Il congresso DS "I care", quando la sinistra passò da essere proletaria a provare compassione per i proletari
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Il congresso DS "I care", quando la sinistra passò da essere proletaria a provare compassione per i proletari

"I care" significa "Io me ne faccio carico". Io che ora sto bene, mi posso occupare di chi ancora non sta bene. Finì così la stagione della lotta e iniziò quella della compassione.

Il congresso DS "I care", quando la sinistra passò da essere proletaria a provare compassione per i proletari
Primo congresso dei Ds, anno 2000, Lingotto di Torino
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Claudia Sarritzu Modifica articolo

2 Febbraio 2023 - 14.44


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C’è un momento simbolico e storico in cui la sinistra italiana ha smesso di essere il partito dei lavoratori, un partito proletario. In primis è accaduto perché è cambiato il proletariato, in un certo senso è scomparso e si è trasformato in qualcosa di diverso con una connotazione ideologica differente. La nostra società infatti è molto più complessa di quanto lo fosse anche solo 40 anni fa. Ovviamente si tratta di un percorso lungo, ma c’è uno slogan che può essere citato come spartiacque di questa evoluzione ed è quello usato nel 2000 dal primo congresso dei DS “I care”. Sette anni prima della nascita del Pd c’erano i Democratici di Sinistra.

“I care” significa Io me ne faccio carico. Io che ora sto bene, mi posso occupare di chi ancora non sta bene. Paolo Gerbaudo, sociologo e teorico politico alla Scuola Normale Superiore di Pisa e del King’s College di Londra usa questo slogan come punto d’inizio della “sinistra della compassione”.

Scrive Gerbaudo: “Il termine voluto da Veltroni e preso in prestito da Don Milani, in opposizione al “me ne frego” fascista rappresenta un sentimento morale di connessione e di preoccupazione diretto verso il fuori. Per farmi carico di qualcosa vuole dire che devo avere una scelta, che l’oggetto della preoccupazione è qualcosa che non mi colpisce direttamente anche se mi indigna vedere altre persone colpite da quel problema. Questa attitudine sembra incarnare la logica della psicologia collettiva del centrosinistra nel momento della sua trasformazione in un partito della classe media, animata dal tipico radicalismo morale delle classi medie dalla rivoluzione francese in avanti, con la sua predilezione per le idee, per i principi, e per le grandi battaglie morali”.

Finisce così la stagione della lotta. Perché finisce quella esigenza personale, propria dei movimenti dei lavoratori, di battersi per un diritto personale, di classe a cui si appartiene. La sinistra negli anni 2000 va verso il concetto de “l’altro”. Spiega sempre Gerbaudo: “Dentro questo “altro” confluiscono nel tempo tutta una serie di categorie e figure sociali: le minoranze etniche, religiose e di genere, gli immigrati, le persone che vivono nel terzo mondo. Si tratta di cause meritorie a cui si è dedicata il centrosinistra negli ultimi anni, anche se spesso in modo paternalista e ipocrita tanto più che mentre sbandierava compassione perseguiva politiche neoliberiste che hanno peggiorato le condizioni di vita della popolazione”.

Insomma la sinistra occidentale con questa nuova impostazione culturale del sé ha finito per emarginare l’altro proprio nello stesso momento in cui avrebbe voluto aiutarlo. Questo poteva funzionare negli anni ’90 perché la classe media stava relativamente bene, ma nei successivi difficili anni ’20 questa separazione tra l’io e l’altro, noi e gli altri, e la politica della compassione non sembrano più reggere. Conclude Gerbaudo: “Quello che è necessario non è costruire una relazione di compassione tra noi e gli altri, ma ricomporre il noi includendovi gli altri”.

Per comprendere meglio cosa è accaduto e cosa potrebbe accadere abbiamo intervistato: il dr. Marco Meloni, PhD
Research Fellow, University of Southampton (UK), esperto in partiti politici e democrazia partecipativa.

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Può spiegarci il ruolo di Tony Blair nella trasformazione della sinistra italiana e occidentale?
Tony Blair diventa leader del Partito Laburista nel Regno Unito quasi in contemporanea con la “discesa in campo” di Silvio Berlusconi in un’Italia scossa da Tangentopoli e dal terremoto politico che mise fine alla cosiddetta Prima Repubblica. In Italia ed in ‘Occidente’ la crisi della democrazia, del rapporto tra cittadino/a e Stato, del suo ruolo e potere, si palesa in quegli anni, con molteplici forme pressoché ovunque. La crisi era ed è sistemica, indubbiamente, ma chi più ne ha pagato il conto in termini politici è stata la sinistra di governo, i partiti di massa che più si erano tramutati in “partiti cartello” pervadendo la struttura dello Stato, diventando sistemici agli occhi dei cittadini. In questo quadro, l’intuizione blairiana della Terza via, di una sinistra pragmatica, economicamente liberale, esteticamente moderna quanto ambigua, viene offerta come modello all’intera sinistra occidentale, portata avanti nei suoi 10 anni di governo e sino ad oggi. Semplificando e con dovuti distinguo, la sinistra rimane abbagliata da chi gli propone di auto-assolversi dal compito di rappresentare gli ultimi ed i lavoratori per ambire a rappresentare tutti, con l’obiettivo che dall’egemonia socio-culturale scivola verso la mera vittoria elettorale. Non idealizzo la sinistra del passato, in gran parte era già così, ciò che cambia è l’ammissione pubblica di questa inversione, senza remore, con l’orgoglio di chi dice di aver ‘abbracciato la modernità’.  

