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Migranti, il vocabolario di Francesco e l'Europa dell'indifferenza

L'Europa il cui umanitarismo sta morendo nel Mediterraneo, nelle isole greche, nella Manica, ai confini tra Bielorussia e Polonia. E poi c'è il Papa

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Umberto De Giovannangeli

29 Novembre 2021


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Il vocabolario della solidarietà e della speranza, e quello dei respingimenti e dell’indifferenza, Due linguaggi opposti, inconciliabili. Quello di Papa Francesco e quello praticato dall’Europa. L’Europa dei muri, dell’esternalizzazione delle frontiere, dei lager. L’Europa il cui umanitarismo sta morendo nel Mediterraneo, nelle isole greche, nella Manica, ai confini tra Bielorussia e Polonia.

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Il vocabolario della solidarietà…

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E’ quello utilizzata da Papa Francesco, al termine dell’Angelus a Piazza San Pietro, sui migranti e, in particolare, sul naufragio di qualche giorno fa nel Canale della Manica e su quelli al confine della Bielorussia. “Quanti migranti sono esposti, anche in questi giorni, a pericoli gravissimi, e quanti perdono la vita alle nostre frontiere! Sento dolore per le notizie sulla situazione in cui si trovano tanti di loro: di quelli che sono morti nel Canale della Manica; di quelli ai confini della Bielorussia, molti dei quali sono bambini; di quelli che annegano nel Mediterraneo. Tanto dolore pensando a loro. Di quelli che sono rimpatriati, a Nord dell’Africa, sono catturati dai trafficanti, che li trasformano in schiavi: vendono le donne, torturano gli uomini… Di quelli che, anche in questa settimana, hanno tentato di attraversare il Mediterraneo cercando una terra di benessere e trovandovi, invece, una tomba; e tanti altri. Ai migranti che si trovano in queste situazioni di crisi assicuro la mia preghiera, e anche il mio cuore: sappiate che vi sono sempre vicino. Pregare e fare. Ringrazio tutte le istituzioni sia della Chiesa Cattolica sia di altrove, specialmente le Caritas nazionali e tutti coloro che sono impegnati ad alleviare le loro sofferenze”. Quindi l’appello “accorato a coloro che possono contribuire alla risoluzione di questi problemi, in particolare alle Autorità civili e militari, affinché la comprensione e il dialogo prevalgano finalmente su ogni tipo di strumentalizzazione e orientino le volontà e gli sforzi verso soluzioni che rispettino l’umanità di queste persone. Pensiamo ai migranti, alle loro sofferenze, e preghiamo in silenzio… “. 

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E quello dei respingimenti

Annota Pierre Haski, direttore di France Inter , su Internazionale: La morte di 27 migranti nella Manica ha creato un trauma: l’ennesimo, saremmo tentati di dire senza cinismo. La settimana scorsa 75 migranti avevano perso la vita nel Mediterraneo dopo essere partiti dalla Libia a bordo di un barcone sovraffollato, portando a 1.300 il numero di morti dall’inizio dell’anno. Il tutto nell’indifferenza più assoluta. Due settimane fa, alla frontiera tra Polonia e Bielorussia,  altri migranti, strumentalizzati dal dittatore di Minsk, sono stati sballottati da una parte all’altra del confine, e alcuni sono morti in quella terra di nessuno congelata.  L’unica conclusione che si possa trarre da queste tragedie che si ripetono in quasi tutte le frontiere esterne dell’Europa è che noi, abitanti della potente e ricca Europa (Regno Unito compreso, per una volta) non abbiamo ancora una risposta al problema. Eppure è da anni che questo dramma coinvolge l’Europa, dai naufragi di Lampedusa ai campi profughi simili a prigioni di Samos, in Grecia, dalle alte barriere dell’enclave spagnola di Ceuta all’indegna giungla francese di Calais. I motivi di questa impasse non mancano: timore di un ritorno dei venti populisti, differenze di vedute tra i vari paesi europei, egoismi nazionali o semplicemente paura dell’”altro”…”.

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Il j’accuse di Bartolo

E’ la testimonianza raccolta da Francesca Venturi per Agi: “L’Europa non può voltarsi dall’altra parte e ignorare le richieste di migliaia di migranti, abbandonati al loro destino nel gelo di una foresta alla frontiera orientale dell’Unione. E’ l’appello degli eurodeputati del gruppo S&D Pietro Bartolo, Brando Benifei e Pierfrancesco Majorino, in missione al confine fra Polonia e Bielorussia, dove qualche migliaio di persone provenienti soprattutto da Siria e Iraq cerca di entrare nell’Unione europea per presentare una richiesta di asilo, ‘come è loro diritto’. Ne parla all’Agi per telefono dalla Polonia Pietro Bartolo, che delle questioni migratorie si occupa da quando era in prima linea come medico di Lampedusa e ora come europarlamentare da Strasburgo.

