In morte di Pietro Ingrao
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In morte di Pietro Ingrao

Da militante del PCI a Presidente della Camera. Il ricordo di Pietro Ingrao attraverso le parole di Cesare Gigli

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28 Settembre 2015 - 11.08


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di Cesare Gigli

Ed alla fine, se ne è andato. In silenzio, come solo i veri signori fanno, quando si rendono conto che la scena non è più cosa loro. Pietro Ingrao questa cosa la sapeva di molti anni, ed aveva scelto di ritirarsi nel suo paese natale, Lenola. Il Paese quello con la maiuscola, che lui ha servito da militante del PCI e da Presidente della Camera, era ormai diventato qualcosa che non poteva essere più riconosciuto da lui, nato e cresciuto nella generazione degli ideali e non del pragmatico ed arido “buon senso”.

Si è spesso detto che la prima Repubblica è morta con Andreotti. Secondo me muore – definitivamente – oggi. E ne muore la parte migliore. Quella che ha costruito questo stato dalle macerie di venti anni di fascismo e di cinque di guerra credendo in un utopistico mondo migliore. E Pietro Ingrao ci ha creduto così tanto da ingoiare rospi molto grossi, quali la difesa dell’URSS nei fatti di Ungheria del ’56 e il ripudio dei suoi amici storici de “Il Manifesto”, come Magri e Rossanda.

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E’ osservandolo, morto silenziosamente e dignitosamente dopo 100 anni ottimamente spesi, che ci rendiamo conto di dove siamo andati a finire non solo e non tanto dal punto di vista politico (chi parla di ideali confondendo questi con le ideologie è in evidente confusione: chi ha ideali commette errori come tutti, ma come diceva Montanelli, sono errori che “sanno di bucato”), quanto dal punto di vista civico. Quel voler servire la causa anche in posizioni umili, quell’occupare posti di rilevo nelle istituzioni del Paese entrando in punta di piedi, per l’infinito rispetto che quel ruolo comporta, quel voler ragionare su tutto e litigare su nulla, quel voler “fare squadra” anche a costo di avallare gli errori di questa: è un mondo che è scomparso definitivamente. Ed è scomparso con lui. Andreotti poteva esserci in qualsiasi tipo di Regime, democratico, dittatoriale o (soprattutto) clericale. Pietro no. Pietro era uno dei migliori figli di quel tempo.

La sinistra politica italiana, quella scomparsa sotto i massicci colpi che per 25 anni gli hanno dato avversari e – soprattutto – amici, dovrebbe adesso trovare se non la forza, quantomeno la dignità di raccogliersi sotto questa enorme figura (e non sia il più classico del “nihil nisi bonum”: di fronte ai figuri dei talk show, Pietro Ingrao non è solo enorme, è addirittura leggendario) e di provare a proporre – una volta ancora – quell’utopistico tentativo di costruzione della società perfetta. Che in quanto utopistico sarà non realizzabile, ma che proprio per il fatto di provarci, migliorerà sicuramente la società. Senza perdersi in correnti e sottocorrenti che riescono benissimo solo a litigare tra di loro, e senza dover “rispondere” alla destra (tipico gioco perdente: se sei forte le tue idee le imponi senza dover ricorrere alla delegittimazioni altrui), ma lavorando dentro la politica e la società civile per portare le tue idee (le tue, non quelle di qualche lobby) se non a compimento, quantomeno ad essere discusse.

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Si lo so, sono utopista forse quanto Pietro Ingrao, che addirittura si illudeva di smuovere Togliatti dal suo cinismo, e magari dire che in questo momento mi sento politicamente ormai orfano di tutto non importa nulla a nessuno. Ma è un fatto che – ormai non solo dal punto di vista sostanziale, ma anche da quello formale, il PCI – questo “gabbiano ipotetico che credeva di essere felice solo se lo erano anche gli altri”, come lo chiamava Gaber, non esiste più. Come Jonathan Livingston, avrà successo in un’altra vita.

Da oggi la “sinistra storica” non è più quella di Depretis e Zanardelli. E’ quella – più nobile perché molto più sofferta – dei Pertini e degli Ingrao.

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