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Ci ricorda quale è il contesto italiano in cui è avvenuto il passaggio da partito dei lavoratori a partito che sta con i lavoratori? 
In Italia intraprendere la Terza Via ha richiesto tempo alla sinistra, soprattutto per superare un certo pudore, ereditato dal partito comunista. Il passaggio è dovuto essere necessariamente graduale, evitando il più possibile di allarmare i militanti affezionati ai valori di sinistra, nonché alla sua identità. Come ci ha fatto notare Paolo Gerbaudo, il primo congresso dei DS nel 2000 venne intitolato “I care” (Io me ne faccio carico) demarcando l’inizio della “sinistra della compassione”. Il principale partito di sinistra in Italia passa così da essere parte di una comunità, un nuovo proletariato (nella sua pluralità), verso la quale esercita una “rappresentanza descrittiva”, a chi esercita invece empatia verso quella comunità; se ne occupa, sta con i lavoratori, senza sentirsene più parte. Il PD è il culmine di questa traiettoria, a distanza siderale da chi vorrebbe rappresentare, mutuamente alimentata; al punto che sia più facile che un precario si identifichi con un imprenditore miliardario che con un esponente di un partito di sinistra. Salvo poi veder arrivare al potere una donna del popolo, da sempre al servizio dei grandi poteri economici, ma con una capacità comunicativa enormemente superiore alla sinistra (e non solo) nell’impersonare il disagio sociale e chi lo vive.

Le esperienze spagnola e portoghese possono essere prese come esempio per una nuova sinistra vincente?
La sinistra italiana tende ad essere sempre più esterofila politicamente, per mancanza di alternative valide in loco, per istinto di sopravvivenza, anche solo per poter gioire, ogni tanto (sic.). Dovrebbe farci pensare il fatto che quando si parla di Italia nei congressi internazionali di Scienza Politica si analizzino i casi delle ultra-destre e, soprattutto qualche anno fa, il caso del M5S, ma da tempo la sinistra italiana non viene più menzionata (se non in termini della sua crisi). Tuttavia, per quanto guardarsi intorno così come le analisi comparate siano fondamentali, il rischio è appiattire esperienze complesse e leggerle forzatamente in chiave nostrana. In Spagna il PSOE governa con Podemos e con l’appoggio esterno di forti partiti regionali, resiste alle offensive delle destre, non sappiamo ancora per quanto (seppur la contrazione di VOX sia una buona notizia), ma soprattutto la spinta innovativa di Podemos e dello stesso Sanchez nel PSOE sembra ridotta, inghiottita dalle difficoltà del governare e dal volerlo fare troppo spesso da “soli”, contraendo gli spazi di partecipazione. Il Portogallo, semplificando e me ne scuso, è una fotografia di un sistema partitico e politico in continuità con la fine del secolo scorso, con elementi di novità (più o meno positivi). Tanto di positivo, soprattutto nel primo governo Costa in alleanza con il Bloco de Esquerda, ma poco di ‘nuovo’ che possa essere esportato. C’è una cosa che però dovremmo invidiare ad entrambi: una offerta politica più chiara, con alternative, al netto delle difficoltà, reali e vive.

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Che consiglio darebbe al PD? Il partito del “ma anche” ha fallito, in una società che divora comunicazione semplificata e che è in disperata ricerca di identità, occorre prendere delle scelte chiare. Se si opta per la Terza Via, che si liberi uno spazio a sinistra e si sviluppi un progetto centrista e liberale; se si opta per essere un partito di sinistra si scelga la via socialista, con temi e proposte chiare: dalla lotta alla precarietà, alla patrimoniale, dal taglio delle spese militari alla ristrutturazione ed ingente rifinanziamento del welfare. Senza perennemente convergere al centro, senza limitarsi costantemente alla difesa dei diritti civili, sacrosanta ma non sufficiente. Applicando il “principio del vuoto” alla politica, non basta aprire le porte perché nuove energie e persone arrivino, occorre fare spazio, liberarsi di proposte e posizioni incomprensibili ma anche di vecchie strutture, pseudo-gruppi e persone.

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