazioni determina la proliferazione della disinformazione e il radicarsi di stereotipi ostili. L’infondatezza delle notizie più comunemente intercettate e sopra riferite è chiaramente dimostrabile con dati alla mano. – aggiunge Giulia Capitani, policy advisor sulle migrazioni di Oxfam Italia – Preoccupa che vi sia una progressiva “normalizzazione” o “derubricazione” del discorso d’odio, i cui confini risultano labili nel sentire comune; si tratta di fenomeni che ne rendono più difficile il contrasto, proprio perché non esiste più la collettiva convinzione che si tratti di un problema non solo di disinformazione ma anche di deformazione della realtà, con effetti pesanti sull’opinione pubblica e conseguenze anche sui comportamenti individuali”.

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Il “discorso d’odio” involontario 

L’indagine demoscopica evidenzia, tra l’altro, che “la sterzata tematica sulla narrazione del Covid ha consentito di valutare il dilagare del discorso d’odio in alcuni segmenti della popolazione, sulle tematiche di massima apprensione per il corpo sociale. Si tratta di un pericoloso corollario incontrollato del protagonismo comunicativo dei cittadini, appreso o scimmiottato dalle voci che oggi possono contare su un vasto pubblico (influencer, rappresentanti politici, etc.) e che si applica alle dimensioni percepite come problematiche: per un ampio segmento della popolazione, anche la presenza di migranti. Fra le dimensioni “sensibili” per il tessuto sociale italiano, i fenomeni migratori che interessano il Paese sono percepiti come problematici da una fetta consistente di cittadini, ridottasi comunque nell’ultimo triennio. Tuttavia, nelle settimane pre-elettorali in cui l’indagine è stata condotta, si è rilevato il progressivo riemergere di apprensioni, indotte e sollecitate da meccanismi di falsata rappresentazione riguardo i migranti. A questi, vanno associate anche le dinamiche preferenziali e differenziali fra profughi registrate nell’opinione pubblica a seguito degli esodi scatenati dal conflitto russo-ucraino: come la fase di rilevazione campionaria dell’indagine Demopolis ha dimostrato, per gli italiani, le migrazioni non hanno tutte lo stesso valore… 

Un caso-scuola: l’informazione sul Covid.

“Nel corso dei colloqui – spiegano gli autori – si è scelto di indagare le dinamiche informative delle unità statistiche nel biennio pandemico. L’esercizio ha consentito di focalizzare i meccanismi di generazione d’ansia su base informativa, le distorsioni cognitive indotte dalla fruizione di contenuti non verificati, l’affioramento di dinamiche di sospetto ed allarme sociale che hanno esacerbato le modalità comunicative dei cittadini: nelle ammissioni degli intervistati o nella verifica dei loro contenuti sui social network, le forme di comunicazione impiegate in taluni casi (sia pur da una minoranza degli intervistati) si sono inasprite fino alle coloriture del discorso d’odio; per lo più senza consapevolezza della gravità dei toni, da parte dei protagonisti. Si registra una progressiva “normalizzazione” o “derubricazione” del discorso d’odio, i cui confini risultano labili nel sentire comune; si tratta di fenomeni che ne rendono più difficile il contrasto, proprio perché  non esiste più la collettiva convinzione che si tratti di un problema non solo di disinformazione ma anche di deformazione della realtà, con effetti pesanti sull’opinione pubblica e conseguenze anche sui comportamenti individuali”. 

Caro bollette e lavoro preoccupano gli Italiani. Immigrazione al 7° posto

La percezione problematica della presenza dei migranti si riduce se gli intervistati non la valutano in astratto, ma considerano l’area in cui vivono: è del 37% la porzione di cittadini che ritiene oggi l’immigrazione un problema rilevante nel proprio vissuto quotidiano, per la città o la zona in cui vivono e lavorano. Se invece si considera astrattamente “l’Italia”, la presenza di immigrati viene considerata un problema dal 48%. Si tratta dell’11% in più, con una percezione che raggiunge il 53% nel Nord del Paese e che si differenzia marcatamente in base alla collocazione politica degli intervistati.

 Di peculiare interesse è risultato il posizionamento del tema nella percezione dell’opinione pubblica e l’effettiva problematicità percepita del fenomeno. A questo scopo, l’Istituto Demopolis ha analizzato l’evoluzione delle priorità degli italiani: una sorta di agenda dettata dai cittadini al Governo e agli interlocutori istituzionali, fra il 2019 e oggi.

L’allarme per i costi impazziti di gas e carburante è attualmente al 1° posto per l’81% degli italiani, al 2° per il 78% sono le politiche per l’occupazione e il lavoro. 

 L’immigrazione passa dal 3° posto in termini di priorità con il 70% nel 2019 alla 7° posizione di oggi in cui, di fronte ad altre priorità incombenti, resta centrale per poco meno di un italiano su due.

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