Dedicato a quelli che “si vince al centro”. Ai sedicenti “riformisti”, quelli dal dito indice accusatore contro le piazze estremiste, quelle infestate dai pacifinti, amici di Putin e pure di Hamas. Dedicato agli editorialisti che elucubrano sulla mancanza di “cultura di governo” di Elly Schlein e degli altri leader della sinistra. A costoro, profeti di sventura, e ai fogli, foglietti, fogliacci, ex giornaloni in crollo di vendite, il voto di Berlino sarà andato molto di traverso. Eppure, non hanno vinto i neonazisti dell’AfD. Peggio. Perché a vincere le elezioni locali di domenica a Berlino è stato il partito di sinistra-sinistra Die Linke, con il 25,7 per cento dei voti: il risultato migliore della sua storia. Al secondo posto è arrivata la Cdu, il partito di centrodestra del cancelliere Friedrich Merz, che esprime il sindaco uscente di Berlino ma domenica ha preso il 18,8 per cento, quasi 10 punti percentuali in meno rispetto alle precedenti elezioni, nel 2023. Che tragedia per i “centrini” di casa nostra. Vince la sinistra radicale, guidata da un’avvocatessa dei diritti umani, per di più di origine turca.
Elif Eralp, la leader della Linke, è quindi la principale candidata a guidare il governo regionale e a diventare sindaca della capitale tedesca. Non è una carica elettiva diretta: corrisponde a quella di capo del governo del land di Berlino, e segue le regole delle elezioni statali. Per diventare sindaca Eralp dovrà quindi essere eletta dal parlamento del land, dove la Linke sarà il partito con il più alto numero di seggi, 47 su 158. Non sono però la maggioranza, e quindi sarà necessario fare delle alleanze: il partito deciderà venerdì con chi avviare colloqui esplorativi.
È molto probabile che si alleerà con i Verdi (che hanno ottenuto il 14,3 per cento e 26 seggi) e con i Socialdemocratici (12,1 per cento, 22 seggi), dando vita a u una coalizione rosso-rosso-verde. Oltre alla Cdu, all’opposizione resterà il partito di estrema destra Alternative für Deutschland, che nonostante la sconfitta ha quasi raddoppiato il suo risultato rispetto alle ultime elezioni (16,3 per cento e 29 seggi).
Eralp sarebbe la prima sindaca di origini turche di Berlino, dove la comunità turca è estesa e radicata. I suoi genitori, due sindacalisti con una storia di sinistra, fuggirono dalla Turchia dopo il colpo di stato militare del 1980, ed Eralp è nata nel 1981 a Monaco di Baviera. Fa politica con la Linke dal 2017: era già stata eletta deputata regionale nel 2021 e in questi anni si è fatta notare per i suoi discorsi radicali, molto duri con le politiche centriste della coalizione di governo nazionale, formata da Cdu e Socialdemocratici.
Eralp è espressione di una sinistra radicale. Multietnica. Inclusiva. Una sinistra che sceglie da che parte stare e dà contenuti progressisti al suo antifascismo.
Nel vivace party elettorale della Linke a Berlino, la probabile futura neosindaca ha esultato: “Care berlinesi e berlinesi, da oggi cambiamo la nostra città. Abbiamo scritto una pagina di storia. E il segnale dell’amore e della giustizia hanno vinto sull’odio”. È lei, Elif Eralp, a incarnare in queste ore il messaggio opposto a quello dell’estrema destra. Avvocatessa dei diritti umani, chiede alloggi accessibili a tutti e più integrazione, mentre Afd spinge sull’espulsione dei migranti. Il contrasto non potrebbe essere più forte. Ma si tratta di due partiti dalle misure radicali: “È morto il centro borghese”, sentenzia un editoriale della Welt.
Nel suo comizio finale, Eralp, aveva sostenuto con forza la prima cosa da fare è porre un tetto agli affitti. Il senato cittadino ci provò già sette anni fa, per qualche mese i canoni si abbassarono in tutta la città. La Corte costituzionale annullò la legge del Land e impose di tornare al libero mercato. Nel 2021, quasi il 58% dei berlinesi ha votato per l’esproprio degli alloggi ai gruppi immobiliari che possiedono oltre 3mila unità abitative in città. Quel referendum è rimasto nel cassetto fino a oggi. Eralp parla a chi è in affitto, circa l’85% della popolazione cittadina, e vuole riportare la città a una politica di qualche decennio fa: la casa è un servizio, non un investimento. Tanto basta per trasformarla nel peggiore dei nemici agli occhi dei conservatori, forse più pericoloso dell’AfD.
I media l’hanno ribattezzata la “Mamdani di Berlino”. Lei non fa una piega e anzi rivela di aver avuto con il sindaco di New York “molti scambi”, Eralp intende finanziare i suoi ambiziosi progetti sociali tassando i ricchi e le ville di lusso.
Tassare i ricchi e le ville di lusso. Apriti cielo. I “centrini” nostrani, i “riformisti” che non riformano, i direttori dalla matita blu con più apparizioni televisive che lettori, alzano grida indignate al solo sentir profferire tali parole. E guai se qualcuno in Italia, a sinistra, prova a tradurre nella lingua di Dante ciò che ha affermato Eralp: li vedi già imbracciare i loro kalashnikov mediatici e mirare a Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli, che osano criticare le folli spese di riarmo e che, udite, udite, non escludono di tassare le rendite finanziarie dei super ricchi italiani, l’1% scarso della popolazione.
Il modo per perdere le elezioni e dar loro retta. È annacquare i contenuti di una proposta politica che per funzionare, per mobilitare, per attrare il consenso dei giovani e motivare al voto una parte dell’”esercito degli astenuti” non può che esprimere una intelligente, sostanziata, radicalità.
Il “centro” non esiste più. Sociologicamente ed elettoralmente. La conferma viene dal voto tedesco, con il catastrofico tracollo della Cdu e del suo insipido cancelliere, Friedrich Merz. Lo scontro è tra una destra radicale – mentre Die Linke vinceva a Berlino, lo stesso giorno l’AfD trionfava in Mecklenburg-Western Pomerania – e una nuova sinistra che prova a imporre la propria agenda di cambiamento. Una sinistra ecopacifista, che sa ascoltare quel che di nuovo proviene dalla società civile. Ciò è vero negli Stati Uniti, come in Francia, nel Regno Unito dove il neo primo ministro laburista Andy Burham, già sindaco di Manchester, sta risalendo la china dopo i fallimenti del suo predecessore, anch’egli laburista, al 10 di Downing Street, sir Keir Starmer. E Burham riconquista spazi politici spostando a sinistra l’asse politico-programmatico del Labour. E così è stato a Berlino.
La sinistra è attrattiva se va oltre l’amministrazione dell’esistente. Se riesce a coniugare idealità e concretezza. Se fa del pacifismo una delle sue bussole valoriali, se aggredisce e dà risposta ad un crescente malessere sociale. Se non si mostra subalterna ad una visione securitaria della sicurezza, ma fa della sicurezza parola di sinistra perché ne amplia i confini, coniugandola indissolubilmente al tema della legalità, all’inclusione, al lavoro come diritto e come leva per togliere centinaia di migliaia di “invisibili”, i migranti non regolarizzati, dalle mani delle grandi organizzazioni criminali. La sinistra che difende i beni pubblici, che dirotta i miliardi delle spese militari in cooperazione internazionale, in sanità, in istruzione, in affitti sopportabili per studenti universitari.
La sinistra o è questo o non è. Punto. Una lezione da Berlino.
Argomenti: Elly Schlein