I 100 anni di Pietro Ingrao
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I 100 anni di Pietro Ingrao

Lo storico esponente del Pci ed ex presidente della Camera è nato il 30 marzo 1915. Tanti auguri

I 100 anni di Pietro Ingrao
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29 Marzo 2015 - 11.21


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di Cesare Gigli

Lenola è un piccolo paese, stretto tra il mar Tirreno ed i monti Aurunci, che non ha mai lasciato tracce di se, come del resto innumerevoli altri piccoli comuni, nella Storia quella con la S maiuscola. Si, e medaglia d’oro al merito civile, per aver fatto parte della linea Caesar, quella immediatamente dietro la Gustav, ed essere stata oggetto, come i vicini comuni delle province di Latina e Frosinone di feroci bombardamenti, e per aver subito l’invasione dell’orda marocchina alla “liberazione”. Quel fenomeno orrendo raccontato così bene ne “La Ciociara” di De Sica. Ma tremila abitanti aveva all’atto dell’unità d’Italia, e tremila ne ha adesso dopo essere passata dalla provincia di Caserta a quella di Frosinone a quella di Latina.

Ricordo quando alle elementari l’insegnante ci diede la “ricerca” sui comuni della provincia di Latina (sono 23, esattamente quanti eravamo in classe), tutti tifavamo per avere realtà quali Sezze o Aprilia o Gaeta o Terracina, dove si poteva trovare tanta roba, mentre Lenola era considerata “sfigata” (ed io pescai Spigno Saturnia, non mi andò meglio).
Gli Ingrao, a Lenola, ci arrivarono dalla Sicilia a metà del XIX secolo e il Garibaldino Francesco ne divenne Podestà. Fu qui che, il 30 marzo 1915, nacque suo nipote Pietro.

Affrontare una figura come Pietro Ingrao è difficile: difficile perché la sua lotta politica non può essere disgiunta dalla sua vita personale. Entrambe sono state piene di errori, ma vissute profondamente, con onestà intellettuale e, soprattutto, credendo a Babbo Natale.

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L’aneddoto da lui raccontato (il padre gli promise “ciò che avrebbe voluto” come premio ed alla suo richiesta della Luna, ed all’imbarazzato rifiuto del padre, lui si infuriò) dimostra proprio cosa il buon Pietro stesse cercando, con il suo comunismo: un qualcosa di irrealizzabile, probabilmente, ma che avrebbe, solo per il fatto stesso di lottare, migliorato la società. Per questo, come del resto Sandro Pertini cui somigliava molto di più di quanto non si possa pensare, era sempre stato più un uomo d’azione che di pensiero teorico. E per questo la sua azione si era svolta prevalentemente da direttore dell’Unità.

Fu macerato dai dubbi che qualsiasi comunista in buona fede ha avuto con i fatti del’56 e del ’68. Per la rivoluzione ungherese fu costretto a scrivere un editoriale tutto sballato dove si appoggiavano i carri armati sovietici contro la rivoluzione (quella si, veramente socialista) di Budapest. Del resto il corrispondente del suo giornale, Jacoviello, fu completamente d’accordo con Montanelli nel definire quella rivoluzione non borghese (come sarebbe piaciuto ai molti “libberipenzatori” dell’epoca, che leggevano tutta la storia solo in chiave anticomunista) ma socialista. Infatti furono studenti ed operai ad ispirarla, ed i pochi nobili rimasti scapparono proprio in quell’occasione, ben prima che, per dirla con il buon Indro, “I Sogni morissero all’alba”. Ma il “Migliore” decise così, ed il centralismo democratico imponeva l’allinearsi sulla linea decisa dal partito. Era macerato, Ingrao. Tanto da farsela a piedi fino a casa di Togliatti per confessargli i suoi dubbi e le sue angosce. “Io ci ho bevuto sopra un bicchiere in più di vino”, disse “Ercole Ercoli”, confermando così quel suo cinismo che forse ha fatto bene all’Italia, ma che di sicuro recluse il suo partito in una “diversità” non sempre positiva.
Era il periodo, si dirà. Vero, ma umanamente suscita molto più rispetto l’Ingrao insonne che il Togliatti che beve per dimenticare.

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Con i fatti di Praga, la seconda sua grande dilacerazione: dovette firmare lui stesso il decreto di espulsione dei suoi compagni del “manifesto”, tra cui i suoi grandi amici Lucio Magri e Rossana Rossanda, ma stavolta lo fece con il cuore meno pesante: anzitutto la presa di posizione del PCI fu decisamente più critica nei confronti dell’URSS, e secondo poi aveva fatto sua la lezione di ogni marxista che si rispetti, impartita per primo da Filippo Turati: “Preferisco avere torto nel mio partito che ragione fuori”. Figura mediatrice – lo si seppe sempre a mezza bocca, il PCI era una chiesa e come tutte le chiese i suoi misteri si consumavano solo all’interno di essa – tra il “rivoluzionarismo” di Pajetta ed il “Migliorismo” di Amendola e Napolitano, salutò con gioia l’avvento di Berlinguer, convinto di vedere in lui il leader che sarebbe riuscito a portare pienamente il PCI nel gioco democratico (ossia, legittimamente al governo) senza però fargli perdere la sua natura “diversa”. E la sua elezione a presidente della Camera dei Deputati – primo comunista ad avere un ruolo istituzionale così alto da Terracini e l’assemblea Costituente – sembrava confermare la fondatezza delle sue speranze. Ma l’assassinio di Moro e la morte di Berlinguer, in soli sei anni (sembravano tanti per chi li ha vissuti, lo so, ma alla fine sono passati solo 6 anni) distrussero tutto. Anche per questioni di età, si isolò sempre di più, ma riemerse, e non poteva essere altrimenti, quando il PCI decise, uccidendosi, di cambiare il nome.
Non vedeva, Ingrao, che cosa ci fosse di male a dirsi comunisti in Italia, e non vedeva quale fosse il fallimento del PCI (non del comunismo, del PCI) tale da giustificare un cambiamento così radicale. Con il senno di poi, forse aveva ragione.

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Provò a rimanere nel PDS, ma non ne seguì più le convulsioni. Si avvicinò timidamente a Rifondazione, ma non era casa sua neanche quella.
A Questo punto tornò alle origini. Si ritira a Lenola e vive la sua vecchiaia serenamente, con il poco che il suo mestiere gli ha lasciato (ed anche qui i paralleli con Pertini si possono notare).

L’ultima immagine che ho di lui è l’intervista lasciata a Veltroni per il Film su Berlinguer, dove lo si vede consumato dall’età, ma sempre lucidissimo.
Auguri, Pietro, per il tuo primo secolo di vita.

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