Migranti, lo spot di Meloni all'Onu: l'ennesimo flop annunciato
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Migranti, lo spot di Meloni all'Onu: l'ennesimo flop annunciato

In attesa d’intervenire all’Assemblea generale (19 ore locali) la presidente del Consiglio catechizza i giornalisti al seguito, con affermazioni che sanno di spot elettorali ad uso interno.

Migranti, lo spot di Meloni all'Onu: l'ennesimo flop annunciato
Giorgia Meloni
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

20 Settembre 2023 - 14.20


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Parafrasando un passaggio di una ever green di Ornella Vanoni – “Proviamoci anche con dio non si sa mai”,  potremmo dire: “Proviamoci anche a New York, non si sa mai”. A Bruxelles non è passata. A Tunisi, il caro amico Saied, ha sbattuto la porta in faccia agli europarlamentari. Ora, Giorgia “Ornella” Meloni ci prova al Palazzo di Vetro, appellandosi all’Onu. In attesa d’intervenire all’Assemblea generale (19 ore locali) la presidente del Consiglio catechizza i giornalisti al seguito, con affermazioni che sanno di spot elettorali ad uso interno.

“Se qualcuno pensa in Europa che si possa chiudere il problema in Italia temo che si stia sbagliando”. Primo spot.

“Non consentirò che l’Italia diventi il campo profughi d’Europa“, ha detto Meloni. “In ogni caso, anche se ci fossero al Governo persone con una visione immigrazionista, come quelli che c’erano prima, il problema non lo fermi in Italia. L’unico modo è dichiarare guerra ai trafficanti e questo va fatto con il supporto di tutto il sistema multilaterale, con la volontà di tutte le nazioni che non accettano di farsi ricattare da organizzazioni criminali”, secondo spot.

In difesa

Scrive Ilario Lombardo, inviato a New York per La Stampa:”  “Giorgia Meloni certo non immaginava di fare il suo debutto al Palazzo di Vetro, a New York, così. Con l’aumento esponenziale dei migranti in arrivo, con Lampedusa al collasso, con la Lega che approfitta di ogni difficoltà della premier, con un piano per l’Africa ancora tutto da riempire di contenuti e di sufficienti risorse economiche, con un accordo con la Tunisia che è frenato dalla dialettica tra le istituzioni europee, e con il suo principale alleato, il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki che definisce «disastroso» il piano in dieci punti di Ursula von der Leyen che 48 ore prima Meloni aveva esaltato come un grande risultato politico. 

Di fronte all’Assemblea generale dell’Onu questa sera la presidente del Consiglio chiederà per l’ennesima volta di mettere al centro dell’agenda globale l’Africa, la sua stabilizzazione e il suo sviluppo. Sarà un appello che potrebbe suonare come un grido d’aiuto in un momento in cui le difficoltà per l’Italia si stanno moltiplicando. La strategia di Meloni sui migranti appare disgregata dai capricci di un autocrate nordafricano quanto dallo scetticismo dei partner europei. Nella passerella di cemento sotto il quartier generale delle Nazioni Unite che si affaccia sull’East River e guarda ai grattacieli di Long Island City è il ministro degli Esteri Antonio Tajani a provare a tenere assieme i pezzi traballanti di questa strategia. 

La premier non ha mai pensato che gli amici di sovranismo di Polonia e Ungheria l’avrebbero aiutata, ma da quanto fatto filtrare da fonti diplomatiche Meloni è rimasta comunque «spiazzata» dalla ruvida bocciatura di Morawiecki. Tajani non si scompone: «La Polonia è un Paese in campagna elettorale. Con i polacchi si può parlare: possiamo discutere con loro e cercare di convincerli». Il ministro e vicepremier deve dare prova di un equilibrismo diplomatico non facile. Tra meno di un mese effettivamente la Polonia andrà alle urne, e a sfidarsi saranno Donald Tusk, alleato di Tajani e Forza Italia nel Parlamento europeo, e Morawiecki, membro di Ecr, il gruppo dei conservatori presieduto da Meloni. 

