Quella del celibato nella Chiesa cattolica di rito romano, la nostra per capirci, è una questione che torna ad emergere ciclicamente. Questo, infatti, contrariamente ad altri riti come quello bizantino – condiviso da chiese orientali come quella ucraina, rumena e slovacca – rimane un vincolo imprescindibile. Anzi, sebbene la questione sia assai sfaccettata e in tutti i casi sia possibile contrarre matrimonio solo prima dell’ordinazione, il rito romano è l’unico che impedisce ai chierici di avere moglie.
Detto ciò, probabilmente i più si stupiranno leggendo che tale disciplina non sia nata con la Chiesa e anzi sia stata introdotta solo in età medievale. Nei primi secoli dopo Cristo le cronache testimoniano come molti preti, vescovi e addirittura papi fossero sposati, anzi l’eccezione era costituita dal clero celibe. A partire dal IV secolo alcuni concili, come quello di Elvira e Cartagine, iniziarono a chiedere ai preti uniti in matrimonio di vivere in continenza sessuale per perseguire una sorta di ascesi che ricalcasse quella di Cristo, ma nella pratica ciò era poco comune e già allora erano molte le critiche alla sua applicabilità. Nell’Alto Medioevo la maggior parte dei preti latini erano sposati e molti avevano figli; esistevano vere e proprie dinastie clericali e parrocchie, benefici nonché patrimoni ecclesiastici passavano di padre in figlio seguendo logiche squisitamente ereditarie.
È qui che arriviamo al punto cardine della questione. Sotto il pontificato di papa Gregorio VII il problema del nepotismo divenne evidente e bisognava affrontarlo: la Chiesa rischiava di essere depauperata e spesso i preti erano più fedeli alla propria famiglia che al vescovo, foraggiando un sistema corrotto, localistico e poco controllabile. Le spinte verso il celibato obbligatorio, dunque, iniziarono a essere più forti.
Bisognerà attendere i Concili Lateranensi I e II (1123 e 1139) affinché questo diventi una norma che perdura ancora oggi. Le motivazioni teologiche, dunque, rappresentano solo una parte di quelle che ne hanno portato all’adozione e ne affiancano altre molto più pragmatiche legate a interessi materiali. Ma ha senso perseguire ancora una norma introdotta quasi mille anni fa? Oggi sono sempre di più le spinte che chiedono di abolirla, molte delle quali interne al clero. La causa della carenza di sacerdoti che stanno vivendo molte diocesi europee e latinoamericane viene molto spesso imputata al celibato obbligatorio, percepito come un ostacolo da molti seminaristi o aspiranti tali. Inoltre, abolirlo rappresenterebbe un avvicinamento alle proprie origini apostoliche e permetterebbe un clero più “normalizzato” coinvolto in meno relazioni clandestine, storicamente sempre esistite.
Tuttavia è dal punto di vista psicologico che eliminarlo – assieme alla conseguente continenza sessuale – produrrebbe i maggiori benefici. Al netto di quanto la Chiesa creda gli esperti sono concordi sul fatto che viverlo come un’imposizione e non una scelta possa creare serie difficoltà. Tra queste solitudine e isolamento sociale, fragilità identitaria, stress e repressione. Inoltre, la medicina osserva come vivere a pieno la propria sessualità sia correlato a un maggiore benessere psicologico, benessere che viene leso e compromesso laddove l’astinenza venga vissuta come una limitazione. Non meno importante, sebbene la letteratura scientifica sia concorde nell’affermare che il celibato non sia una causa diretta degli abusi di cui la Chiesa si macchia, lo identifica come un fattore di rischio indiretto. In sunto non è la causa, ma può essere un amplificatore.
Alla luce di quanto scritto viene da chiedersi se sia possibile concepire una Chiesa più vicina a quella delle origini ma soprattutto più “umana”. Personalmente credo di sì, subordinare la natura alla cultura è cosa da bruti e quando accade la prima, spesso con violenza, finisce per ribellarsi nefastamente.