8 luglio 1960, Palermo: quando la polizia sparò e uccise tre manifestanti antifascisti
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8 luglio 1960, Palermo: quando la polizia sparò e uccise tre manifestanti antifascisti

Durante le manifestazioni contro l'allora Governo Tambroni, la polizia uccise Francesco Vella, 42 anni, Andrea Gangitano, 19 anni e Giuseppe Malleo, 15 anni.

8 luglio 1960
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9 Luglio 2020 - 16.55


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di Natalia Samonà 
L’8 luglio del 1960 la città di Palermo aderisce allo sciopero generale indetto dalla Cgil, per i gravissimi “fatti di Reggio Emilia” accaduti il giorno precedente.

Durante la manifestazione si verificano scontri accesi con la polizia, che spara sui manifestanti, uccidendone tre: Francesco Vella, operaio edile e dirigente sindacale della Fillea di 42 anni, Andrea Gangitano, operaio edile e militante comunista di 19 anni, e Giuseppe Malleo di 15 anni. Alle vittime cadute in strada si aggiunge una donna, Rosa La Barbera, 53 anni, colpita da un proiettile vagante, mentre si accinge a chiudere la finestra della propria casa su via Maqueda, vicina al cuore dello scontro, che avviene tra piazza Verdi e piazza Politeama.

Per comprendere meglio la protesta occorre delineare il quadro storico-nazionale, entro cui questa si colloca. Essa fa parte di una serie di contestazioni e di imponenti manifestazioni che si svolgono in varie città italiane, nei mesi di giugno e luglio del 1960, contro il governo Tambroni, formatosi qualche mese prima.

Sono, in particolare, proteste volte a ribadire i valori antifascisti e a contestare: la maggioranza che sorregge il governo, la presenza sconcertante in essa del Movimento sociale italiano, il modo in cui è gestito l’ordine pubblico. Si concluderanno con un bilancio complessivo di dodici morti: uno a Licata (Agrigento) il 5 luglio, cinque a Reggio Emilia il 7 luglio, uno a Roma (in questo caso un poliziotto) il 6 luglio, quattro a Palermo e uno a Catania, l’8 luglio.

Il governo Tambroni, monocolore della Democrazia cristiana, aveva ottenuto la fiducia con i voti del MSI, partito che non nascondeva la continuità ideologica con il regime fascista e che fino a quel momento era stato escluso da ogni partecipazione al governo nazionale. Nato il 27 marzo di quell’anno, per incarico del presidente della Repubblica Gronchi, il governo resta in carica fino alla fine di luglio, quando decade grazie, certamente, a quell’ondata di proteste.

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Per giustificare i voti missini si era sostenuto che essi non avessero una rilevanza politica e che si trattasse soltanto di un passaggio amministrativo, di una fase momentanea, in un momento storico in cui era finita la stagione del centrismo democristiano ed era difficile l’apertura a sinistra sostenuta da Fanfani. Tuttavia è percepibile subito la tensione che essi creano, tant’è vero che una circolare inviata dal ministro dell’interno Spataro, pochi giorni dopo la formazione del governo, invita questori e prefetti a prendere “ogni adeguata misura per tutelare l’ordine e il rispetto delle regole”, ossia, tra le righe, a soffocare qualsiasi tipo di sollevazione antigovernativa.

Inoltre, proprio grazie a quei voti, i dirigenti del partito neofascista si ingagliardiscono e – con chiaro intento provocatorio – scelgono di tenere il proprio congresso nazionale a Genova, città che aveva ottenuto la medaglia d’oro per la sua partecipazione alla Resistenza, e programmano anche un intervento da parte di Carlo Emanuele Basile. Questi era stato responsabile della morte e della deportazione di molti operai e antifascisti genovesi, nel ruolo di ultimo prefetto di Genova durante la repubblica di Salò.

La città insorge il 30 giugno: i manifestanti sono decine di migliaia e il congresso viene annullato. Lo stesso Pertini aveva invitato a manifestare in nome dei caduti della Resistenza, “morti per la libertà e per l’Italia”.