I destini si sono capovolti. La leader della destra italiana ora teme che la politica boicotti le speranze di una soluzione sui migranti che giorno dopo giorno appare fragile, esposta agli umori dei leader. Tajani tornerà a Tunisi per aprire ad altri 4 mila immigrati regolari la rotta verso l’Italia e per trattare ancora con il presidente Kais Saied. Il vicepremier non vuole credere che il memorandum con Tunisi possa infrangersi davanti al muro di Bruxelles, nel rimpallo tra Commissione europea e Consiglio: «Il blocco non c’è. Forse è la speranza di qualcuno. Si va avanti a Bruxelles per applicare il memorandum. Ci sono riunioni in corso ma il Consiglio era informato». Quel «qualcuno» bersaglio dei sospetti di Tajani, secondo il ministro va ricercato tra attori «politici e istituzionali». Non fa nomi, ma sembra confermare il teorema Meloni sui socialisti e sulla contrarietà al patto con Tunisi dell’Alto Rappresentante per gli Affari esteri Josep Borrell. 

La campagna elettorale è iniziata per tutti. In sole due settimane, la leader di Fratelli d’Italia ha messo nel mirino due commissari europei, Paolo Gentiloni e Borrell, esponenti entrambi dei più importanti partiti di centrosinistra in Italia e in Spagna, e accusati di non facilitare i negoziati italiani su rifugiati ed economia. 

Sul primo dossier – sull’argine ai profughi in aumento – non c’è un piano tra quelli annunciati dalla premier che stia correndo verso una facile realizzazione: né il memorandum con Tunisi né il piano in dieci punti che Von der Leyen aveva abbozzato per andare incontro all’Italia. Neanche il Piano Mattei è stato ancora implementato. La missione a New York, poi, è stata arricchita dall’annuncio di una proposta – i cui primi dettagli sono stati anticipati da La Stampa due giorni fa – di un piano per l’Africa sotto l’ombrello dell’Onu. Meloni lo presenterà oggi e ne parlerà al segretario generale della Nazioni Unite Antonio Guterres. È una proposta che punta a sfruttare le capacità delle agenzie Onu che già si occupano di migranti, Oim e Unhcr. L’Alto commissariato per i rifugiati, secondo il governo italiano, potrebbe essere coinvolto per la realizzazione di «hotspot in Africa»: «Nel rispetto dei diritti umani è un’idea che può funzionare», sostiene Tajani. Ma vanno convinti i Paesi di transito e di partenza. Ieri Meloni ha incontrato i leader di Senegal, Guinea Bissau e Kenya. Oggi vedrà il presidente turco Recep Tayyp Erdogan. Servono alleati da coinvolgere ovunque: istituzioni finanziarie internazionali, anche aziende private. E le Nazioni Unite, appunto. Senza soldi però tutto resta nell’aria delle buone intenzioni. L’Onu vive di bilanci propri e contributi volontari. I finanziamenti scarseggiano. E questo è un altro punto interrogativo sul piano italiano. D’altronde anche Guterres lo ha candidamente ammesso, intervistato da Christiane Amanpour sulla Cnn: «Non abbiamo potere e non ci sono soldi. Quello che abbiamo è una voce e abbiamo il dovere di renderla più forte». È su per giù quello che potrebbe dire a Meloni”.

L’incorreggibile Piantedosi

Intanto, all’indomani della sua visita a Roma e dell’incontro con l’omologo Matteo Piantedosi, il ministro dell’Interno francese Gérald Darmanin ha ribadito al telegiornale di TF1 che “la Francia non accoglierà migranti da Lampedusa. La Francia – ha aggiunto – vuole una posizione di fermezza” “Invece – ha proseguito il ministro dell’Interno – abbiamo detto ai nostri amici italiani che siamo pronti ad aiutarli per rimpatriare persone nei Paesi con i quali abbiamo buone relazioni diplomatiche”. Darmanin ha citato la Costa d’Avorio e il Senegal. “Nei confronti dell’immigrazione irregolare dobbiamo essere fermi – ha insistito – non è accogliendo più persone che faremo diminuire un flusso che riguarda le nostre capacità di integrazione”.

“Il blocco navale potrebbe rientrare nell’Agenda Meloni, come ha spiegato il premier, se si completasse la missione Sophia” così il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi al programma Ping Pong su Radio1 riferendosi  quella che  è stata la prima operazione militare di sicurezza marittima lanciata dall’Unione europea nel Mediterraneo centrale. Una missione che, ha detto il ministro, “fermandosi a degli step intermedi, fece da pull factor, ebbe solo l’esito di portare qui 44mila migranti in più raccolti dalle nostre navi militari. La terza fase della missione prevedeva la possibilità, in accordo con Paesi come la Tunisia, di dispositivi congiunti per la restituzione delle persone che partono e questo sarebbe la piena realizzazione del blocco navale”. 

