Col "woke o non woke", il centrosinistra Palazzo Chigi se lo scorda
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Col "woke o non woke", il centrosinistra Palazzo Chigi se lo scorda

Quella delineata dai “socialisti” Dem è un’agenda del cambiamento, ambiziosa, certo, “visionaria”, nel senso alto e nobile del termine, altrettanto certo, ma è proprio per questo che scalda i cuori, mobilita i giovani, dà speranza all’America che si oppone al fasciotrumpismo.

Col "woke o non woke", il centrosinistra Palazzo Chigi se lo scorda
Fratoianni, Schlein, Conte e Bonelli
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

24 Agosto 2026 - 12.28


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Il mondo è marchiato da un disordine armato: i vari tasselli di guerra, dall’Ucraina al Medio Oriente, danno corpo a quel profeta inascoltato che fu Papa Francesco: la terza guerra mondiale “a pezzi” non solo è iniziata da tempo, ma questi “pezzi” si incastrano sempre più e delineano il quadro agghiacciante di una Terza guerra mondiale tout court. L’ecosistema sta implodendo: l’estate torrida, i terremoti in ogni angolo del pianeta, non sono incidenti naturali ma l’effetto devastante di scelte scellerate compiute dai Grandi della Terra, da chi governa e dalle grandi holding che li comandano.

Il Mediterraneo resta il “mare della morte” e il governo Meloni che fa? Blocca la Sea Watch perché, parole del ministro Piantedosi, non “collabora con la Libia”!!!!! Cioè non collabora con chi spara sulle navi delle Ong, con chi tortura i migranti, con chi è in combutta con i trafficanti di esseri umani, con criminali signori della guerra che il governo del fu Belpaese spaccia e onora come statisti. L’Europa senza uno straccio di politica estera condivisa, inesistente sullo scenario mediorientale, imbelle verso lo Stato-canaglia israeliano, sceglie di spendere nei prossimi anni 800 miliardi in armamenti, convinta, per dirla con la sciagurata presidente della Commissione europea, la teutonica Ursula von der Layen, che la guerra (in Ucraina) si vince con la guerra.

Insomma, ce ne sarebbe di materiale per orientare l’iniziativa di una opposizione all’altezza dei tempi. A qualificare una sinistra che abbia contezza dei tempi in cui vive. Invece, no. In preda ad un irrefrenabile tafazzismo, sollecitata dalla stampa mainstream, ecco il dibattito di fine estate: essere o non essere “woke”. Se applicassimo la illuminante filosofia del vicequestore Rocco Schiavone, parto della inesauribile, e meno male, produzione letteraria di Antonio Manzini, e portato in Tv da un magnifico Marco Giallini, liquideremmo l’esistenziale quesito inserendolo nella categoria, scusate il francesismo romanesco, “’Sti cazzi”.

Ma ciò che intristisce in questo surreale dibattito di fine agosto, non è solo la siderale lontananza con ciò che scuote il mondo, con le crescenti insicurezze sociali della gente normale, normale non “comune”, ma è anche la sua miserevole pochezza intellettuale. 

Si dibatte sul sentito dire, sulla lettura, alquanto superficiale, della quarta di copertina di qualche saggio di americana ispirazione, per poi piegare il tutto agli interessi, anch’essi miserevoli, di bottega interna. Ecco allora il woke o non woke irrompere nell’agone (sigh) delle primarie del centrosinistra (quando si faranno, come si faranno, ma poi si faranno per davvero, boh, vallo a sapere), con Conte che incalza, Schlein che assorbe, Renzi che rilascia la sua millesima intervista.

Che brutto spettacolo. Condotto da chi (Renzi and company) traduce il tutto nella necessità di liberarsi, del “woke” scomodo, quello che pone al centro la difesa dei diritti civili, di una libera e plurale sfera della sessualità, della opposizione senza se e senza ma alle squadracce paramilitari modello Ice con cui l’ignobile presidente Usa ha cercato di trasformare Minneapolis in un campo di battaglia, destando l’invidia dei suoi fan europei, italiani compresi. Costoro, anche nella versione “sinistra”, argomentano il superamento della cultura woke con la necessità di porre al centro dell’agire la gigantesca, irrisolta, “questione sociale”.

Bravi, hanno scoperto l’acqua calda. Quelli del Job Act, delle accuse di estremismo piazzaiolo della Cgil di Landini; quelli che hanno “sputato”, mediaticamente, sui referendum promossi dalla Cgil che riguardavano i diritti sociali e la sicurezza sui posti di lavoro. 

E lo fanno aggrappandosi ad una lettura che dire superficiale è poco, di un libro di Alexandria Ocasio-Cortes, la deputata dei Democratici Usa, tra i più autorevoli esponenti dell’area “socialista” del partito, quella che ha in Bernie Sanders il suo padre originario. Ocasio-Cortes tutto è meno che “renziana”. Le sue considerazioni sulla cultura woke non vanno nella direzione di un suo abbattimento bensì di una sua estensione, in grado di coniugare, e non contrapporre, diritti civili e diritti sociali. Una estensione “socialista” o se il termine non piace, “radical”. 

La componente “socialista” dei Democratici pratica questa linea e lo fa mietendo successi, come dimostra l’affermazione di Zohran Mamdani a sindaco di New York, e le vittorie conseguite nelle primarie Dem per la scelta dei candidati alle imminenti elezioni di midterm. I canditati, sostenuti da Ocasio-Cortes, Mamdani, Sanders e altri leader nazionali, hanno saputo tenere insieme idealità e concretezza, parlando di pace, del genocidio di Gaza e, insieme, del malessere sociale che investe settori crescenti della popolazione americana, che ha “proletarizzato” la middle class. Hanno rivendicato più investimenti nel sistema sanitario pubblico (difendendo l’Obamacare) e nell’istruzione. 

Ecco allora una proposta, volutamente provocatoria: invece di interpretare malamente testi made in Usa, o di piegarli a beghe di bottega interne, i leader, o sedicenti tali, del centrosinistra assumano come pezzi fondanti di un programma comune, almeno la metà delle idee, delle proposte, della nuova sinistra Dem americana. Ne trarrebbero giovamento. Sull’ambiente, sui beni pubblici, su Israele, sulla Palestina, sul ripensare le città, sull’inclusione sociale, sui diritti di cittadinanza.

Quella delineata dai “socialisti” Dem è un’agenda del cambiamento, ambiziosa, certo, “visionaria”, nel senso alto e nobile del termine, altrettanto certo, ma è proprio per questo che scalda i cuori, mobilita i giovani, dà speranza all’America che si oppone al fasciotrumpismo. Che si mobilitino risorse intellettuali, ne esistono e come nella società civile, che possono offrire un contributo prezioso nella definizione di un’agenda del cambiamento con cui la sinistra affronti la sfida elettorale. Insomma, si discuta con rigore e serietà.  

Tutto questo nel “dibattito” italiano tende a scomparire, immiserendosi nella caccia all’”ispiratore” del nuovo Conte-pensiero o in vacui personalismi.  

Se continua così, woke o non woke, il centrosinistra Palazzo Chigi se lo scorda. E pure il Quirinale. Sbagliare è umano, perseverare è diabolico. 

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