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In Palestina la resistenza si fa anche con una cinepresa. Che merita il Nobel per la pace

Un premio per affermare che la resistenza all’occupazione si fa anche con una cinepresa. Per questo l’attore palestinese e regista Mohammad Bakri merita di essere candidato per il Premio Nobel per la pace.

Mohammad Bakri

Umberto De Giovannangeli

30 Novembre 2021 - 17.41


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Una proposta da rilanciare. Perché non si dimentichi un popolo in lotta per la propria autodeterminazione nazionale. Un premio per affermare che la resistenza all’occupazione si fa anche con una cinepresa. Per questo l’attore palestinese e regista Mohammad Bakri merita di essere candidato per il Premio Nobel per la pace.

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Una lettera preziosa 

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E’ quella scritta da tre persone che la Palestina hanno nel cuore: Luisa Morgantini, già Vice Presidente Parlamento Europeo, Presidente AssopacePalestina;

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Wasim Dahmash,  già Università di Cagliari.

Moni Ovadia, uomo di teatro, attivista dei diritti sociali

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“Cari e care
Vi scriviamo per invitarvi ad aggiungere il vostro nome ad un’iniziativa patrocinata da Accademici e parlamentari israeliani e palestinesi che nomineranno l’attore palestinese e regista Mohammad Bakri per il Premio Nobel per la pace.
 


Bakri è nato nel 1953 nel villaggio galileo di al-Bi’na in Israele dove tutt’ora vive. Bakri ha avuto una brillante carriera come attore nel cinema e nel teatro, da Costa-Gavras’ Hanna K dal 1983 ad oggi.
 La sua lista di crediti conferma la sua affermazione che “per tutta la vita, il mio lavoro è stato animato dallo stesso grande sogno: raccontare le storie di chi non ha lingua e nessuna piattaforma.”
 

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E’ il suo lavoro come regista di documentari che però ha provocato maggiori polemiche in Israele.
 Quando l’esercito israeliano rase al suolo parte del campo profughi palestinese a Jenin nell’aprile 2002, Bakri, come altri registi e troupe televisive di tutto il mondo, ha portato la sua fotocamera  nel campo ed ha girato Jenin Jeni.
 Quasi vent’anni dopo le proiezioni del documentario continuano ad essere vietate dai tribunali israeliani e Bakri ha subito diversi processi che non sono ancora terminati, una vera e propria persecuzione e violazione della libertà d’espressione.
 Mohammad dice: “per più di quarant’anni, ho cercato di trasmettere ilnostro grido e il grido di tutte le minoranze oppresse del mondo : armeni, curdi, ebrei e palestinesi. In particolare con la mia drammatizzazione del Pessoptimist di Emile Habibi, eseguita migliaia di volte per il pubblico israeliano e palestinese, mi sono sforzato di creare speranza per una soluzione giusta e duratura.” 
 I promotori della candidatura di Mohammad Bakri finora includono i professori: Ilan Pappe, Shlomo Sand, Avi Oz, Gadi al-Ghazi, Moshe Machover, Rashid Khalidi, Leader della Lista Congiunta e membro della Knesset Ayman Odeh, e membro della Knesset Ofer Kasif.


 Per non dimenticare

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 Se è vero, come è vero, che senza memoria non c’è futuro, allora è d’obbligo tornare indietro nel tempo e rileggere alcuni articoli del momento. Preziosi, come quello di Alessandra Garusi scritto per Peacelink.it il 10 giugno 2003: “Jenin Jenin, il documentario del regista arabo-israeliano Mohammad Bakri, viene proiettato informalmente in tutta Italia. Noi l’abbiamo visto al 13° Festival del cinema africano di Milano, dove è sbarcato dopo aver stravinto il Festival di Cartagine. Inutile dire che Israele l’ha censurato e che nessuna tv del mondo arabo, a parte la libanese Future, l’ha acquistato. 
‘Come faranno mai gli israeliani a rimediare a tutto questo?’ Si chiede un giovane palestinese, mentre si aggira fra le rovine del campo profughi di Jenin (Cisgiordania), teatro di un intervento militare israeliano senza precedenti che si è protratto per undici giorni – dal 2 al 19 aprile 2002 – e ha lasciato almeno 600 morti sul campo (ma nessuna commissione d’inchiesta nazionale o internazionale è stata mai autorizzata). ‘Ci ammazzano i figli e noi ne facciamo altri: c’è sempre un modo per porre rimedio… Sono loro i perdenti, davvero’. Chi parla, è uno dei protagonisti del documentario Jenin Jenin di Mohammad Bakri, cineasta palestinese con passaporto israeliano. Lo abbiamo visto al 13° Festival del cinema africano di Milano, nella versione integrale di 54 minuti: cioè compresa la testimonianza della dodicenne – istigata fin da piccola alla vendetta, forse obbligata a diventare in un futuro non lontano una kamikaze – censurata dalla tv franco-tedesca Arté (l’unica in Europa ad averlo acquistato).  Informalmente, quest’opera sta però girando l’Italia fra proiezioni negli oratori e serate organizzate da associazioni varie, mentre i canali televisivi pubblici hanno poco professionalmente declinato l’invito.  Poco importa. L’autore – nato nel ’53 ad al-Bina, in Galilea, sposato con cinque figli – è quasi abituato alla censura: il suo documentario d’esordio, nel 1995, col digitale 1948 (53′), sulla Nakba, la “catastrofe palestinese”, non è mai stato mostrato in tv; eppure in tantissimi l’hanno visto. 
Sulla stessa scia, Jenin Jenin è stato censurato in Israele; nessuna tv del mondo arabo, a parte la libanese Future, l’ha comprato; ciò nonostante il film ha vinto il festival di Cartagine 2003. Un grande riconoscimento per un regista che è stato addirittura arrestato, assieme a sei membri della sua famiglia – nel villaggio di Bina in Galilea, dove essi vivono – con l’accusa di aver collaborato nella preparazione e nell’esecuzione di un attentato kamikaze contro un bus israeliano (come ha scritto su Haaretz del 27 agosto il giornalista Uri Ash). Tanto per intimidire ogni possibile dissenso. 
Questa battente campagna denigratoria, in patria, ha al contrario contribuito a pubblicizzarlo ovunque. 
È un film di parte (one side movie, dice infatti il sottotitolo), obiettano alcuni. Ma finché le risoluzioni delle Nazioni Unite riguardo al Medio Oriente – ovvero la 242 del 22 novembre 1967, la 338 del 22 ottobre 1973, la 1397 del 12 marzo 2002, la 1402 del 30 marzo 2002 – e i principi di Madrid non saranno rispettati dal governo israeliano, forse non è possibile fare diversamente. Jenin Jenin va comunque visto. Perché aiuta a capire…”.