I Centri per i rimpatri “furono introdotti nell’ordinamento italiano con la legge Turco-Napolitano, sotto un governo di sinistra”. Ora da lì criticano ma “è il gioco delle parti. Dobbiamo accogliere chi ha diritto ma rimpatriare chi questo diritto non ce l’ha”, ha detto Piantedosi.

Rispetto alle operazioni della Guardia di Finanza e Capitaneria di Porto, il ministro ha ricordato che sono stati salvati dal mare 83mila migranti su 129mila arrivi. “Questo conferma che i meccanismi di salvataggio sono soprattutto di responsabilità dello Stato. Credo che il dato relativo alle ong sia tra le 5-6mila persone recuperate”. 

“Nuovi Cpr ed espulsioni? Ce lo chiede l’Europa”

Il ministro si riferisce nell’intervista le ultime misure varate dal Governoin particolare a quella che prevedono tempi più lunghi di permanenza nei Centri per il rimpatrio. “La norma sui Cpr è contenuta all’interno di una cornice europea che prevede la possibilità del trattenimento fino a 18 mesi. Nulla di complicato riguardo al rispetto dei diritti delle persone. Ho condiviso l’obiettivo con il collega Crosetto per avere la disponibilità del genio militare per la rapida realizzazione delle strutture sul territorio in modo da rafforzare la capacità dello Stato di espulsione: è una cosa che ci chiede l’Europa. È fortemente previsto dalle normative ed è stata sempre una delle raccomandazioni che l’Europa ha fatto all’Italia”.

Il Memorandum con la Tunisia richiede suoi tempi”

“Il Memorandum con la Tunisia è stato sottoscritto da poco, accordi di questo tipo richiedono certi tempi”, ha precisato Piantedosi. “Certo, le partenze di questi ultimi giorni – ha aggiunto – spingono a interrogarsi sulla capacità e sulla piena volontà delle istituzioni locali a collaborare ma va anche riconosciuto che dall’inizio dell’anno la Tunisia ha impedito di partire o fermato in mare decine di migliaia di migranti. E le operazioni di contrasto vanno avanti anche in questi giorni”.

No comment.

Il contropiano Pd

Ne scrive Federica Olivo per HuffPost: “Accoglienza diffusa, redistribuzione dei migranti a livello europeo, implementazione dei canali d’accesso legali, un piano europeo per l’Africa. L’opposto, soprattutto se si guarda al primo concetto, di quello che il governo ha in mente. E che il Consiglio dei ministri ha vidimato poche ore fa. 

Ai dieci punti  di Ursula von der Leyen e ai punti sparsi del governo, il Pd risponde con un contropiano. Sette richieste, in asse con l’Anci, stilate nel pomeriggio dal responsabile immigrazione, Pierfrancesco Majorino. A lui è stato dato mandato di fare una sintesi a margine della segreteria mattutina, convocata da Elly Schlein. Il documento, annunciato da più fonti ad HuffPost nel corso del pomeriggio, arriva alla fine di una giornata caratterizzata da un acceso scontro a distanza tra la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e la segretaria del Pd. In apertura del Cdm nel quale è stato varato l’allungamento dei tempi di alloggio dei migranti e richiedenti asilo nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) e la proliferazione sul territorio di queste strutture, Meloni ha lanciato, davanti ai ministri, un attacco a Schlein: “È sempre stata indifendibile la linea italiana di chiedere all’Europa di accogliere gli immigrati illegali che l’Italia faceva entrare mentre gli altri controllavano i propri confini, ma diventa addirittura un boomerang in questa epoca storica. Il segretario del Pd non si è resa conto che attualmente i Paesi dell’Est Europa accolgono milioni di rifugiati ucraini e pertanto, se dovesse passare un meccanismo automatico e aritmetico di redistribuzione, l’Italia si ritroverebbe a doversi far carico di molti più richiedenti asilo di quanti non ne abbia attualmente. Non saremmo noi a ricollocare migranti all’Est, ma i paesi di Visegrad a ricollocare rifugiati nell’europa occidentale”. Un rilievo, volutamente diffuso alla stampa subito dopo la fine del Consiglio dei ministri, al quale Schlein ha risposto a tono: “La presidente del Consiglio, che professava l’uscita dall’euro, il blocco navale e il taglio delle accise sulla benzina, la difesa dei lavoratori, tanto per citarne alcuni, si è dimostrata campionessa mondiale di boomerang che poi tornano addosso al Paese. Si ricordi che al governo c’è lei e si impegni a gestire il fenomeno migratorio anziché attaccare l’opposizione, perché a Lampedusa dei suoi slogan traditi non se ne fanno nulla e hanno bisogno di fatti”.

