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La via crucis di un prof gay nella scuola dell'indifferenza

Succede in Puglia. Un insegnante picchiato, minacciato, insultato. Giustizieri in erba, omofobia, il vicepreside che fa Ponzio Pilato. E il vecchio padre del maestro che denuncia, nonostante tutto

Omofobia
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21 Giugno 2018 - 17.55


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di Delia Vaccarello
 
Benvenuti nella scuola dell’indifferenza, che cresce i futuri campioni del facciamoci i fatti nostri. Andazzo già dilagante. “Prof sei gay? Sei gay? Sei gay?” La domanda si fa tormento, viene condita con l’esibizione di coltelli, minacce, danni all’auto, spintoni. Due anni di inferno. Il prof vorrebbe sparire, a scuola per un po’ non si vede più. Viene ricoverato in ospedale per danni psichici, rientra nei casi previsti dalla legge 104 che sostiene le persone colpite a vario titolo da invalidità. A scuola il vicepreside fa Ponzio Pilato. Avvertito dal prof che un ragazzo sguaina un coltellaccio in classe, ritiene di non dover intervenire. Gira le spalle. Forse sotto sotto collude.
Le società che si ammalano di discriminazione. L’omofobia è una bella occasione per chi vuole fare il giustiziere: chi aggredisce è convinto che sta dando una lezione, e che ha dalla sua il pensiero della maggioranza. Spesso non ha neanche torto. Vale a dire, occhio alle società che si ammalano di discriminazione, dove la maggioranza diventa insana, nevrotica, cieca. E i sani sono i coraggiosi esperti di controcanto. Ma qui non si tratta solo di maggioranza omofobica, che già basterebbe. Al pregiudizio che colpisce indisturbato si aggiunge l’insegnamento dei più grandi, implicito sottinteso e per questo potentissimo: facciamoci i fatti nostri. Il prof ha preso qualche provvedimento disciplinare prima di sparire. Ma resta disatteso.
Il vecchio  padre che denuncia. La domanda si impone: chi è autorevole? Come mai nella scuola di oggi un prof può essere tanto attaccabile? I giustizieri in erba quale pensiero inespresso condividono? Che idea hanno non solo dei froci, ma dei professori?
A rivelare i fatti il genitore che non ha età, quello che sarà papà finché avrà vita. Il padre settantenne del prof denuncia tutto a più riprese alle forze dell’ordine. E punta il dito contro le istituzioni che hanno lasciato il figlio alla mercé dei giovani teppisti. I fatti nostri però non sono così separati dai fatti degli altri. La scuola dell’indifferenza alleva i figli di tutti servendo il veleno del “me ne frego”. Cresce i corrotti e i manganellatori di domani, un domani che minaccia di arrivare presto. I danni sono per tutti, aggrediti, aggressori, spettatori. Di indifferenza parlò Moravia scandagliando il male così diffuso oggi da essere mal comune, dipingendo l’ignavia dei giovani e i piani precisi e violenti dei più grandi. Nel caso del prof perseguitato dagli alunni – che ha per teatro la Puglia, ma qui è la Puglia a riflettere buona parte del Paese -, le cose vanno a rovescio. Gli ignavi sono gli adulti, e i giovani si fanno persecutori non di un coetaneo ma di un prof. Nessuno si taglia addosso su misura i panni dell’autorevolezza. Il primo a non farlo è in fondo il perseguitato, che reagisce ma poi non ce la fa a denunciare perché ridotto a insegnante isolato. Entra in scena il genitore che non ha età, ma che all’anagrafe di anni ne ha più di settanta. Si muove come uno che sa, che conosce la voce profonda dei diritti, del rispetto, della giustizia. E non la zittisce. Uno che diresti fuori dall’agone sociale, e che invece vive, lotta, resta preziosa risorsa. Dà fiato ai tanti genitori che lottano e che sono intervenuti sulla vicenda resa nota da poche ore.
Il parere di Roberta Mesiti. Colpisce questa frase, commenta Roberta Mesiti presidente Agedo Roma (Associazione genitori e amici degli omosessuali): “Mio figlio non è stato tutelato dalle istituzioni”. Lo dice il padre. “Non è il primo prof vituperato – continua Mesiti – Qui si apre una riflessione sulla scuola che riguarda ragazzi e famiglie. Quale rispetto ha la famiglia nei confronti della scuola? Secondo punto: noi genitori Agedo sentiamo che mancano tutele e garanzie della dignità dei nostri figli, oggetto quotidiano di aggressioni varie e svariate, che vanno dallo sguardo di disprezzo al pestaggio”. Purtroppo, lamenta Roberta Mesiti, si fa sentire il ruolo ormai ridotto a quasi nulla che un tempo rivestiva Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali e non solo) con le sue preziose strategie di sensibilizzazione.
Che non sia mai ‘troppo tardi’. La scuola, dicono padri e madri impegnati nel sociale, è ridotta a straccio da calpestare. “Da troppo tempo si favoleggia di una comunità educante che tale non è. Adolescenti soli a fare i conti con le loro identità e quindi alla ricerca del consenso del gruppo. Il “corpo” docente ( è quasi un ossimoro) arroccato sulla difensiva, indifferente ed in qualche modo complice. Come rompere queste solitudini  che ci fanno dimenticare quel compito educativo che la Costituzione affida alla scuola?”, si chiede Angela Nava, presidente Cgd (coordinamento genitori democratici).
Il genitore settantenne diventa una sorta di portavoce, segnala la forza della scuola che non deve venire mai a mancare. Vuole denunciare, ci riesce, va fino in fondo, non si fa smontare. Forse perché ha frequentato una scuola diversa, lontana da quella che oggi ci vuole indifferenti, ignoranti, manovrabili. Era adolescente negli anni Sessanta. Alla tivvù trasmettevano “Non è mai troppo tardi”. L’italia uscita dal fascismo e alle prese con il boom economico capiva bene che l’insegnamento è indispensabile per il cittadino in grado di esercitare una delle più alte vette della mente: il pensiero critico che discerne, analizza, soppesa, valuta. E interviene. Tutto il contrario della odierna lezione di indifferenza. Nella nostra italietta ignava e violenta, che tanto somiglia agli scenari moraviani, occorre lavorare molto e sodo perché ormai non sia “troppo tardi”.

 

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