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Spaventano i dati dal mondo del lavoro: il 23% dei dipendenti teme di perdere il posto

Da un primo report di #fragilitalia si cela l'incertezza sulle modalità della ripresa economica: il 18% dei titolari teme che l'azienda in cui lavora chiuderà

Azienda italiana
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globalist

9 Marzo 2021 - 10.26


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Una paura sempre più presente per il futuro e l’incertezza di non poter più lavorare. Dai risultati del primo report di #fragilitalia, l’osservatorio di areastudi Legacoop nato dalla collaborazione con Ipsos e centro studi di Unioncamere Emilia-Romagna, emerge come il 23% del campione del sondaggio ritiene probabile di perdere il posto di lavoro e il 18% che l’azienda in cui lavora sia costretta a chiudere.

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Rispetto al dato medio di chi teme di perdere il lavoro, le categorie che più avvertono questo rischio sono il ceto popolare (46%), gli under 30 (31%), le donne (27%). 

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Parallelamente, a fronte del 18% che complessivamente lega questa probabilità alla chiusura della propria azienda, il ceto popolare registra un 43% e le regioni del sud e insulari il 23%.

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La situazione di incertezza sui tempi e sulle modalità della ripresa economica, legata al persistere dell’emergenza sanitaria, trova quindi conferma nelle preoccupazioni dei lavoratori dipendenti circa la possibilità di conservare il proprio posto di lavoro, la difficoltà di ritrovare una nuova occupazione in tempi ragionevoli e che mantenga invariate qualifica e retribuzione.

In caso di perdita del posto di lavoro o di chiusura dell’azienda, l′80% (89% di chi vive nel nord ovest, 88% nel nord est e nella fascia di età 31-50 anni) cercherebbe nuovamente lavoro come dipendente (il 47% nello stesso settore, il 32% in un settore diverso), mentre il 12% sarebbe propenso ad avviare un’attività imprenditoriale (17% per il ceto popolare, 16% nel centro nord) e il 9% si ritirerebbe.

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Ma quali sono le principali preoccupazioni nella ricerca di un nuovo mestiere? Per il 55% questa risiede nell’età avanzata.

Segue Il doversi accontentare di un contratto a termine o precario (44%), dover accettare uno stipendio più basso (39%), la contrazione del mercato del lavoro (34%), dover accettare un demansionamento (23%).

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Caute le aspettative circa la possibilità di ritrovare un’occupazione che consenta di mantenere invariate qualifica e retribuzione. Il 61% ritiene probabile trovare un nuovo lavoro con una qualifica e uno stipendio più bassi (il 66% nel nord ovest e il 65% nel ceto medio basso), il 54% con livelli invariati (70% tra gli under 30, 60% al centro nord).

È Invece del 26% la percentuale di coloro che pensano di trovare un posto con livelli di qualifica e di stipendio più alti (40% per gli under 30).

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Parte del focus è stato anche incentrato sulle persone in cerca di lavoro, con il risultato che Il 57% ha perso l’occupazione dallo scoppio della pandemia (per il 39% lavoratori dipendenti, per il 18% lavoratori autonomi), mentre il 39% era inoccupato già prima del Covid.

Lunghi i tempi necessari a trovare un nuovo lavoro: tra gli 8 e i 9 mesi in media. In dettaglio, il 44% sta cercando lavoro da più di un anno (72% per gli over 50, 55% per la fascia di età 31-50), il 29% da 3 mesi ad 1 anno (56% nel centro nord, 42% per gli under 30), il 26% da meno di 1 mese a 3 mesi (45% per gli under 30, 40% al nord est).

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In prospettiva, il 53% ritiene probabile trovare un lavoro entro la fine del 2021, il 30% entro 6 mesi, l′11% entro 3 mesi, il 3% entro 1 mese.

Alla luce di questi dati, il presidente di Legacoop nazionale, Mario Lusetti, ha commentato come “le cooperative italiane sono radicate nel territorio e, come molte piccole e medie imprese che costituiscono il nostro tessuto produttivo, vivono in simbiosi con le comunità che le circondano Durante questo anno di emergenza dove e quando possibile hanno continuato a operare in particolare nei settori essenziali per fornire assistenza e sanità, consumi e servizi ai cittadini. Abbiamo quindi avvertito con preoccupazione il crescere di una questione sociale connessa alle conseguenze economiche della crisi. Il progetto fragilitalia deriva proprio dalla volontà di tenere sotto osservazione la preoccupante faglia che si sta allargando fra le ormai tradizionali fratture che segnano l’Italia. La questione lavoro, in questo senso, è certamente la prima preoccupazione: donne, giovani, aree periferiche reali o metaforiche, profili meno garantiti o meno istruiti, su di loro è già ricaduto il colpo più pesante della crisi. Occorre provvedere perchè la parte più fragile del nostro paese non diventi sempre più fragile; e, anzi, sia aiutata a rialzarsi per contribuire alla ripresa”. 

Il quadro è completato da un’analisi della variazione degli occupati in italia, in relazione alla classificazione delle aree interne e della densità abitativa, nel periodo che intercorre tra gennaio e settembre 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019, frutto di una elaborazione effettuata su dati Istat, Infocamere e Inps.

A partire dal dato medio totale di una contrazione degli occupati pari al -2,0%, l’analisi evidenzia, in relazione alle aree interne, come le aree periferiche e ultraperiferiche registrino un calo maggiore (-3,6%), mentre le aree di polo e cintura e le aree intermedie si collocano sotto al dato medio, registrando cali, rispettivamente, dell′1,9% e dell′1,7%. Rispetto alla densità abitativa, le aree scarsamente popolate registrano una contrazione dell’occupazione del 3,0%, a fronte di un -1,9% delle aree densamente popolate e di un -1,6% di quelle a densità intermedia.

 

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