Pastarini racconta l’Alzheimer con dolcezza, memoria e umanità: un romanzo contro indifferenza e solitudine
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Pastarini racconta l’Alzheimer con dolcezza, memoria e umanità: un romanzo contro indifferenza e solitudine

La strategia della dolcezza (CN Casa Nuvolari, pagg 210, euro 19) è un inno alla vita, scandito da parole a tratti poetiche. Un esempio? «Accarezzandoci tirando fuori… la nostra più grande dote: l’umanità.»

Pastarini racconta l’Alzheimer con dolcezza, memoria e umanità: un romanzo contro indifferenza e solitudine
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11 Maggio 2026 - 13.24


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di Rock Reynolds

Era una malattia talmente agghiacciante da risultare incomprensibile per un adolescente ancora convinto che straniamento e perdita di memoria fossero una zavorra dei “vecchi” e non sintomi di una patologia che non guarda in faccia nessuno. La prima volta che sentii parlare dell’oscuro morbo di Alzheimer fu quando un amico carissimo, quasi mio coetaneo, mi disse che ne soffriva la zia materna, una donna ancora giovanissima, costretta in un letto, in stato poco più che vegetativo. Da allora, grazie ai passi da gigante compiuti dalla diagnostica, si ha quasi la sensazione che questa malattia che tanto atterrisce sia esplosa in una sorta di pandemia, con numeri allarmanti, e che sia una specie di peste della modernità.

Naturalmente, nessuno di noi è mai pronto al peggio e pochi di noi sono propensi a prepararsi a evenienze fastidiose, ma la violenza con cui questa condizione di minorità travolge pazienti e vittime dovrebbe spingere ognuno a una maggior presa di coscienza.

Sembrerebbe il preambolo adeguato per tirar fuori il classico coniglio – pardon, libro – dal cilindro e, in effetti, un libro consigliato quanto utile in materia oggi c’è. Sono certo ce ne sia più di uno, ma quello di cui vi parlo l’ho particolarmente amato. Forse perché, per qualche inesplicabile ragione, mi aspettavo un saggio divulgativo e, invece, mi sono trovato tra le mani un romanzo avvolgente, una dichiarazione d’amore per l’umanità, una strenua difesa dell’individualità non contro la perdita della memoria bensì contro l’assuefazione all’indifferenza.

Mi aspettavo un racconto autobiografico sull’Alzheimer, appunto, una dissertazione non accademica su questa malattia tremenda e sulle sue implicazioni per chi ne soffre e per i suoi familiari. Viceversa, mi sono trovato di fronte a un romanzo, altrettanto intimo e ricco di informazioni che fanno luce su aspetti spesso trascurati di tale condizione e che ci insegna a non avere paura. O meglio, a farci accompagnare dalla speranza e dal realismo nella battaglia quotidiana con gli ostacoli che l’Alzheimer pone sul cammino di vita di chi ne è affetto e di chi lo accompagna.

Di acqua da quel 1901 in cui lo psichiatra tedesco per primo diagnosticò a una sua paziente di 51 una malattia ancora tutta da definire ne è passata parecchia.

La strategia della dolcezza (CN Casa Nuvolari, pagg 210, euro 19) è un inno alla vita, scandito da parole a tratti poetiche. Un esempio? «Accarezzandoci tirando fuori… la nostra più grande dote: l’umanità.»

È il romanzo della normalità. Non aspettatevi voli pindarici o inseguimenti thrilling. Non ce ne sono. C’è, però, la vita di ognuno di noi, persino di chi è lontano anni luce da quella malattia. Perché tutti, prima o poi, con la nostra caducità dobbiamo scendere a patti. Protagonisti sono Libero con la sua malattia ed Enea e Anna con i loro turbamenti e diversi gradi di accettazione di tale condizione. Sembra quasi che sia Enea, più della mamma Anna, a riconoscere che l’unico modo per affrontare il dramma del papà è tornare bambino nell’intimo e scaricare le zavorre di convenzioni sociali e pregiudizi individuali. L’ambiente fisico, quello delle città di Genova e Parma (con siparietti in corsivo di frasi nei rispettivi dialetti), oltre a qualche incursione in luoghi rurali come le colline vinicole piacentine, fa il resto. E dire che, se l’Alzheimer non fosse di per sé una condanna, Cesare Pastarini trasforma il suo antieroe pure in dializzato. Ci sono pagine volutamente del tutto in corsivo, per trasmettere un senso di interruzione nella narrazione, come se l’autore volesse mettere in chiaro che le parole scritte in questo modo servono per capire meglio certi fatti e per inquadrarli nel campo medico. Ma, attenzione, sono più i momenti lievi e positivi di quelli drammatici. E la scrittura non è mai banale. Come quando Pastarini annota che «Chi vi dice che il gallo canta al sorgere del sole, non ha mai dormito in campagna. I galli cantano a tutte le ore, anche alle tre di notte» oppure che c’è una «leggenda, quella che narra che i pesci rossi abbiano la memoria di un minuto, per cui quasi ogni volta che si incontrano fanno una nuova conoscenza, gli sembra di essere appena arrivati lì e forse hanno pure problemi d’identità».

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Le riflessioni più serie non mancano: «Il malato di demenza senile sente il peso dei propri errori e se ne dispiace. Se ne dispiace talmente da arrivare a essere in ansia».

