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Dimissioni di Feltri, il pianto greco di Sallusti: "L'Ordine voleva imbavagliarlo"

Il direttore de Il Giornale: "Puoi fare il giornalista solo se ti adegui al pensiero dominante, al politicamente corretto"

Vittorio Feltri e Alessandro Sallusti
Vittorio Feltri e Alessandro Sallusti

globalist

26 Giugno 2020 - 07.55


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Facendo una rapida carrellata dei titoli offensivi scelti da Vittorio Feltri per il suo giornale Libero, è difficile scegliere quale sia il più disgustoso, se quel ‘patata bollente’ riferito a Virginia Raggi, oppure quel surreale ‘Calano fatturato e Pil ma aumentano i gay’. Senza contare le volte in cui Feltri è stato offensivo a parole, come quando ha detto che Milano è ‘un vivaio di finocchi’. Vittorio Feltri è imbarazzante per la categoria giornalistica, eppure Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale, è convinto che fosse suo diritto approfittare della sua posizione di giornalista per offendere e umiliare il prossimo. 
“Dovete sapere che per esercitare la professione di giornalista bisogna essere iscritti all’Ordine – inventato dal fascismo per controllare l’informazione – e sottostare alle sue regole deontologiche, che oggi vengono applicate con libero arbitrio da colleghi che si ergono a giudici del pensiero altrui in barba all’articolo 21 della Costituzione, che garantisce a qualsiasi cittadino la libertà di espressione in ogni forma e con ogni mezzo”, sostiene Sallusti. Per poi aggiungere: “In pratica puoi fare il giornalista solo se ti adegui al pensiero dominante, al politicamente corretto. Chi sgarra finisce nelle grinfie del soviet che, soprattutto se non ti penti pubblicamente, ti condanna alla morte professionale. A quel punto sei fritto: nessun giornale può più pubblicare i tuoi scritti e se un direttore dovesse ospitarti da iscritto sospeso o radiato farebbe automaticamente la stessa fine”.
E infine: “Se invece ti dimetti dall’Ordine, è vero che non puoi più esercitare la professione – e quindi neppure dirigere -, ma uscendo dal controllo politico puoi scrivere ovunque, senza compenso, come qualsiasi comune cittadino. In sostanza. Per potere continuare a scrivere, Vittorio Feltri – immaginando di essere di qui a poco ghigliottinato, penso io – ha dovuto rinunciare al suo mestiere”.
Una manipolazione della realtà difficile da credere, che parte da un assunto tipico del pensiero di destra: che libertà di parola significa libertà di dire ciò che si vuole, non importa quanto offensivo e lesivo della dignità altrui sia. Si dovrebbe imparare da piccoli che le libertà non sono assolute, ma terminano quando iniziano quelle degli altri. Individui come Feltri e Sallusti sono evidentemente convinti invece che libertà significhi insulto libero. Che Virginia Raggi, definita sulle pagine di Libero ‘patata bollente’, doveva stare zitta e buona perché Feltri stava esercitando la sua libertà di essere sessista.

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