Omicidio Borsellino, i giudici: "il più grave depistaggio della storia italiana"

Clamorose le motivazioni del processo sulla strage di via D'Amelio che ha condannato all'ergastolo i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino e a dieci anni Francesco Andriotta e Calogero Pulci

Il fratello di Borsellino con il simbolo delle agende rosse scomparse

Il fratello di Borsellino con il simbolo delle agende rosse scomparse

globalist 1 luglio 2018

I giudici di Caltanissetta, nelle motivazioni della sentenza del processo Borsellino quater, hanno definito la vicenda come ‘uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana’. Secondo i giudici furono infatti ‘soggetti inseriti nell’apparato dello Stato’ a indurre Vincenzo Scarantino a mentire sulla strage di Via d’Amelio, dove morì il magistrato. 


Il processo ha visto condannati all’ergastolo i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino, mentre a dieci anni per calunnia Francesco Andriotta e Calogero Pulci. Scarantino, anche lui accusato di calunnia, è uscito per la prescrizione di reato, scattata per il riconoscimento dell’attenuante per chi commette un reato indotto da altri. 


“Gli investigatori esercitarono in modo distorto i loro poteri” secondo i giudici, in riferimento soprattutto ad Arnaldo La Barbera, funzionario di polizia che coordinò all’epoca le indagini e che ebbe un ruolo fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia che portarono all’ergastolo di sette innocenti, poi scarcerati nel processo di revisione. 


Per i giudici, La Barbera è anche il diretto responsabile della sparizione della famosa agenda rossa di Borsellino, che conteneva una serie di appunti fondamentali per la ricostruzione dell’attività da lui svolta nell’ultimo periodo della sua vita, quando si occupò delle indagini sulla strage di Capaci, in cui morì Giovanni Falcone. 


Per i giudici, uno dei moventi del depistaggio potrebbe essere ‘l’occultamento della responsabilità per la strage di via d'Amelio, nel quadro della convergenza tra Cosa Nostra e i centri del potere’. 


Per comprendere le finalità, infatti, "non si può prescindere dalla considerazione delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonino Giuffrè, che ha riferito che prima di passare all'attuazione della strategia stragista erano stati effettuati 'sondaggi' con 'persone importanti' appartenenti al mondo economico e politico". "Giuffrè - spiegano i giudici - ha precisato che questi 'sondaggi' si fondavano sulla 'pericolosità' di determinati soggetti non solo per l'organizzazione mafiosa ma anche per i suoi legami con ambienti imprenditoriali e politici interessati a convivere e a 'fare affari' con essa".