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Colpo di scena al processo Regeni: la corte d'Assise rimanda gli atti al gup

I 4 agenti della National Security imputati sono assenti. Senza risposta 39 rogatorie su 64.. La decisione è proprio legata all'assenza in aula degli imputati, nodo affrontato nella prima udienza.

Processo per l'assassinio di Giulio Regeni

globalist

14 Ottobre 2021


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Gli atti del processo agli 007 egiziani accusati di avere sequestrato e ucciso Giulio Regeni devono tornare al Gup . Lo ha deciso la III corte d’Assise di Roma. La decisione è legata all’assenza in aula degli imputati, nodo affrontato nella prima udienza.

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La delusione dei genitori

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‘Riteniamo importante che il governo italiano abbia deciso di costituirsi parte civile. Prendiamo atto con amarezza della decisione della Corte che premia la prepotenza egiziana. È una battuta di arresto, ma non ci arrendiamo. Pretendiamo dalla nostra giustizia che chi ha torturato e ucciso Giulio non resti impunito”. 

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Lo ha detto l’avvocato Alessandra Ballerini, legale della famiglia Regeni al termine dell’udienza nell’aula bunker di Rebibbia.

Insieme al legale erano presenti i genitori di Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni e la sorella Irene.

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”Chiedo a tutti voi di rendere noti i nomi dei 4 imputati e ribaditelo, così che non possano dire che non sapevano” ha aggiunto.

Il processo

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Il processo nei confronti dei quattro 007 egiziani accusati del sequestro, delle torture e dell’omicidio del ricercatore italiano, Giulio Regeni, si è aperto questa mattina, nell’aula bunker di Rebibbia davanti alla Terza Corte d’Assise.

“Il generale Sabir Tariq, i colonnelli Usham Helmi, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif o non sanno che c’è il processo a loro carico qui in Italia oppure sperano che il processo si blocchi e vogliono dunque sottrarsi in questo modo. Queste sono le due opzioni: o non sanno, sono inconsapevoli o sono dei ‘finti inconsapevoli’. La questione dell’assenza degli imputati è già stata affrontata dal giudice dell’indagine preliminare che ha ritenuto come l’assenza non dovesse bloccare il processo. Siete chiamati a decidere su questo”. Lo dice nell’aula bunker di Rebibbia il procuratore aggiunto di Roma Sergio Colaiocco nel corso della prima udienza per l’omicidio di Giulio Regeni, ucciso a Il Cairo, in Egitto, nel 2016. “L’imputato – ha ricordato Colaiocco – ha diritto ad avere tutte le notifiche del processo ma anche il dovere di eleggere il proprio domicilio. L’Egitto su questo punto non ha mai risposto alla rogatoria italiana. In generale su 64 rogatorie inoltrate 39 non hanno avuto risposta”. Secondo Colaiocco “ci sono almeno 13 elementi che dal 2016 a oggi, se messi insieme, fanno emergere che gli agenti si sono volontariamente sottratti al processo”. ”È in atti anche un corposo dossier che raccoglie articoli di stampa, online, televisivi che hanno dato notizia del procedimento sulla morte di Giulio Regeni. Notizia che ha avuto eco in tutto il mondo” ha affermato il procuratore aggiunto. Colaiocco ha anche aggiunto che il colonnello Usham Helmi, “era nel team degli investigatori egiziani che avrebbero dovuto indagare sulla morte di Regeni”. “Era entrato in quel team per condizionare le indagini. Lui farà una serie di perquisizioni a casa della vittima” ha osservato.

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Dopo cinque anni e otto mesi si è aperto questa mattina, nell’aula bunker di Rebibbia, davanti alla Terza Corte d’Assise, il processo nei confronti dei quattro 007 egiziani accusati del sequestro, delle torture e dell’omicidio di Giulio Regeni. Lo studente è stato rapito al Cairo il 25 gennaio 2016 e trovato morto il 3 febbraio successivo.

I quattro agenti della National Security assenti in aula, individuati grazie alle indagini della Procura di Roma, sono il generale Sabir Tariq, i colonnelli Usham Helmi, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif imputati per il reato di sequestro di persona pluriaggravato. Nei confronti di quest’ultimo i pm contestano anche il concorso in lesioni personali aggravate e il concorso in omicidio aggravato. La procura di Roma per loro aveva chiesto il rinvio a giudizio. 

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Il processo si è aperto con il procuratore aggiunto che ha subito accusato gli imputati di volersi sottrarre all’udienza. Le autorità egiziane, infatti, per evitare che i quattro fossero giudicati, non hanno comunicato gli indirizzi degli imputati per la notifica degli atti, necessaria al proseguimento del processo. Questo è un problema: secondo l’ordinamento italiano, infatti, non è possibile giudicare un imputato che non sia a conoscenza delle sue accuse. Il problema, a dire il vero, era già stato superato nell’udienza preliminare dal giudice che ha rinviato a giudizio i quattro imputati, considerando che l’eco mediatica di questi anni valesse come notifica. “La copertura mediatica capillare e straordinaria – aveva scritto il gup Pierluigi Balestrieri – fa assurgere la notizia della pendenza del processo a fatto notorio”. 

