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Addio a Alfredo Reichlin, uno degli ultimi grandi dirigenti comunisti

Aveva 91 anni: fu direttore de l'Unità e spesso a fianco di Berlinguer nel Pci: il 14 marzo il suo ultimo articolo

Alfredo Reichlin accanto a Ettore Scola ai funerali di Pietro Ingrao
Alfredo Reichlin accanto a Ettore Scola ai funerali di Pietro Ingrao

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22 Marzo 2017 - 00.22


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Un pezzo della grande storia di Botteghe Oscure che se ne va: Alfredo Reichlin, che per decenni fu un importante e rispettato politico, dirigente, della sinistra italiana, giornalista e direttore de L’Unità è morto a Roma a 91 anni.

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Reichlin, che era nato a Barletta. Ma da ragazzo si trasferì a Roma dove partecipò alla Resistenza partigiana tra le Brigate Garibaldi. Ottenuta la maturità classica al Liceo “Torquato Tasso”, nel 1946 si iscrisse al Partito Comunista Italiano, di cui fu uno dei dirigenti più importanti per circa trent’anni. Allievo di Palmiro Togliatti, fu vicesegretario della Federazione Giovanile Comunista Italiana e nel 1955 entrò all’Unità, di cui dopo un anno diventò vice-direttore e ne diventò direttore a 33 anni, nel 1958. In quegli anni Reichlin faceva parte della corrente più ‘intransigente’ del Pci, che faceva riferimento a Pietro Ingrao; successivamente fece parte spesso della maggioranza del partito e collaborò a lungo con Enrico Berlinguer. Durante la sua carriera politica Reichlin si occupò moltissimo del sud d’Italia, fu segretario del Pci in Puglia e deputato per il Pci dal 1978; entrò poi nel PdS, nei Ds e infine nel Pd, presiedendone la commissione per la stesura del ‘Manifesto dei Valori’ durante il processo di fondazione del partito.
Sposato con Luciana Castellina, politica comunista e poi fondatrice del Manifesto, aveva due figli: Lucrezia e Pietro Reichlin, oggi entrambi importanti economisti. Dal 1982 era sposato con Roberta Carlotto. In tutti questi anni aveva continuato con regolarità a scrivere su l’Unità e intervenire nel dibattito politico della sinistra italiana.

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Solo pochi giorni orsono, il 14 marzo, aveva scritto l’ultimo articolo su l’Unità, che è un vero e proprio testamento politico.
Sono afflitto da mesi da una malattia che mi rende faticoso perfino scrivere queste righe. Mi sento di dover dire che è necessario un vero e proprio cambio di passo per la sinistra e per l’intero campo democratico. Se non lo faremo non saremo credibili nell’indicare una strada nuova al paese.
Non ci sono più rendite di posizione da sfruttare in una politica così screditata la quale si rivela impotente quando deve affrontare non i giochi di potere ma la cruda realtà delle ingiustizie sociali, quando deve garantire diritti, quando deve vigilare sul mercato affinché non prevalga la legge del più forte. Stiamo spazzando via una intera generazione.
Sono quindi arrivato alla conclusione che è arrivato il momento di ripensare gli equilibri fondamentali del paese, la sua architettura dopo l’unità, quando l’Italia non era una nazione. Fare in sostanza ciò che bene o male fece la destra storica e fece l’antifascismo con le grandi riforme come quella agraria o lo statuto dei lavoratori. Dedicammo metà della nostra vita al Mezzogiorno. Non bastarono le cosiddette riforme economiche. È l’Italia nel mondo con tutta la sua civiltà che va ripensata.

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