Spese militari, scontro nel governo: la Lega prova a frenare sul 5% Nato, Meloni costretta alla retromarcia
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Spese militari, scontro nel governo: la Lega prova a frenare sul 5% Nato, Meloni costretta alla retromarcia

Al centro dello scontro, il riferimento a un ridimensionamento dell’obiettivo del 5% del Pil destinato alle spese militari, impegno assunto dall’Italia nel quadro Nato.

Spese militari, scontro nel governo: la Lega prova a frenare sul 5% Nato, Meloni costretta alla retromarcia
Giorgia Meloni
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20 Maggio 2026 - 00.46


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Un punto infilato all’ultimo momento in una mozione sull’energia ha fatto esplodere per ore il caos nella maggioranza di governo. Al centro dello scontro, il riferimento a un ridimensionamento dell’obiettivo del 5% del Pil destinato alle spese militari, impegno assunto dall’Italia nel quadro Nato. A Palazzo Chigi e nei vertici di Fratelli d’Italia, il responsabile viene individuato nella Lega e nel capogruppo al Senato Massimiliano Romeo.

Secondo fonti di governo, il passaggio contestato – l’ottavo punto della mozione – sarebbe stato inserito senza una reale condivisione politica con il resto della coalizione. Il testo, formalmente dedicato all’energia, si trasformava così in un segnale politico sulle spese per la difesa, in aperta contraddizione con la linea tenuta finora da Giorgia Meloni nei confronti degli alleati Nato e degli Stati Uniti.

Nei piani alti dell’esecutivo la reazione è stata immediata: irritazione, allarme e una lunga ricerca interna del responsabile politico dell’operazione. Il timore, dentro Fratelli d’Italia, era quello di arrivare al vertice Nato di Ankara del 7 luglio con una posizione ambigua sugli impegni militari dell’Italia, proprio mentre Donald Trump continua a chiedere ai partner europei un aumento delle spese per la difesa.

Da Fratelli d’Italia fanno sapere che “i punti erano sette, qualcuno ha aggiunto l’ottavo, senza che sapessimo nulla. Ma forse è stato un equivoco…”. Ma nelle stesse ore, dentro la maggioranza, prende corpo la convinzione che non si sia trattato di un errore tecnico bensì di una scelta politica precisa.

La situazione precipita quando il Movimento 5 Stelle rende pubblica la modifica, parlando apertamente di una “svolta” della destra contro la Nato. A quel punto partono telefonate frenetiche tra i vertici parlamentari della coalizione. Lucio Malan e Maurizio Gasparri cercano di arginare la crisi mentre il dossier arriva sul tavolo del ministro della Difesa Guido Crosetto. Dal ministero viene fatto sapere che l’Italia non può permettersi di smentire gli impegni assunti sul fronte militare.

Anche Palazzo Chigi interviene direttamente. Per alcune ore la Lega prova a smarcarsi. Romeo difende l’impostazione politica del controverso “punto 8”, mentre dal Carroccio filtra l’ipotesi che nella vicenda possa aver avuto un ruolo anche Stefania Craxi, capogruppo di Forza Italia al Senato. Gli azzurri smentiscono immediatamente.

Con il crescere della pressione politica, la maggioranza decide infine di eliminare completamente il passaggio contestato. Una retromarcia che però lascia aperte tutte le tensioni interne alla coalizione.

Dietro l’iniziativa leghista, secondo diversi esponenti della maggioranza, ci sarebbe anche la necessità di recuperare terreno a destra su un tema – la guerra e le spese militari – percepito come sempre più sensibile dall’elettorato. L’avanzata politica di Roberto Vannacci e i primi spostamenti interni verso Futuro Nazionale, compreso quello della deputata Laura Ravetto, alimentano le preoccupazioni nel partito di Matteo Salvini.

Alla fine la Lega accetta di cancellare il riferimento alle spese militari dalla mozione, ma senza arretrare del tutto sul piano politico. Claudio Borghi rivendica infatti la scelta sostenendo: “Le spese militari? Stiamo parlando di energia ed è giusto dedicarci a parlare solo di energia. È una mozione che parla di energia, è giusto discutere su quella. Per le spese militari ci sarà tempo di discutere in modo più approfondito”.

Sulla stessa linea anche Massimiliano Romeo: “Era una mozione di tutti quanti, poi ci siamo accorti che non era il caso di discutere di questo tema, che è un tema delicato, dove ci sono sensibilità differenti: c’è Crosetto che è per la Difesa, Giorgetti che dice “prudenza nei conti”, la Meloni che sta giocando una partita importante in Europa. Quindi invece di discuterne in Aula, abbiamo pensato fosse meglio discuterne in altre sedi. E quando si troverà equilibrio, a quel punto, andremo in Aula”.

La vicenda si chiude così con una marcia indietro formale ma con uno scontro politico ormai aperto dentro la destra di governo, destinato a riemergere nei prossimi mesi proprio sul nodo delle spese militari e del rapporto con la Nato.

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