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Madri separate dai figli 

‘Una giovane madre siriana è stata ricoverata in un ospedale polacco: era stata picchiata e separata dai suoi figli. Quando uscirà non saprà dove trovarli. Una famiglia era uscita dalla ‘zona rossa’ del confine perché volevano acquistare le scarpe alla loro bambina che le aveva perse. Non solo non è stato loro permesso di farlo, ma la polizia li ha caricati in un furgone e rispediti nella foresta”, ha raccontato Bartolo, molto turbato nonostante nella sua lunga esperienza a Lampedusaabbia visto migliaia di migranti in gravissima difficoltà e moltissimi morti. Il clima è di paura: chi aiuta i migranti non vuole apparire, le testimonianze sono anonime, da parte dipersone che rischiano di finire in prigione con l’accusa di favoreggiamentodell’immigrazione clandestina. Anche le istituzioni locali, i medici e gli attivisti sono intimiditi dalle scelte del governo di Varsavia che ingiunge loro di non aiutare quelle persone. Trovo sia un modo immorale di comportarsi: la polizia ha l’ordine di riportare nella foresta chi cerca di uscire allo scoperto invocando il diritto di chiedere asilo, ma qui di notte le temperature scendono sotto lo zero e le persone stanno morendo. Non ci sono cifre ufficiali, poiché è impossibile andare a controllare, ma i morti sono almeno 20″. Bartolo sottolinea ancora che ‘sel’Europa si gira dall’altra parte, ilgoverno polacco è invece attivo conmuri, violenze e filo spinato. L’Unione europea non dovrebbe permetterlo, questa non è la nostra Europa’”, conclude Bartolo.

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Cartoline dall’inferno libico.

Le ha raccolte Alessandra Frabetti per Dire:   “Noi migranti in Libia non abbiamo scelta: non possiamo scappare ma non possiamo neanche vivere, dato che subiamo torture, abusi e violazioni dei diritti. Non è un Paese in cui è possibile ricostruirsi una vita. Resteremo qui fino alla fine. L’Onu e gli altri Stati devono portarci via. Ai governi e alle istituzioni europee ricordiamo che chi commette crimini deve comparire davanti alla giustizia, mentre alle persone vanno garantiti i diritti”. Così racconta Yamyo David, migrante sud-sudanese di 24 anni in collegamento da Tripoli. Qui, dal 2 ottobre circa 3.000 migranti sono in sit-in davanti alla sede dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), dopo che il giorno precedente il sobborgo di Gargarish popolato da famiglie di migranti è stato sgomberato dalla polizia. Oltre 4.000 gli arresti e due i morti. “Le persone arrestate- continua David- sono state portate in centri di detenzione sia ufficiali che non ufficiali”, ossia gestiti dalle milizie. “Molti di loro ci raccontano di abusi e torture e hanno iniziato un sciopero della fame”. A Tripoli, gli altri migranti invece chiedono di essere portati via, dato che la situazione nel Paese “è diventata insostenibile”. David accusa: “L’Unhcr non ci dà ascolto”. Il tema è al centro del documentario ‘Libya: No Escape from Hell’, proiettato per la prima volta in Italia nell’ambito del Sabir – Festival delle culture del Mediterraneo, che si è tenuto a Lecce, in Puglia, dal 28 al 30 ottobre.
“I gruppi armati non tollerano una società civile forte e consapevole, perché se perdono il controllo sulla popolazione, perdono anche potere e denaro. Siamo bersaglio dei loro attacchi, come dimostrano i continui arresti e uccisioni tra giornalisti e attivisti, soprattutto a Tripoli”. Aggiunge  J.Z., blogger e difensore dei diritti umani, che chiama in causa le responsabilità internazionali ma anche il popolo libico stesso.
“Se in Italia avete un problema non aspettate che i francesi vengano a risolverlo” dice: “Spetta a noi riportare pace e progresso nel nostro paese”. Che le milizie e i gruppi armati abbiano preso il sopravvento è un dato inequivocabile e i rischi per i migranti e difensori dei diritti umani aumentati.
Lo dimostrano i pericoli a cui sono stati esposti durante l’offensiva che l’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar, sferrò nell’aprile del 2019 per conquistare Tripoli.
Grazie ai testimoni ascoltati e alle immagini realizzate è stato possibile documentare la condizione dei centri posti sulla linea del fronte, alcuni utilizzati come depositi di armi e carri armati e che i migranti erano incaricati di ripulire. Una condizione che li ha resi un bersaglio, come nel caso del centro di Tajoura, dove in un bombardamento persero la vita una cinquantina di persone.
“In Libia hanno delle responsabilità anche i Paesi europei, come l’Italia, che finanzia la Guardia costiera libica” prosegue l’attivista e blogger di origine sudanese la cui storia dimostra le violazioni a cui gli stranieri sono esposti: “Sono arrivato in Libia da bambino, era il 1993. Ho studiato e costruito la mia vita a Tripoli. Poi c’è stata la rivoluzione popolare del 2011 a cui è seguita subito la guerra civile e poi il caos”. Da subito, J.Z. diventa un sostenitore delle rivolte popolari e sui blog e i social media si batte per i diritti civili, per costruire una Libia più democratica e giusta. Nel 2016 però finisce in una retata di migranti e resta in un centro di detenzione per due anni, per poi essere respinto verso il Sudan, sebbene l’uomo non avesse più legami col paese della sua famiglia.“Sono certo che, con la scusa di scambiarmi per un migrante, abbiano voluto mettere a tacere chi come me rappresentava la dissidenza Noi parlavamo a voce alta delle nostre idee e organizzavamo iniziative e progetti per realizzarle e questo spaventa le milizie” la conclusione del blogger che ha rilancia la campagna per segnalare, ancora una volta, le violazioni dei diritti umani in Libia”.