Il piano proposto dal Pd, è evidente, resterà solo su carta. Speranze che l’inquilina di Palazzo Chigi possa sedersi al tavolo con l’opposizione su un tema così identitario non ce ne sono. Per la segreteria, però, questo contropiano è anche una risposta doverosa ai mal di pancia non celati dei sindaci dem. Questi ultimi, nei giorni scorsi, ai discorsi generici dei vertici del partito rispondevano con la richiesta di essere pragmatici. Di collaborare anche con il governo, se necessario, tenendo in considerazione anche l’opzione esercito. A patto che fosse utile a dare risposte ai territori che non sanno più dove mettere le mani per dare un’accoglienza dignitosa ai migranti. E dove prendere le risorse. Questo documento, dunque, è un modo per dire ai sindaci: “Siamo con voi. Proponiamo il vostro stesso modello”. E non è un caso se le proposte dem sono, in alcuni punti, molto simili a quelle fatte dall’Anci, a margine di una commissione sul tema migranti tenuta a Roma oggi.

Ma cosa propongono i dem?  “La destra italiana sull’immigrazione ha fallito – è la premessa – lo dicono le tragedie di questi mesi nel Mediterraneo, i numeri degli arrivi irregolari cresciuti in modo molto significativo rispetto agli ultimi anni, il peso sconcertante sostenuto dall’isola di Lampedusa, la sensazione di grande difficoltà e solitudine denunciata a più riprese dai sindaci e dai Comuni peraltro palesemente ignorati dal governo che fugge dalle sue responsabilità sulla prima accoglienza”. Segue, quindi, innanzitutto la proposta di una “redistribuzione”, che  “valorizzi, ove presenti, i legami dei richiedenti asilo, a partire da quelli familiari. Una volta ottenuto lo status di rifugiato in un Pese europeo dovrebbe essere possibile spostarsi in altri Paesi Ue”.

I dem chiedono, infine, la cancellazione della legge Bossi-Fini e l’approvazione di una “nuova legge quadro per l’immigrazione fondata sull’immigrazione legale” e la piena applicazione della legge Zampa sui minori non accompagnati. La stessa legge – definita da Save the Children  una delle migliori in Europa – che il governo vuole smantellare, forse già la prossima settimana, perché ritiene che non consenta l’accertamento dell’età di chi si dice minore, ma non lo è. 

Dal canto loro i sindaci dell’Anci, che sono in prima linea sul fronte dell’accoglienza, stilano una lista parallela di richieste. A parlare è il referente per l’immigrazione, Matteo Biffoni, sindaco di Prato ed esponente del Pd:  “Lavoriamo insieme per far recepire dal governo le proposte avanzate dall’Anci che vanno dall’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati, all’ampliamento e potenziamento della rete Sai (l’accoglienza diffusa, ndr), fino alla gestione delle situazioni delle città di frontiera e dei migranti ‘fuori quota’”, ha dichiarato. L’Anci chiede poi degli incentivi ai comuni che si rendono disponibili all’accoglienza e una “clausola di salvaguardia”, per fare in modo che chi pratica l’accoglienza diffusa non veda sorgere sul suo territorio anche i maxi hub per l’accoglienza emergenziale. Un riferimento poi viene fatto all’accoglienza dei minori non accompagnati, particolarmente complessa perché i sindaci – in assenza di altre soluzioni – dei minori soli diventato tutori: “I centri di prima accoglienza, gestiti dal ministero dell’Interno, dovranno essere il primo approdo dei minori soli per poi essere accolti nelle strutture di seconda accoglienza della rete Sai”, spiega il sindaco di Prato….”.

Sette punti per contrastare i securisti al Governo. E’ un buon inizio. A patto che non resti sulla carta.

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