La protesta antifascista dilaga nei giorni successivi in altre città delle diverse regioni e Tambroni, intenzionato a riaffermare la propria autorità dopo la manifestazione a Genova, decide di mostrare il pugno di ferro dando l’ordine alla polizia di “sparare in situazioni d’emergenza” , ordine che provocherà la triste sequela di morti. Ma queste proteste si caricano anche di un dato molto significativo: la forte presenza dei giovani. Si tratta di una generazione nuova, che non ha conosciuto direttamente la Resistenza e che pure fa propri gli ideali antifascisti e, sotto l’egida di questi, manifesta massicciamente in tutte le città in cui scoppiano le proteste. Sono i cosiddetti giovani “delle magliette a strisce” e dei blue jeans, secondo la moda del momento, che rappresentano un nuovo antifascismo generazionale. Su di loro si concentrano alcuni editoriali di quei giorni: Giovane la loro presenza era il titolo de “L’Espresso”, mentre sulla rivista “ABC” Carlo Levi scriveva di una “nuova resistenza”:

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Chi sono coloro che hanno in questi giorni cambiato, inattesi, le vicende della storia d’Italia? Messo in moto una realtà che sembrava stagnante, corrotta, senza uscita né speranze?

Anche nelle proteste siciliane i giovani sono numerosi, lo dimostra tragicamente l’età di quasi tutte le vittime in ognuna delle tre città in cui hanno luogo gli scontri: oltre ai già citati due giovanissimi, tra le quattro vittime di Palermo, a Licata era morto (è il primo caduto di quel luglio) Vincenzo Napoli di 24 anni, colpito da una raffica di mitra mentre tentava di difendere un ragazzino da un pestaggio; a Catania, invece, Salvatore Novembre di 19 anni viene barbaramente manganellato e poi finito con un colpo di pistola, mentre giace esanime a terra.

Le proteste siciliane assumono un carattere peculiare perché, accanto alla connotazione strettamente politica, ne presentano una economico-sociale, caricandosi del disagio locale. A Licata si grida “vogliamo il pane”. A Palermo i ragazzi dei “quartieri” che scendono in piazza non sono soltanto operai, ma anche disoccupati. Nel capoluogo manifestano dunque, insieme, i lavoratori e il proletariato che vive di espedienti e versa in condizioni di miseria. Tuttavia è sbagliato ridurre lo sciopero a questa seconda connotazione, fraintendendo così le proteste siciliane come apolitiche e di conseguenza in un certo senso screditandole. Al contrario, bisogna sottolineare la qualità politica che scaturì dal disagio economico più profondo.

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Il processo che seguì i fatti dell’8 luglio a Palermo non portò alcuna giustizia: nell’ottobre dello stesso anno, si svolse in pochi giorni e non condannò e non punì in alcun modo la violenza perpetrata a danno dei manifestanti; furono tutti condannati, invece, con pene che raggiunsero i sei anni di reclusione, i cinquantatre dimostranti imputati di “radunata sediziosa” e danni a beni pubblici – per la costruzione di barricate di difesa dai caroselli della polizia, erano state distrutte panchine, strade e aiuole.

Carlo Levi prima che fosse emessa la sentenza, aveva scritto per il quotidiano palermitano “L’Ora” che gli imputati non potevano essere condannati. In primo luogo, per le colpe che aveva lo Stato nei loro confronti, viste le condizioni di miseria in cui versavano, ma soprattutto perché essi, manifestando, avevano difeso proprio lo Stato e la libertà democratica in virtù della quale esso era nato. Insomma il bene comune più importante di tutti: “la comune libertà”. Augurandosi l’assoluzione, lo scrittore concludeva con queste parole:

Tutti gli italiani sono grati a questi picciotti, che ora stanno nella gabbia, e agli altri che erano con loro nelle piazze, perché grazie ad essi godono ancora di istituti liberi […] La Sicilia non è nuova a questa alta coscienza della libertà; e i suoi giudici sapranno portare il loro contributo, insieme a questi sconosciuti e disinteressati combattenti che essi sono oggi, paradossalmente, chiamati a giudicare, allo sforzo comune per rendere reale la democrazia.

L’assoluzione però non arrivò.

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