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Ischia, il climatologo accusa: "Colpa della negligenza umana, si è costruito dove non si doveva"

Il climatologo Massimiliano Fazzini punta l'indice contro i cambiamenti climatici e i continui stupri del territorio fatti dagli uomini

Ischia, il climatologo accusa: "Colpa della negligenza umana, si è costruito dove non si doveva"
Frana a Ischia

globalist Modifica articolo

26 Novembre 2022 - 15.03


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Ischia una tragedia. Ma come tante tragedie che purtroppo si ripetono. Cambiamenti climatici a lungo negatie poi non contrastati, territori stuprati e saccheggiati, cementificazione, manutenzione scarsa o assente. Di chi è la colpa?

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«I tempi della prevenzione sono finiti». E ad Ischia la complessità della situazione «va vista su tre binari paralleli che finiscono poi per convergere: le precipitazioni molto intense, si parla di 150 mm in 6 ore, di cui 55 mm di pioggia caduta in una sola ora (tra le 4 e le 5 del mattino); le caratteristiche dell’isola per cui vi sono depositi vulcanici piuttosto incoerenti che si fluidificano in maniera rapida sul Monte Epomeo, di conseguenza è chiaro che ad ogni evento estremo si verifica la tendenza di un dissesto gravitativo degli elementi che ricoprono gli strati più antichi depositati dal vulcano stesso; c’è poi la negligenza umana a fronte di una isola estremamente antropizzata».

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A spiegarlo il climatologo Massimiliano Fazzini, referente del team rischio climatico della Società italiana di geologia ambientale (Sigea), in merito alla frana per maltempo a Casamicciola.

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«Ad Ischia – specifica Fazzini – si è costruito troppo, in aree dove non si doveva farlo. Queste sono zone più volte interessate negli ultimi cento anni da colate di detriti e fango, nonostante l’evidenza di pericolosità ambientale si è continuato a fabbricare su aree a rischio rendendole così particolamente vulnerabili. E oggi ne abbiamo avuto l’esempio lampante».

«È da luglio che parliamo di combinazioni drammatiche- sottolinea il climatologo -, è arrivato il momento di prendere coscienza che l’ambiente fisico non è più resiliente. I tempi della prevenzione purtroppo sono finiti, ce li siamo giocati negli ultimi vent’anni, è dal 2000 che lanciamo allarmi per il cambiamento climatico soprattutto in territori devastati dall’antropizzazione. Ora direi che è il momento dell’adattamento sotto il coordinamento delle istituzioni. A fronte di un rischio (alluvione, frana, etc..) bisogna mettersi al sicuro seguendo i decaloghi contenuti nei piani di Protezione civile, fare piani di adattamento alla scala di bacino, alla scala di comune, ovvero tutto ciò che possa unire le forze per mitigare il rischio specifico derivante dalla crisi climatica».

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