Di Maio e Di Stefano alla Farnesina: non ci resta che piangere. O indignarci
Top

Di Maio e Di Stefano alla Farnesina: non ci resta che piangere. O indignarci

I grillini sono scarsi in geografia (e in storia) eppure agli Esteri ci sono due personaggi che di politica estera non ne hanno mai masticato. E si vede

Di Maio e Di Stefano
Di Maio e Di Stefano
Preroll

Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

5 Agosto 2020 - 09.07


ATF

No, il correttore non ha colpa. Provare per credere: battete Libano. Non verrà corretto in Libia. Scrivete libanesi, non viene trasformato in libici. O viceversa. No, il correttore malandrino non c’entra proprio niente nella maldestra uscita virtuale del sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano. C’entra, eccome se c’entra, l’ignoranza. Ma il buon, si fa per dire, Manlio, può dormire sonni tranquilli. Non sarà certo il suo capo, alla Farnesina e nei 5 Stelle, a poterlo mettere dietro la lavagna: perché cosa avrebbero dovuto fare a lui, Luigi Di Maio, il ministro degli Esteri che colloca Augusto Pinochet in Venezuela e la Russia nel Mediterraneo?! Dilettanti allo sbaraglio. Dilettanti e pure asini. Ecco a chi è in mano la nostra politica estera. La vicenda dell’asino Manlio è nota: In un tweet scritto dopo le forti esplosioni a Beirut, capitale del Libano, manda un abbraccio “ai nostri amici libici”, scatenando le critiche degli utenti. Poi si accorge dell’errore e corregge scrivendo “libanesi”. “Grandissimo sottosegretario agli esteri poi magari impara la geografia!”, ribatte un utente. E l’esponente M5S risponde alle critiche ricevute: “C’è poco da scherzare con queste cose, ho sbagliato a scrivere, i morti invece restano, fenomeni”. Molto dura la replica dell’ex cinquestelle Luis Orellana, tra i primi epurati dal Movimento.

“Molti hanno fatto ironia sul tuo errore perché talvolta si sceglie di ridere per non piangere avendo te al Governo. Anche in questa tua replica sei vergognoso: attacchi chi ti critica, bastava solo chiedere scusa per l’errore fatto ma il tuo ego smisurato non te lo consente”..Smisurato quanto la sua ignoranza, nel senso latino del termine. E si che da sottosegretario agli Esteri, Di Stefano ha la delega all’Asia. Ma Di Stefano ne deve fare di strada asinesca per competere con “Giggino”.

L’allievo non supera il maestro

Da Pinochet in Venezuela al presidente cinese Ping Lo scivolone più noto rimane quello compiuto nel 2016, con un post su Facebook in cui le critiche a Matteo Renzi chiamavano in causa Augusto Pinochet: il dittatore, però, per Di Maio si era trasferito dal Cile al Venezuela. “Mi prendo tutte le responsabilità” Un lapsus, corretto dopo 10 minuti”, disse Di Maio. una svista che che non è sfuggita ai tanti commentatori su Facebook: “Se parla di Pinochet in Venezuela, capisco perché non ha capito le mail…..”, scrive Marco. “Quale scusa userai per aver confuso il Cile con il Venezuela? Eri assente quando c’era lezione? Non ti era arrivata la mail con gli orari di scuola?”, prosegue Giulio.

E ancora: commenta Stefano: “Che figura! Non ne azzecchi una che sia una. Pure sul Venezuela te sei fatto beccà”. Oppure: “Venezuela eh! Beh chi non sa leggere una mail figuriamoci i libri di storia e geografia! Gigi, scusa, ma chi ti scrive i testi?”. Infine, Federico invita Di Maio a riaprire i libri: “Parli di Pinochet e nemmeno sai che era in Cile e non in Venezuela. Torna a studiare, dai retta a me”.

Scrive un altro: “Io, laureato con lode, master in critica giornalistica, esperienze lavorative pregresse importanti, stipendio 1000 euro al mese. Di Maio: senza laurea, senza master, vendeva bibite al San Paolo, stipendio €€€ Ahimè, povera Italia”.

Un consiglio gli viene da Antonello Caporale, che su Il Fatto quotidiano del 14 settembre 2016, annota: “Ieri, maledetta fretta, ha dato al Cile il nome del Venezuela, portando il sud a nord, mischiando Santiago con Caracas, Pinochet con Chavez. Altro qui pro quo. Gli proponiamo di prendere la palla al balzo e immaginare, magari con la sua compagna, un viaggio nell’America Latina simile a quello che ha fatto da ragazzo il suo compagno Alessandro Di Battista, un meraviglioso tour andino che parta da dove la Storia si fermò l’11 settembre 1973 per finire oltre la criniera montuosa, quando la piana apre l’orizzonte che conduce fin laggiù, fra i peggiori bar di Caracas. Un viaggio lungo e impegnativo, che avrebbe anche il pregio di sospingerlo oltre la rumorosa ma insignificante attualità e produrre volontariamente l’assenza, vendicarsi con l’improvviso vuoto fingendo di sparire”.

A novembre 2018, durante la visita in Cina, Di Maio tiene un discorso a Shanghai, durante l’International Import Expo. “Ho ascoltato con molta attenzione il discorso del presidente Ping”, dice il grillino, proponendo una versione non corretta del nome del presidente cinese. Finisce qui? Macché. A febbraio dello scorso anno, mentre la Francia era infiammata dalle proteste dei gilet gialli, Di Maio -con Alessandro Di Battista- è volato in terra transalpina per incontrare uno dei leader del movimento, Christophe Chalencon. Il ”salto in Francia” dei due big grillini, visto in particolare il ruolo istituzionale di Di Maio, crea tensione tra Parigi e Roma. Per fare chiarezza, scrive Di Maio su Facebook l’8 febbraio, il capo politico del M5S invia una lettera a Le Monde e a tutti i francesi: nella missiva, si fa riferimento alla ”tradizione democratica millenaria” della Francia. La Rivoluzione, però, è datata 1789.

La Francia di Napoleone, in Russia, ci lasciò le penne. A Di Maio, quantomeno dal punto di vista della reputazione, è successa una cosa simile. Qualcuno, su Twitter, si è divertito a pubblicare l’estratto di un intervento in cui il leader grillino mostrava le sue scarse conoscenze di geografia definendo la Russia “un Paese del Mediterraneo”.

Basta così, per carità di patria. Di Maio&Di Stefano: non ci resta che piangere. O indignarsi, se ne siamo ancora capaci.

 

 

 

 

 

Native

Articoli correlati