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Francesco in Bahrein: un viaggio nel cuore tumultuoso del mondo islamico in procinto di esplodere

Nel Bahrein ci fu una terribile repressione del 2011 e il Papa andrà nel paese arabo mentre dall'altra parte del golfo, in Iran, c'è un'altra repressione

Francesco in Bahrein: un viaggio nel cuore tumultuoso del mondo islamico in procinto di esplodere

Riccardo Cristiano Modifica articolo

2 Novembre 2022 - 16.52


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Papa Francesco parte per il Bahrein questo giovedì 3 novembre e rientrerà domenica 6. Pensato ovviamente molto tempo fa, il viaggio aveva al suo centro tre incontri di dialogo, due interreligiosi e uno ecumenico. I primi due hanno come indiscutibile protagonista il Consiglio islamico degli anziani, presieduto dall’imam dell’ Università islamica di al-Azhar, Ahmad al-Tayyeb. Si tratta di un forum sul dialogo tra Oriente e Occidente e dell’incontro del Consiglio stesso, occasioni che si uniscono poi all’incontro ecumenico, cioè tra cristiani di diversi riti, uno dei primi in Bahrein,  vecchio emirato oggi regno che si definisce costituzionale. La messa e l’ingresso del papa nella cattedrale di Nostra Signora d’Arabia, la più grande chiesa mai costruita nel Golfo Persico, completavano un programma ambizioso.

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Ovvio che nell’avvicinarsi del viaggio in molti si siano ricordati dei detenuti politici in Bahrein, lascito dolorosissimo del grave passato, la repressione della Primavera del 2011, quando il Bahrein fu il primo Paese del Golfo a conoscere la mobilitazione “primaverile” di tantissimi giovani. Qui entra in gioco la peculiarità del Bahrein, governato da una famiglia sunnita, la confessione islamica più numerosa, ma a maggioranza sciita. Sebbene la mobilitazione fu interconfessionale e la richiesta di riforme comune, la repressione – dopo un promettente inizio di dialogo nazionale- vide l’ingresso nell’allora emirato di un contingente di mille soldati sauditi, regno alleato del Bahrein e chiaramente orientato a ostilità verso gli sciiti, sempre associati all’Iran, il nemico giurato di Riad.

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La repressione così da semplice repressione dei moti si trasformò in azione di discriminazione confessionale, con gli sciiti accusati di voler sovvertire un regno sunnita. Lo scontro da politico divenne, come sempre, religioso. E’ stata una delle prime pagine feroci della storia del 2011 arabo, dopo gli esiti non violenti di Tunisia ed Egitto. E che fece capire cosa sarebbe accaduto di lì in avanti. 

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Le richieste a papa Francesco di non dimenticarsi di quella pagina nera e dei detenuti politici che ancora ci sono nel Paese che visiterà sono dunque comprensibili, ma non possono far dimenticare al papa che a poca distanza dal Bahrein, sull’altra costa del sottile Golfo Persico, un’altra repressione feroce vede contrapposto un popolo, quello iraniano al suo regime. Qui però sono tutti sciiti, regime e larga maggioranza della popolazione. I fatti iraniani parlano anche ai giovani del Bahrein, sciiti in primis ma non solo?

Io penso di sì perché le due vicende hanno un tratto in comune: l’uso della religione in nome del potere. Come strumentale fu l’accusa mossa ai giovani del Bahrein di essere sovversivi pagati dall’Iran sciita, così strumentale è l’accusa ai giovani e in particolare alle giovani iraniane di essere sovversivi pagati da potenze straniere, come Tehran afferma da oltre quaranta giorni. E’ questo che unisce il passato e il presente, da parte di sistemi di potere che usano la religione contro se stessa. 

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Queste due fiamme vanno comprese nel cuore tumultuoso di un mondo islamico in procinto di esplodere. La nuova rivoluzione iraniana, perché la protesta di piazza a Teheran tale è, chiede di liberare l’Iran e con esso lo sciismo internazionale dalla sua deformazione khomeinista, teocrazia in armi. Lo fa senza leadership, con la forza cristallina di un popolo determinato a dire “basta”. Proprio come fece il popolo e in particolare i giovani del dirimpettaio Bahrein. 

Se quanto accadde a Tehran con rivoluzione iraniana invece che liberare un popolo dalla tirannide laicista si trasformò in un golpe che lo ha sottoposto ad una nuova tirannide questa volta religiosa e ormai quarantennale, simboleggiata dall’imposizione del velo e dalla rivota contro di essa, la rivoluzione odierna va tutelata dal rischio di cadere in un altro possibile golpismo magari ammantato di nazionalismo, che se non si vede è lecito temere visto che oggi una leadership rivoluzionaria non c’è. Lo stesso vale per il movimento interprete di sentimenti analoghi e diffusi tra gli arabi, del Golfo e non. 

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Ecco allora che il viaggio del papa sembra arrivare nel momento più caldo e importante per proporre più che un dialogo non solo tra Oriente e Occidente ma anche in Oriente e in Occidente.  Le storie passata e presente di Bahrein e Iran ci dicono che sunniti e sciiti sono meno divisi e lontani di quanto i regimi vogliano far loro credere. Quale terapia chiedono entrambi ai loro Paesi? Una robusta iniezione di pari cittadinanza, non più confessionale, ma laica. E’ la cittadinanza di cui ha parla il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la coesistenza comune firmato da Francesco e al-Tayyeb ad Abu Dhabi nel 2017 e che ha portato la teologia del Concilio Vaticano II, quella che ha salutato il regime di cristianità, nel mondo islamico. Una svolta che nessuno credeva possibile nel campo islamico dopo un millennio di teologia di protezione delle minoranze confessionali. La firma di quel documento è l’architrave per la costruzione di un altro Medio Oriente e quindi di un’Europa con esso fraterna e solidale, non nemica, ostile, “civilizzatrice”.

Vi hanno scritto Francesco e al-Tayyeb: “ Il concetto di cittadinanza si basa sull’eguaglianza dei diritti e dei doveri sotto la cui ombra tutti godono della giustizia. Per questo è necessario impegnarsi per stabilire nelle nostre società il concetto della piena cittadinanza e rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze, che porta con sé i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità; esso prepara il terreno alle ostilità e alla discordia e sottrae le conquiste e i diritti religiosi e civili di alcuni cittadini discriminandoli.” E’ evidente ne consegua un’idea tutta nuova di “libertà”, che questi regimi negano: “La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano”.

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Questo messaggio, va ribadito,  è stato firmato dalla suprema autorità teologica sunnita e condiviso durante il viaggio papale in Iraq dalla suprema autorità teologica  sciita:  l’islam si ribella al dispotismo politico di chi lo riduce a sua base di potere? Di certo unisce il dolore dei giovani del Bahrein, il dolore di ieri, e quello dei giovani iraniani, il dolore di oggi, in un solo dolore, ma senza separare sunniti e sciiti, musulmani e cristiani. Questo grande merito di al-Tayyeb è arrivato grazie al metodo fraterno e non rivendicativo seguito da Francesco. Per questo sono convinto che il papa seguirà anche in Bahrein questo metodo. 

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