Certo, dai politici di adesso nessuno pretende che abbiano studiato Gramsci, conoscano la storia dei partiti e dei movimenti politici, che conoscano Marx o l’evoluzione del pensiero liberale da Montesquieu a Toqueville.
O la dottrina sociale della Chiesa a partire dalla Rerum novarum, del 15 maggio 1891, sui diritti e doveri del capitale e del lavoro di Leone XIII.
Qualcuno ha tirato in ballo Rousseau, ma con gli esiti che ben conosciamo.
Il problema è che almeno dalla discesa in campo di Berlusconi nel 1994 la politica italiana si è trasformata da pensiero a spot, da ragionamento a slogan, da visione della società e del mondo a gestione estemporanea dei problemi.
In questo contesto non dovrebbe meravigliare che i limiti della cultura politica di Salvini non vadano oltre uno spot della Barilla.
E infatti il capo della Lega, che da qualche tempo e in virtù di chissà quali consigli della Bestia, vuole rivalutare l’Italia della lira (come del resto Pappalardo) in chiave anti-europea, secondo i desiderata del suo nuovo modello di riferimento Trump, ha rivalutato la bellezza dell’Italia più sicura, più fiduciosa e più sorridente.
E ha usato, appunto, lo sport della Barilla. Ossia della pasta.
Che poi l’Italia fosse più sorridente e fiduciosa è da vedere. Sono opinioni. Più sicura no: l’ex ministro dell’Interno ignora perfino le statistiche sui reati.
Nel 1987, l’anno dello spot, c’era ancora il terrorismo, la mafia controllava più di adesso vaste zone del paese e la corruzione era la norma.
Nostalgia?
Chi non lo ricorda? Altro che “Italietta”!
Era un’Italia più sicura, più fiduciosa, più sorridente.
Siamo il Paese più bello del mondo, possiamo tornare ad essere grandi.
Buonanotte Amici, vi voglio bene pic.twitter.com/gAfei277h5— Matteo Salvini (@matteosalvinimi) June 10, 2020