Tra i punti esposti dal pubblico ministero Sergio Colaiocco anche la falsa deposizione di un testimone che racconta di aver visto, il 24 febbraio 2016, Regeni discutere con un uomo vicino all’ambasciata italiana. Versione sconfessata da indagini italiane quando “i Carabinieri – ha spiegato il pm – hanno dimostrato che a quell’ora Regeni aveva il telefono collegato al Wi-Fi di casa. Un mese dopo lo stesso testimone confessa di aver detto il falso su richiesta di un agente della National Security, per salvare l’immagine dell’Egitto facendo cadere colpa su stranieri”. 

In aula sono presenti i genitori di Giulio Paola Deffendi e Claudio Regeni, la sorella Irene, accompagnati dal loro legale l’avvocato Alessandra Ballerini, parte civile nel procedimento. Anche la presidenza del Consiglio dei ministri ha deciso ieri di costituirsi parte civile nel processo e l’avvocato dello Stato ha depositato l’istanza. Il legale della famiglia ha sottolineato di volere un “processo regolare” e di essere in aula per “proteggere la verità”. Il legale ha anche elencato una serie di depistaggi compiuti, secondo lei, dall’Egitto verso le indagini. “Noi dopo 5 anni di faticosa battaglia vogliamo un processo regolare. Non a tutti i costi un processo, ma un processo che sia regolare” ha affermato Ballerini. Il legale ha parlato in particolare in riferimento al ‘nodo’ della assenza dei quattro 007 imputati. “Siamo qui per proteggere la verità. Abbiamo subito depistaggi continui e che iniziano subito – ha continuato l’avvocato – il corpo di Giulio nudo per far pensare a un delitto di natura sessuale. Il secondo depistaggio è l’incidente stradale. Poi indicare Giulio come sospetto, dire che era una spia. Le sue amicizie, frequentazioni e idee politiche per far ricadere la colpa sulla vittima”. L’ultimo depistaggio, secondo l’avvocato, ”è un film andato in onda sui social egiziani di chiara matrice governativa e i genitori di Giulio hanno depositato una querela alla procura di Roma per questo. Altro depistaggio clamoroso: la falsa testimonianza andata in onda in una trasmissione egiziana. Si eè parlato anche del più sanguinario dei depistaggi, quello che ha visto uccidere 5 persone sicuramente innocenti per le torture e la morte di Giulio”. Ballerini ha ricordato che a Giulio furono “fratturati 5 denti e 11 ossa. Incise lettere sul corpo. La madre lo riconoscerà dalla punta del naso”. “Tutto ciò è avvenuto in un luogo di tortura della National Security. Giulio muore non per le torture ma per torsione del collo, perche’ doveva morire” ha specificato il legale. 

La Procura di Roma ha chiesto di interrogare tutti i testimoni che hanno raccontato di aver visto lo studente nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte. Tra questi anche il leader del sindacato indipendente dei venditori di strada, Mohamed Abdallah, accusato di aver denunciato il ricercatore alle autorità. Poi alcune persone che hanno raccontato di averlo visto dopo la sua scomparsa, la cui identità è stata mantenuta segreta finora. Secondo un’informativa presente negli atti dell’inchiesta di Roma Abdallah, accompagnato dal colonnello Kamal, ufficiale della polizia investigativa, avrebbe incontrato nella sede del servizio segreto civile egiziano il colonnello Helmy e il maggiore Sharif. Da quel momento i servizi di sicurezza avrebbero cominciato a tenere sotto controllo Regeni, che la sera del 25 gennaio del 2016 è scomparso nel tragitto da casa sua al posto in cui era stata organizzata una festa con amici. 

L’avvocato Ballerini ha chiesto invece di sentire il presidente Al Sisi e suo figlio, Mahmood, l’allora ministro degli interni Ghaffar e tutti i presidenti del consiglio italiani che si sono alternati in questi cinque anni (Renzi, Gentiloni, Conte, Draghi), i ministri degli Esteri, i sottosegretari con delega ai Servizi, i vertici della nostra intelligence.

Il processo è molto importante per i rapporti diplomatici tra Italia ed Egitto. A più di cinque anni e mezzo dai fatti, la Giustizia italiana sta cercando di accertare le responsabilità delle autorità egiziane, che si sono rifiutate di collaborare con l’Italia nel processo e che secondo la procura di Roma sono state responsabili di una lunga sequenza di tentativi di depistaggio. L’Egitto nel 2020 ha fatto sapere che avrebbe processato per furto, e non per omicidio, una presunta banda di truffatori che aggrediva cittadini stranieri, fingendo di appartenere alla polizia egiziana con documenti contraffatti. La Procura di Roma ha giudicato questa ricostruzione “priva di ogni attendibilità”.

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