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In memoria di Maryam

“Il gommone si sta sgonfiando e stiamo cercando di togliere l’acqua: qualcuno verrà a salvarci?”, è l’ultimo straziante messaggio inviato al fidanzato da Maryam Nuri Mohamed Amin, la prima vittima identificata della strage di migranti nella Manica costata la vita a 27 persone mercoledì scorso. La giovane di 24 anni cercava di raggiungere la sponda britannica del canale insieme agli altri migranti con i quali era partita poco prima da Calais, in Francia. La giovane curda irachena voleva raggiungere il fidanzato e promesso sposo, residente in Gran Bretagna, ma l’uomo pare non sapesse nulla della sua partenza. La famiglia di Maryam ha rivelato che la ragazza aveva cercato di raggiungere legalmente il Regno Unito per due volte ma le pratiche non andavano avanti tanto da spingerla a cercare la strada del gommone. Maryam pare volesse fare una sorpresa al suo amato quando ha cercato di arrivare nel Regno Unito con un barcone insieme a un parente. I due fidanzati si stavano messaggiando su Snapchat poco prima che il gommone iniziasse a sgonfiarsi e il giovane così ha assistito quasi in diretta alla tragedia che ha visto solo due sopravvissuti, un iracheno e un somalo che ora, dopo le cure, si stanno riprendendo.

Grecia infelix

I migranti in Grecia rischiano la fame dopo la sospensione dell’assistenza economica ai richiedenti asilo e dell’assistenza alimentare ai rifugiati a cui è stata riconosciuta la protezione e ai richiedenti asilo la cui domanda è stata respinta. Questo l’allarme lanciato da 27 organizzazioni e associazioni, tra cui Save the Children – l’Organizzazione internazionale che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini a rischio e garantire loro un futuro.

Per quasi due mesiil 60% delle persone che vivono nei campi profughi sulla terraferma in Grecia non ha avuto accesso ad un’alimentazione sufficiente. Dopo che a ottobre 2021 è entrata in vigore una legge approvata lo scorso anno, il governo greco ha interrotto i servizi ai richiedenti asilo la cui richiesta è stata accolta, di cui uno su 4 è donna e 2 su 5 sono minori.

“Le donne del campo di Eleonas continuano a dirci che la notte i loro figli piangono per la fame. Non hanno soldi per il latte e sciolgono i biscotti nell’acqua” denuncia Emily Wilson di Project Elea, mentre un padre afghano di tre bambini affetto da una malattia cronica ha detto: “Se io non mangio non fa niente, ma i miei figli non possono morire di fame”.

Inoltre, da oltre due mesi, circa 34.000 richiedenti asilo non ricevono l’aiuto economico che permetteva loro di acquistare cibo, vestiti e altri beni di prima necessità. Il programma di assistenza economica finanziato dall’UE, precedentemente amministrato dall’Unhcr, è stato infatti interrotto dopo che il governo greco ne ha assunto la gestione il 1° ottobre 2021.

In seguito alle pressioni delle Ong, lo stesso governo greco aveva assicurato che gli aiuti sarebbero stati ripresi alla fine di ottobre, ma dopo un mese il problema è ancora irrisolto e l’impatto devastante sui richiedenti asilo peggiora di giorno in giorno.

“Attraverso le sue azioni da un lato e il suo immobilismo dall’altro, il governo greco sta provocando una crisi alimentare tra i rifugiati e i richiedenti asilo. È illegale, ingiustificato e totalmente inaccettabile che tutto questo accada nell’Unione Europea”, dichiara Anita Bay, direttrice di Save the Children Europa.

“Queste persone, vulnerabili ed emarginate, sono allo stremo. Le bambine e i bambini vanno a scuola affamati, i malati non possono prendere un autobus per andare dal medico e le famiglie non hanno risorse per affrontare l’inverno” le fa eco Martha Roussou dell’International Rescue Committee.

“La sospensione dell’assistenza finanziaria – rimarca in una nota Save the Children – sta privando i richiedenti asilo della loro dignità e anche dell’unica ancora di salvezza da cui dipendevano. Rifugiati e richiedenti asilo, già emarginati economicamente, sono costretti così a mendicare o sono spinti nell’illegalità pur di sopravvivere”.

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