di Maurizio Boldrini
“Si seppe della sciagura la mattina del 4 maggio: era stato verso le 8 e mezza, un’esplosione al Camorra, un’esplosione spaventosa; avevamo visto una gran nube di fumo uscire dalla bocca del pozzo, un boato sordo Baseggio, il capo servizio, era ferito anche lui, alla testa, l’avevano portata all’ospedale. Eppure Baseggio non era ancora entrato sotto alle 8 e mezza. L’esplosione l’aveva colpito lassù all’esterno. Certo la prima “gita” del Camorra era sparita, tutti i morti, 50 o 60, chissà. Le notizie che si diffusero subito erano vaghe e contraddittorie, ma la gravità del disastro fu subito chiara a tutti: le esperienze precedenti avevano insegnato che una esplosione in una miniera di lignite, in particolare in una miniera “difficile” come quella di Ribolla, assume sempre proporzioni tragiche”. Sono le parole con le quali Luciano Bianciardi e Carlo Cassola descrivono il disastro della miniera di Ribolla nel libro ”I minatori della Maremma” editato da Laterza nel 1956.
Era la mattina del 4 maggio del 1954 quando si consuma la tragica morte di 43 minatori nelle gallerie della miniera. L’esplosione del micidiale grisou (gas) avviene a 260 metri di profondità. E’ il più grave disastro minerario italiano del dopoguerra.
Chi conosce la vita e il gergo delle miniere sa che i turni si chiamano gite. La prima gita di quella terribile giornata scende nel pozzo Camorra di Ribolla nella notte. E’ composta da una sessantina di uomini. Lo scoppio avviene alle 8 e 27: un boato sordo mentre un gran fumo che esce dalla bocca del pozzo. Tutti capiscono che si tratta del segnale di una tragedia. La Montecatini non fornisce l’elenco degli operai del primo turno. I soccorsi sono lenti, le notizie poche. Il 4 maggio del 1954 è un martedì. Al governo c’è Mario Scelba, ed è il suo sottosegretario Umberto Delle Fave a dare ufficialmente l’annuncio dell’accaduto.
Appaiono subito evidenti le responsabilità della proprietà, la “Montecatini” che negli anni Cinquanta possedeva non solo la miniera ma l’intero villaggio di Ribolla: case, strade, ambulatorio, dopolavoro, cinema, chiesa e scuola. Esercitava, insomma, un controllo totale sulla vita dei minatori. Lo stesso schema era applicato, anche se con dinamiche differenziate, in tutti i centri minerari della Sardegna (carbone), della Sicilia (zolfo) e del Monte Amiata (mercurio). Lo stato della miniera di Ribolla era da tempo oggetto di forti e insistenti denunce sulle condizioni strutturali e sul sistema di lavorazione dell’intero bacino minerario.
Proprio dal lavoro di conoscenza della Maremma e di denuncia delle condizioni di lavoro dei minatori prende avvio la collaborazione tra due protagonisti della letteratura italiana del secondo Novecento: Luciano Bianciardi e Carlo Cassola. Il primo dirigeva la Biblioteca comunale di Grosseto, il secondo era già uno scrittore conosciuto avendo pubblicato “Il taglio del bosco”. I due si incontrano in biblioteca e iniziano a frequentarsi e a scrivere: per entrambi la provincia è un osservatorio prezioso. E’ il Paese che si sta ricostruendo nel quale come ha scritto Goffredo Fofi “il giornalismo servì da tramite e rimedio, e la scoperta dell’Italia cominciò per molti dalle inchieste dei quotidiani, che erano spesso lunghe e duravano molte puntate, sia nel caso dei quotidiani che dei settimanali, producendo moltissimi reportages di qualità”.
Molti giornalisti e scrittori raccontano ciò che è sotto i loro occhi tutti i giorni. Luciano Bianciardi e Carlo Cassola vedono la Maremma e ne scrivono. Ci sono tre universi da esplorare: il lavoro culturale (sul tema Bianciardi scriverà un graffiante pamphlet), l’osservazione dei campi ancora non completamente risanati e quindi ancora infestati dall’ostile malaria (arcinoto è il canto popolare sulla Maremma amara) e le miniere, specie quelle di carbone. Questo rapporto tra Luciano Bianciardi e Carlo Cassola è stato raccontato e scritto più volte da Vanessa Roghi nel suo blog di Storia e Storie e in altre pubblicazioni.
Il 5 luglio del 1952 Carlo Cassola scrive su Il Mondo un articolo che si intitola “I nababbi del sottosuolo” nel quale nota come le miniere e i minatori siano “un piccolo mondo pressoché sconosciuto a chi non è di qui, un lembo di quella “Italia ignorata” di cui in questo dopoguerra siamo partiti un po’ tutti alla scoperta. Nell’immagine convenzionale della Maremma, foggiata dalle novelle del Fucini e del Paolieri, da alcune poesie del Carducci, dalla pittura macchiaiola, e dalla propaganda fascista, trovano posto solo butteri, bufali, briganti, macchiette di cacciatori e di preti, paludi e “redenzione” dalle medesime; le miniere e i minatori non vi compaiono. (…) Che l’atmosfera a Ribolla sia pesante ce lo dice subito la vista di due carabinieri di pattuglia, col sottogola abbassato, il mitra a bracciarm. (…) I minatori del Grossetano sono ancora per la maggior parte comunisti, ma non per fanatismo ideologico o perché approvino la politica estera di Togliatti o perché vogliano una dittatura di tipo sovietico. Il loro orizzonte mentale è molto più limitato”.
Luciano Bianciardi, in quegli anni, scriveva su L’Avanti, il giornale dei socialisti. Il 28 luglio 1953, continuando a confrontarsi con Carlo Cassola, descrive ancor più dettagliatamente le condizioni della miniera di Ribolla dalla quale si estraggono carbone e lignite: “una vecchia miniera che era già in attività prima dell’altra guerra. La guerra, anzi, ha sempre dato maggior lavoro a Ribolla: fu così al tempo della prima, è stato così con la seconda, quando gli operai salirono sopra i cinquemila. Da allora è stata una progressiva riduzione del personale: dai 3600 del ‘48 siamo ai 1300 circa occupati oggi. La Montecatini(..) scrive sui manifesti che non è vero quanto affermano le organizzazioni sindacali, che cioè si intende smobilitare, ma le cifre restano quelle e quella è la tecnica (…) Non si preoccupa cioè di colmare di terra le gallerie esaurite, e questo rende sempre più probabili vuoti d’aria, frane e incendi “. La regola della Montecatini è quella di risparmiare, costi quel che costi.
Nel novembre dello stesso anno Luciano Bianciardi, sempre su l’Avanti, denuncia che la miopia della Montecatini scrivendo scrivendo: “La verità è che, soltanto a Ribolla, siamo saliti dai 150 incidenti lievi e 35 gravi del ‘51 ai 200 e 50 del ‘52, e che nei primi sei mesi di quest’anno si sono avute ben 12 frane. (…) Il minatore è tutt’altro che un privilegiato; è un uomo che fatica e soffre, è un uomo che lotta, perché si è fatto una coscienza, nella fatica e nella sofferenza. Il minatore in Maremma è il proletario più moderno e più avanzato”.