Fin qui Garusi.

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Altra preziosa testimonianza narrativa è quella di Ramzi Baroudi, pubblicata su Middle East Monitor (traduzione dall’inglese per Zeitun.info di Stefania Fusero):”L’11 gennaio scorso il tribunale distrettuale israeliano di Lod ha deliberato a sfavore del regista palestinese Mahmoud Bakri, ordinandogli di pagare un cospicuo risarcimento ad un soldato israeliano accusato, insieme con l’esercito di Tel Aviv, di avere commesso crimini di guerra nel campo profughi di Jenin, Cisgiordania occupata, nell’aprile 2002.

Da come viene riportato dai media non solo israeliani, il caso sembrerebbe una questione relativamente semplice di diffamazione e quant’altro. Per chi ha invece familiarità con le narrazioni totalmente in conflitto fra di loro derivate dall’evento noto ai palestinesi come il ‘massacro di Jenin’, il verdetto del tribunale ha non soltanto sfumature politiche, ma anche implicazioni di tipo storico e intellettuale. Bakri è un palestinese nato nel villaggio di Bi’ina, vicino alla città palestinese di Akka, che ora fa parte di Israele. È stato trascinato diverse volte in tribunali israeliani e pesantemente censurato dai principali media locali semplicemente perché ha osato mettere in discussione la versione ufficiale delle violenze avvenute nel campo profughi di Jenin quasi due decenni fa. Il suo documentario Jenin, Jenin da adesso è ufficialmente vietato in Israele. Il film, che venne prodotto a pochi mesi di distanza da quell’evento frutto della violenza di Stato israeliana, di per sé non formula molte accuse. Ha messo però a disposizione dei palestinesi uno spazio prezioso dove potessero liberamente trasmettere con parole proprie ciò che era accaduto al loro campo profughi quando unità dell’esercito israeliano, con la copertura aerea fornita da caccia ed elicotteri d’attacco, rasero al suolo gran parte del campo, uccidendo decine di persone e ferendone centinaia. Non dimentichiamoci che Israele pretende di essere una democrazia. Vietare un film, al di là di quanto il contenuto possa risultare inaccettabile per il governo, è assolutamente incompatibile con qualsiasi definizione di libertà di parola. Mettere al bando Jenin, Jenin e incriminarne il regista, per ricompensare invece chi è accusato di avere compiuto crimini di guerra, è oltraggioso. […]. Se Israele prende di mira la narrazione palestinese, non lo fa semplicemente per contestare l’accuratezza dei fatti né per il timore che la ‘verità’ possa richiamarlo all’obbligo di rispondere delle sue responsabilità giuridiche. Allo Stato coloniale non importano per niente i fatti e, grazie al sostegno dell’Occidente, esso rimane immune dai procedimenti penali internazionali. In realtà questo ha a che fare con la cancellazione della storia, di una patria, di un popolo: il popolo della Palestina. Ciò nondimeno, un popolo palestinese con una narrazione collettiva coerente esisterà sempre, a dispetto della geografia, delle avversità fisiche e delle circostanze politiche. Ed è questo che Israele teme più di ogni altra cosa….”.

