Paola Taverna è il nuovo capogruppo del M5s a Palazzo Madama. Una nomina, la sua, in parte inattesa, visto che i 5 Stelle di Camera e Senato pensavano che lo stornello in romanesco anti-dissidenti, pubblicata sul blog di Grillo e rimbalzata sui social network, finisse per ostacolarne la corsa.
Anche Barbara Lezzi, in realtà, è considerata una “pasdaran”, ma niente rispetto a Taverna, “più grillina di Grillo” a detta degli stessi militanti. I numeri emersi dall’assemblea dei senatori stellati – senza streaming “ma solo per problemi tecnici”, assicurano dallo staff – la dicono lunga però sulle frizioni interne al Movimento.
Venti voti per Taverna, 13 per Lezzi ma altrettante schede bianche più una nulla. Mai come in questo momento i senatori dissidenti sono in ebollizione. Il governo è a rischio e la frattura tra “falchi” e “colombe” è destinata ad allargarsi. “O più semplicemente a esplodere una volta per tutte – ha sintetizzato un deputato dialogante – perché stavolta se ripetiamo gli stessi errori di marzo e aprile siamo perduti. Convicere i talebani però è praticamente impossibile: chi nasce rotondo non può morir quadrato. E loro sono in maggioranza”.
I “duri e puri”, fedelissimi alla linea Grillo-Casaleggio, non a caso si dicono certi di voler tornare alle urne. Ipotizzano governi di scopo ma volgono lo sguardo dall’altra parte. “Secondo me – ha assicurato un grillino intrangisente – Letta entro 48 ore rassegna le dimissioni e si opterà per un governo di scopo guidato da una grande personalità, ad esempio Draghi. E noi? Col piffero che gli diamo la fiducia. Vogliono evitare le elezioni perché temono che col Porcellum vinciamo noi, vedrete che stavolta avremo la maggioranza piena, facciamo il botto”.
Ma la tensione, al di là delle apparenze, è palpabile anche tra i cosiddetti talebani che inneggiano al ritorno alle urne. Probabilmente la settimana prossima si terrà una congiunta per decidere la linea da tenere: “stavolta non possiamo farci cogliere impreparati, non dobbiamo sbagliare una sola mossa”.