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Fratoianni: “Al referendum voterò no perché produce solo conseguenze negative

Da un lato la riduzione, che non interviene in modo uguale in ogni territorio, penalizzerà signiificativamente alcune aree del Paese. E viene meno la possibilità di avere un corretto rapporto tra eletti ed elettori

Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana-Leu
Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana-Leu

globalist

17 Settembre 2020 - 19.51


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Al referendum costituzionale voterò No.
Lo farò con convinzione sulla base di alcune semplici ragioni. Innanzitutto una considerazione: quando in Parlamento si è arrivati all’ultimo passaggio alla Camera l’accordo di governo prevedeva che alla riforma sul taglio dei parlamentari venisse associato un intervento correttivo e contestuale basato su modifiche di carattere costituzionale e sulla definizione di una nuova legge elettorale proporzionale. La ragione di questa scelta basta a spiegare alcuni dei rischi che, il taglio lineare dei parlamentari porta con se.

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La riduzione prevista, infatti, produce due conseguenze immediate, entrambe particolarmente negative.
Da un lato la riduzione, che non interviene in modo uguale in ogni territorio, penalizzerà signiificativamente alcune aree del Paese. La possibilità di avere un corretto rapporto tra eletti ed elettori (tema su cui la discussione va avanti da anni) sarà, in alcuni casi, pesantemente ridotta. Il risultato sarà di escludere intere aree del paese dalla possibilità di vedere rappresentate nelle aule parlamentari le loro ragioni e le loro istanze.
Il secondo problema riguarda il pluralismo politico e la rappresentatività del nuovo Parlamento. Ridurre il numero significa aggiungere alle soglie di sbarramento formali (gia innalzate in questi anni) delle soglie “naturali” che in alcuni territori escluderanno dalla rappresentanza milioni e milioni di voti. E’ evidente infatti che se si riduce in modo così significativo il numero di eletti in alcune zone serviranno percentuali altissime per accedere alla ripartizione dei seggi.

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Di fronte a queste conseguenze gli argomenti a favore del si appaiono fragili e assai discutibili. Il primo e il più ripetuto è quello sui risparmi. Ma nessuno può seriamente sostenere che 57 milioni di euro (ovvero il costo di un caffè all’anno per ogni cittadino) rappresentino un risparmio così signifucativo da giustificare un intervento che porta con se i rischi sopra esposti.

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Infine c’è una questione generale che però mi pare di grande importanza. Sono anni ormai che di fronte alle difficoltà crescenti nel dare risposte effiaci ai bisogni del Paese la politica, o meglio una buona parte della politica, risponde scaricando le responsabilità sugli assetti di sistema, e più frequentemente sulla Costituzione e il suo presunto carattere obsoleto. A me pare un tentativo, un po’ goffo di aggirare il problema vero.

Un problema di selezione e di qualità del personale politico e del dibattito pubblico le cui ragioni vanno ricercate nell’indebolimento e talvolta nella liquefazione dei partiti, dei corpi intermedi, insomma dei luoghi nei quali si struttura la democrazia, attraverso l’organizzazione dei bisogni e degli interessi collettivi e l’esercizio del conflitto. Anche questo indebolimento non è il frutto del caso, ma di una linea politico culturale che ha investito in questa direzione, consapevole che in questa condizione sono gli interessi più forti a trovare meno resistenze per la loro affermazione.
E’ arrivata l’ora di invertire questa tendenza.

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