La strategia della dolcezza è un libro ricco, come quando Pastarini fa rievocare a Libero ed Enea la tragedia di Stava, avvenuta nel 1985 in Trentino per una serie di atti di incuria umana che portarono al crollo di una discarica di miniera che travolse una comunità, uccidendo 268 persone. E, a sigillo di un rispetto quasi sacro per gli innocenti che persero la vita in quel paese evidentemente a lui caro, li cita per nome, uno a uno.

C’è molto di più ne La strategia della dolcezza, come si evince anche da quello che Cesare Pastarini ha voluto condividere con noi.

Che cos’è l’umanità, oggi?

«Per come vedo che gira il mondo, una dote che non siamo più abituati o non siamo più interessati ad allenare. Eppure sono convinto che sia l’unico sentiero da percorrere. Potremmo anche definirla empatia, anche se è un termine che trovo abusato: metterci nei panni degli altri, prima di tutto nelle persone che faticano a vivere, negli ultimi. Vivendoli, conoscendoli personalmente, donando il nostro tempo, e non la cena di beneficenza che toglie tutti i dolori o l’euro gettato nel cappello.»

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Mi pare che i nomi lei li abbia selezionati oculatamente. Libero ed Enea. Cosa rappresentano?

«Ho iniziato a scrivere con mio padre molto malato, ma ancora vivo. Avevo deciso fin da subito di dargli un altro nome. Il suo era Elio. In corso d’opera mio padre è venuto a mancare e così è diventato Libero: non credo che ci sia da aggiungere granché. Per quanto riguarda il mio nome ho pensato all’Eneide: Virgilio racconta come Enea, durante la fuga da Troia in fiamme, porta in salvo sulle spalle il padre Anchise, anziano e paralizzato: è la pietas che ognuno di noi dovrebbe provare almeno una volta nella vita, per darle davvero un senso.»

La scelta dei luoghi. Anche questa non mi pare casuale. Le spiace indicarmi per sommi capi l’importanza di Genova, Parma e del Piacentino?

«Parma è la mia città natale, in cui vivo e lavoro. Una città che adoro. Genova la conosco bene ed è una città da cui c’è molto da imparare su tutti i fronti. Nel romanzo ho preferito avere un occhio distante rispetto alla città emiliana, perché i fatti che racconto possono avvenire ovunque e non mi andava di essere parmigiano-centrico, lo trovavo provinciale, come credo che siano molti parmigiani, me compreso, s’intende. Il Piacentino lo cito per motivi logistici, perché nel racconto c’è l’episodio di un viaggio che i protagonisti fanno da Genova verso Parma, per cui bisogna attraversarlo.»

La nostalgia è una delle declinazioni principali della sua storia. È un tema a lei caro oppure ha scelto di impostare la narrazione su di essa perché le pareva più idonea a una storia che, nel suo legame con la memoria che si affievolisce, non può che essere all’insegna di qualcosa che non è più?

«Io sono un nostalgico. Che, detta così, potrebbe apparire una confessione politica. Nulla di più distante dai miei ideali. Chiarito questo, credo che la nostalgia sia ciò che prova chiunque abbia una persona da curare, che ieri era sana e oggi non la è più. È inevitabile pensare a quando tutto andava meglio e quindi ho alternato i capitoli di quei tempi che non tornano con quelli attuali, in cui la situazione è precipitata. Attenzione: non significa piangersi addosso, ma avere uno sguardo diverso, nuovo, e la giusta consapevolezza per affrontare l’oggi con forza e speranza.»

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Cosa le ha lasciato di buono l’esperienza di questa malattia in famiglia?

«Ciò che ha lasciato di buono lo ha in mano lei: questo libro. La strategia della dolcezza è la dimostrazione di come le sofferenze di mia madre (un’eroina) e mie non sono state inutili. Le ho messe a disposizione di tutti. Per questo nelle ultime pagine ho aggiunto alcuni consigli utili per chi deve affrontare persone con deficit cognitivi. Anche se ogni casa contiene persone e storie differenti, tuttavia c’è un sentimento che accomuna e fa sentire meno soli.»

Se la sente di dare un suggerimento positivo, se non rassicurante, a quelle persone che scoprono una diagnosi di Alzheimer ai danni di un familiare stretto?

«Non pretendo che leggano il libro perché non voglio essere presuntuoso. Il titolo, però, mi pare sia esaustivo e insisto: solo con la dolcezza, con l’ironia, la (tanta) pazienza e l’ascolto ci si può salvare. Diversamente si impazzisce, facendo del male alla persona cara che ha bisogno di noi, a chi ci vuole bene e a noi stessi. Tra il dire e il fare so bene che c’è di mezzo il mare, ma tirando fuori volontà e resistenza la vita assume un sapore migliore.»

Lei scrive una cosa che mi ha colpito: «Il malato di demenza senile sente il peso dei propri errori e se ne dispiace». Si rende conto che molti la riterrebbero superficialmente un’assurdità? Della serie, come fa un soggetto senza memoria a essere cosciente di ciò che fa?

«Comprendo che chi non ha esperienza non riesca a capire. Durante l’arco della giornata, il malato di demenza non è sempre scollegato dal mondo. Magari non lo dà a vedere, ma improvvisamente torna lucido, per un minuto o per dieci. Se lo si sgrida o lo si guarda male in quell’arco di tempo perché ha detto o fatto una cosa sbagliata, si deprime ulteriormente. Si rende conto di avere fatto qualcosa che non va e questo contribuisce a sprofondare ulteriormente con lo stato d’animo. Ecco perché occorre sempre (questo “sempre” lo scriva in maiuscolo o in neretto) la dolcezza.»

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