Così Baroudi

Un ricordo, possente j’accuse

E’ quello di Yvonne Ridley, che sempre su Middle East Monitor scriveva il 14 aprile 2020: “A metà aprile 2002, le Forze di difesa israeliane (IDF) si sono affrettate a nascondere uno dei loro più grandi crimini di guerra di questo secolo nella Cisgiordania occupata: soldati israeliani hanno ucciso almeno 52 palestinesi nel campo profughi di Jenin. Avendo completato la loro follia omicida tra l’1 e l’11 aprile al culmine della Seconda (Al-Aqsa) Intifada, le truppe dell’IDF se ne sarebbero andate ma per una cosa: come potevano coprire l’uccisione di 52 persone e nascondere le prove di un massacro ?

I responsabili della cosiddetta Operazione Defensive Shield decisero di imporre un assedio così stretto che nessuno, nonostante le proteste globali, riuscì a superare l’anello d’acciaio israeliano; è stato un blocco totale. È durato per settimane mentre il governo israeliano ha fatto del suo meglio per tenere i giornalisti e gli osservatori dei diritti umani lontani dalla città palestinese nella Cisgiordania occupata. 

L’atmosfera era tesa e le Nazioni Unite hanno annunciato che stavano pianificando di avviare un’indagine sulle accuse convincenti di crimini di guerra israeliani dichiarati commessi nel campo profughi. Gli israeliani hanno fatto quello che fanno bene e hanno mobilitato politici malleabili e consiglieri del governo per fuorviare i media e il pubblico creduloni.

L’allora segretario di Stato americano, Colin Powell, si mosse rapidamente. Parlando – ironicamente – dal King David Hotel di Gerusalemme, dove i terroristi sionisti avevano piazzato una bomba e ucciso 91 persone nel 1946, disse di non aver visto “nessuna prova” di un massacro. Entro il 23 aprile Powell era tornato a Washington per informare i senatori: “In questo momento, non ho visto prove di fosse comuni e non ho visto prove che suggerirebbero un massacro”. Non mentiva, ovviamente, perché non era mai andato a Jenin, quindi non avrebbe potuto “vedere” le prove anche se avesse voluto. Sono stato uno dei primi giornalisti sulla scena, ed ero nel campo profughi di Jenin il giorno in cui l’ex generale ha presentato il suo briefing.

Powell, l’uomo che ha mentito alle Nazioni Unite sulle armi di distruzione di massa in Iraq durante la costruzione dell’invasione del 2003, ha continuato a criticare la “grossolana speculazione che era là fuori su ciò che è accaduto, con termini lanciati come massacro e fosse comuni, nessuna delle quali finora sembra essere verosimile. ” Non so quante persone debbano morire prima che possa essere definito un massacro, ma 52 dovrebbe essere più che sufficiente se i precedenti omicidi di massa così descritti sono qualcosa da perseguire.

All’epoca il Primo Ministro di Israele era Ariel Sharon che, come Ministro della Difesa, aveva una ‘responsabilità personale’ per la complicità dell’IDF nel massacro di Sabra e Shatila dei rifugiati palestinesi in Libano nel 1982. Ha detto al mondo che ‘solo’ terroristi erano morti a Jenin, ma vidi i corpi dei morti strappati dalle macerie, compresi bambini, donne e un uomo su una sedia a rotelle; non erano un’idea ragionevole di “terroristi”. Nel tentativo di coprire il massacro, gli israeliani hanno seppellito molti dei corpi sotto edifici demoliti da un bulldozer; alcuni erano ancora vivi quando il bulldozer entrò.

Entro il 19 aprile 2002, Human Rights Watch ha avuto accesso a Jenin e ha trascorso una settimana a raccogliere prove per un rapporto di 48 pagine che non lasciava dubbi sul fatto che crimini di guerra fossero stati commessi all’interno del campo profughi. Circa 100 testimonianze oculari sono state prese da un team di investigatori esperti. Non sorprende che l’esercito israeliano abbia rifiutato di collaborare

Purtroppo, HRW ha rapidamente respinto le accuse di massacro da parte delle forze israeliane in modo tale da anticipare le indagini programmate delle Nazioni Unite sugli eventi nel campo profughi di Jenin. In ogni caso, il governo di Sharon ha bloccato la mossa delle Nazioni Unite.

L’affermazione dell’Hrw che non vi era alcuna prova di un massacro, è stata presa dalla macchina di propaganda israeliana. Tuttavia, gli israeliani hanno scelto di ignorare la conclusione del rapporto secondo cui, sulla base delle prove e delle ricerche intraprese, ‘Durante la loro incursione nel campo profughi di Jenin, le forze israeliane hanno commesso gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, alcune delle quali assimilabili a crimini di guerra’.

 Le mie poche ore a Jenin segnano uno dei giorni più bui della mia carriera di giornalista. Ogni volta che lo ricordo, l’inconfondibile odore della carne in decomposizione proveniente dai cadaveri nascosti sotto tumuli di macerie riempie le mie narici”, conclude Ridley. 

Mohammad Bakri ha fatto rivivere quei morti onorandone la memoria. Il Nobel per la pace andrebbe anche a loro. E a Jenin. 

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