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De Mita sul Quirinale: "Manca senso di responsabilità, non scaricare le tensioni sulla presidenza"

L'ex segretario della Democrazia Cristiana ricorda quando con il suo metodo riuscì a far eleggere Cossiga capo dello Stato alla prima votazione

Ciriaco De Mita
Ciriaco De Mita

globalist Modifica articolo

16 Novembre 2021 - 10.24


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“Se ragionassero sulle grandi difficoltà che abbiamo di fronte una soluzione, alla fine, la troverebbero. Ma non ragionano di questo, e il rischio è impantanarsi votazione dietro votazione”.
Ciriaco De Mita parla del senso di responsabilità, che a suo avviso mancherebbe, nei partiti che dovranno eleggere il prossimo capo dello stato. E di un parlamento diviso, sottolinea, ”rispetto ai miei tempi, quando Francesco Cossiga fu eletto con 752 voti. L’idea di scaricare sul Quirinale le tensioni che agitano il sistema dei partiti non è corretta – aggiunge – È un pericoloso espediente, oltre che un evidente scarico di responsabilità.
Per altro, al momento – ripeto, al momento – mi pare anche un’idea votata al completo fallimento. La mia impressione è che Mattarella si sia posto – e ora stia ponendo agli altri – un problema che non ha nulla di personale. Ritiene – e lo ritengo anch’ io – che la questione riguardi ormai la salvezza dell’organo costituzionale Presidenza della Repubblica così come lo abbiamo conosciuto e lo conosciamo: il punto più alto di ogni garanzia democratica non può esser continuamente strattonato dai partiti o trasformarsi in camera di compensazione delle loro tensioni”.
“Che si pensi al presidente del Consiglio come futuro capo dello Stato ci sta – prosegue l’ex segretario della Dc e oggi sindaco di Nusco, suo paesino natale in provincia di Avellino – ma toccherebbe ragionare anche su cosa ne sarebbe del governo. Mario Draghi ha dimostrato doti straordinarie come amministratore del governo e del Paese. Ed è anche riuscito, fino ad ora, a tenere in equilibrio una maggioranza di forze totalmente eterogenee: c’è qualcun altro che potrebbe esser capace di tanto? La mia opinione – e provo a dirlo con la massima chiarezza – è che tenere Draghi a Palazzo Chigi non è un’opportunità ma una necessità per il Paese.
La via maestra per l’elezione del presidente della Repubblica resta quella del Parlamento. Poi, certo, c’è il problema dello stato dei partiti e della pletora di leader solitari – soli, direi – che calcano la scena, che forse non piacciono più nemmeno agli elettori. Guardi la Lega, che declino. Chi sono questi giovani leader in campo? Chi rappresentano? E controllano davvero i partiti e i parlamentari che guidano? Esiste ancora un centrodestra o esistono solo dei capi con dietro un popolo disorientato? E il centrosinistra? Cosa sta diventando?”.
”Ai miei tempi – conclude – la Dc poteva eleggersi il presidente quasi da solo. Nel 1985 in particolare, con Craxi a Palazzo Chigi e Pertini presidente uscente. Io ero il segretario della Democrazia Cristiana, e invece chiesi agli altri partiti una rosa di nomi tra i quali scegliere insieme il nuovo Capo dello Stato. Chiesi anche al PCI… Solo il Pli non indicò Cossiga, ma risolvemmo rapidamente.
Il risultato? 752 voti alla prima votazione. Erano altri tempi ma era soprattutto un’altra politica. Che aveva senso di responsabilità, ed anche coraggio: perché ci sono momenti in cui la politica esige personalità politiche. Non sempre è tempo di tecnici o di intellettuali. E soprattutto, non sempre si può chiedere a loro di tirar via le castagne dal fuoco”.
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